Polemica postelettorale negli Usa
NADER O GORE
Todd Gitlin e Sean Wilentz
Riprendiamo dall'ultimo numero di «Dissent», rivista della sinistra americana, la polemica tra i suoi direttori e la radicale Ellen Willis sugli effetti della candidatura dell'ambientalista Ralph Nader alle ultime elezioni presidenziali.
Memorandum
A: coloro che hanno appoggiato la campagna di Nader
Da: Todd Gitlin e Sean Wilentz
Oggetto: l'evidenza
E così eccoci nell'era di Bush II. Sentiti ringraziamenti ad Antonin Scalia, e a voi. Se si respira una certa amarezza nell'aria, come nei giorni tristi del 1969 o del 1981, è a ragion veduta. Gran parte del terreno perduto a destra negli ultimi decenni – dopo la divisione fra sinistra e liberal, e soprattutto durante la presidenza Reagan negli anni ottanta – non è mai stato riguadagnato. Ripetiamo, mai: non negli ultimi venti o trenta anni, non sull'ambiente, non sull'ineguaglianza di reddito e ricchezza, non sull'appoggio alle violenze dei militari nei paesi poveri.
Il terreno che perderemo con la vittoria di George W. è da considerarsi probabilmente perso per sempre. Questo come vi fa sentire?
Da mesi, voi e il vostro candidato state raccontando in giro la vecchia storia che democratici e repubblicani sono in fondo la stessa cosa: due nomi per un'unica entità, i `repubblicratici'. Come possa una persona ragionevole pensare ancora che le differenze fra i due partiti siano trascurabili, è assolutamente incomprensibile.
Consideriamo i temi che seguono.
Effetto-serra? Gore e i democratici sanno che è un fenomeno reale, molti repubblicani pensano si tratti di una `bufala'. Gore voleva introdurre un'imposta sull'energia da carburante fossile – un provvedimento che è stato, e continuerà ad essere, bloccato dai repubblicani – mentre Bush ha governato sulla peggiore aria del paese [il riferimento è all'esperienza di Bush come governatore, NdT], giustificandola con le ragioni della crescita industriale. Gore conosce gli argomenti contrari alle trivellazioni per il petrolio; Bush guarda l'Alaska e vede milioni di barili di profitto. Gore era, ed è, un ambientalista che realizza accordi politici; Bush è un elemento del tandem [l'altro è il vicepresidente Dick Cheney, NdT]1 della compagnia petrolifera di stanza alla Casa Bianca. Nessuna differenza?
Protezione dell'ambiente? Il presidente uscente Bill Clinton ha firmato provvedimenti (executive orders) che proteggeranno 58 milioni di acri di territorio federale dal saccheggio delle industrie del legno, delle miniere e dell'industria dell'energia elettrica. Questi storici provvedimenti sono costati molti anni di audizioni pubbliche e procedure burocratiche, condotte in porto proprio mentre Ralph Nader accusava Clinton di non essere migliore, ma talora persino peggiore, dei suoi predecessori repubblicani. Nader e i suoi seguaci non hanno espresso il minimo apprezzamento per i provvedimenti emessi da Clinton, né hanno pronunciato parole di ripensamento quando il presidente Bush ha promesso il ritiro di quelle direttive e nominato Gail Norton nel suo governo.
La Corte Suprema? Il Ministero della giustizia? Anche prima delle elezioni, i giudici dell'Alta Corte preferiti da Bush erano Scalia e Clarence Thomas. Probabilmente, dopo i pasticci in Florida, la stima del Presidente nei loro confronti è ulteriormente aumentata. E d'altra parte egli deve alla destra cristiana gran parte del suo successo. Bush e i suoi amici hanno ceduto senza opporre alcuna resistenza alla richiesta dei falchi di nominare Ministro della giustizia (Attorney General) un provocatore come John Ashcroft, invece del più moderato Marc Racicot. La Corte di Bush, su cui Ashcroft può influire esercitando un condizionamento sulla nomina di un terzo dei suoi membri, potrebbe anche non abrogare la Roe v. Wade 2 – non del tutto, non ancora – ma sicuramente tenderà a schierarsi dalla parte delle grandi aziende, contro i lavoratori, contro il controllo delle armi, contro il programma di affirmative action3.
Gli uffici statali meno interessanti, che determinano la vita pubblica in mille modi al di fuori dell'attenzione pubblica? Il National Labor Relations Board (Nlrb) 4 l'Occupational Safety and Health Administration 5, la Civil Rights Commission 6, e centinaia di altre agenzie prendono decisioni fondamentali, molte delle quali lontano dai riflettori dei media, interessati solo alle notizie estrapolate e d'effetto. Si tratta di scelte che influenzano ogni aspetto della vita quotidiana. Bush è in debito con i fondamentalisti, con gli affossatori del sindacato, con i difensori della `Confederate flag' nella Carolina del Sud 7.
Le organizzazioni dei lavoratori? Bush non deve nulla alle organizzazioni dei lavoratori, anzi. Mentre il partito di Gore ha elevato il salario minimo (peraltro tuttora insufficiente), Bush non è minimamente interessato a farlo. I lavoratori hanno cominciato a riguadagnare forza ed entusiasmo (se non ad aumentare numericamente) perché il Nlrb ha dimostrato maggiore disponibilità nei confronti degli attivisti. Ed ora? Il Partito repubblicano mostra un attenzione negativa nei confronti dei sindacati. Cerca in tutti modi di favorire i capi. Questo è ciò che fanno i repubblicani.
Povertà? Diseguaglianza? I repubblicani praticano la guerra di classe dall'alto. I democratici sono divisi, ma nonostante le contraddizioni, il presidente Clinton ha introdotto un credito d'imposta sugli utili e alla fine, sia pure in ritardo, la spaventosa diseguaglianza tra ricchi e poveri si sta riducendo. Il tasso di disoccupazione è basso (a un livello senza precedenti per quanto riguarda gli afro-americani e gli ispanici).
Armi nucleari? Bush cercherà di annullare il trattato sui missili antibalistici 8. A lui piace lo Scudo spaziale. Il suo partito ha cancellato la moratoria sugli esperimenti nucleari. Su questi temi, Gore si è mostrato disponibile a cambiare opinione. A Bush manca persino l'utopismo antinucleare un po' folle di Reagan.
Inoltre vi sono le limitate (ma non certo irrilevanti) questioni di cui i candidati hanno effettivamente parlato: la `bufala' sulla previdenza sociale perpetrata da Bush; il taglio delle tasse che favorisce i miliardari; la `affirmative action' che Bush intende abolire, e non correggere; la corruzione per le campagne elettorali (pardon, il `finanziamento'); e la vendita all'asta di accessi (alla Casa Bianca, NdT), in cui Bush è stato così straordinario da non aver neppure bisogno della camera da letto intitolata a Lincoln9: ha potuto offrire l'intero governo.
Nell'appoggiare Nader, voi avete sostenuto diversi miti, cari a molte persone di sinistra, che però – come è dimostrabile – non corrispondono a verità.
Mito: Votare Nader non è costato nulla perché la sua candidatura ha creato un proprio bacino di elettori, inducendo moltissime persone che ormai avevano (razionalmente) ceduto le armi a ritornare attive.
Realtà: La partecipazione al voto – specie degli operai non iscritti alle liste – è sicuramente importante, ma l'attesa di un intervento salvifico da parte di elettori improvvisamente divenuti progressisti è l'equivalente politico del beam-me-up 10 proprio dei culti millenaristici, e assolve alla stessa funzione. Il punto è che non esiste alcuna prova convincente del fatto che un gran numero di elettori sia rimasto a casa perché privo di un'alternativa di sinistra. Non è questa la rappresentazione del paese in cui viviamo.
In realtà, Nader ha rastrellato la quota maggiore di consensi fra gli elettori che avrebbero votato per Gore, se Nader non si fosse presentato. La Cnn ha riferito che la metà dei voti conquistati da Nader sarebbero andati a Gore: una quantità più che sufficiente per far vincere Gore.
Mito: In alcuni Stati orientati in modo chiaro – secondo i sondaggi – verso uno dei due partiti, i sostenitori di Nader hanno proposto un `voto strategico' incitando gli elettori a votare per Nader. Si trattava – hanno dichiarato – di un free vote 11, che non avrebbe compromesso il risultato elettorale di Gore.
Realtà: Non esiste il free vote. La proposta di un voto `strategico' calcolato era moralmente discutibile e politicamente miope. Aver lasciato che i sondaggi decidessero per le persone ha condizionato una scelta morale, in base al presupposto che essi fossero affidabili (mentre in parecchi Stati importanti l'esito era fortemente incerto). È stato dimostrato troppo poco pragmatismo, troppo tardi, da parte di persone che solitamente disprezzano il pragmatismo dei sostenitori di Gore. Questo atteggiamento ha solo alimentato illusioni riguardo a ciò che Nader potrebbe fare la prossima volta, se soltanto... E alla fine si è rivelato controproducente. In Florida – uno stato ritenuto non centrale nella battaglia politica, in cui Nader non avrebbe fatto la differenza – i sostenitori di Nader hanno procurato a Bush il suo dubbio margine di vittoria. Se la metà dei consensi ottenuti da Nader in tutto il paese fossero andati a Gore, la vittoria di quest'ultimo nel voto popolare sarebbe risultata ancora più imponente.
Mito: Votare Nader era importante ai fini della costruzione di un consenso popolare intorno ai Verdi, affinché potessero raggiungere il 5 per cento e quindi ottenere nel 2004 i fìnanziamenti federali.
Realtà: Supponiamo, per amor di retorica, che Nader abbia conquistato il suo 5 per cento e che i Verdi ottengano i fondi federali alle prossime elezioni. E allora? Nella remota eventualità che i Verdi riescano a evitare di dividersi in opposte fazioni, alla maniera del Reform Party 12, ciò che possono sperare realisticamente è diventare un giorno un partito con circa l'8 per cento dei voti. E poi? Dopo almeno una legislatura di governo repubblicano, nettamente schierato a fianco delle compagnie petrolifere, contro la moratoria degli esperimenti nucleari, per lo Scudo spaziale, contro l'organizzazione dei lavoratori, per le Health maintenance organizations 13, per l'uso di modi gentili nei confronti dei vari Pinochet del mondo, e via continuando, forse dopo otto anni arriviamo al 9 per cento? All'11 per cento? Con ogni probabilità un terzo partito registrerà una diminuzione di consensi, anziché un aumento. Era, ed è, un'impresa destinata al fallimento, che anche la Costituzione di sicuro non facilita. Nei sistemi parlamentari, un partito ad una sola cifra può conquistare seggi, far parte di governi, attuare una politica, come testimoniano i Verdi in Germania e in altri Stati europei. Ma nel sistema presidenziale americano, in cui chi vince prende tutto – un sistema che non è in discussione – il successo di un terzo partito si traduce in una nuova chance per i guastatori14.
I sostenitori di Nader talvolta citano la nascita del Partito repubblicano antischiavista, nel 1854, come grande contro-esempio di terzo partito della nostra storia. Ma i primi repubblicani non erano realmente un terzo partito. Essi nacquero solo quando uno dei due partiti esistenti, quello dei Whig, andò in pezzi a causa di divisioni interne. Immaginare che i democratici o i repubblicani di oggi siano nella stessa situazione dei Whig è pura fantasia.
Mito: Votare per un terzo partito ha contribuito a `costruire un movimento'.
Realtà: Affermazioni di questo tipo vengono sempre da figure carismatiche, e non sono mai – mai – credibili. La frase rappresenta il tentativo di autoassolversi, sul piano retorico per dar conto di una campagna elettorale condotta sull'onda dell'euforia.
Mito: La candidatura di Nader, contribuendo all'elezione di Bush, ha avuto l'effetto di acuire le contraddizioni in America. Con Bush al governo, alla fine gli americani si sveglieranno, come non sarebbero mai riusciti a fare con l'anodino Gore.
Realtà: L'arroganza di questa corsa al ribasso – tanto peggio, tanto meglio – è stata espressa in modo raggelante da un elettore di Nader a Portland, nell'Oregon, intervistato dal «New York Times» poco tempo prima del voto: «Se Bush verrà eletto, penso che potrà far precipitare le cose molto più in fretta. L'inquinamento aumenterà nel breve periodo, ma credo che porterà molta più gente nel movimento ambientalista, assai più velocemente. Certe volte è necessario toccare il fondo prima di ritornare a galla». Osservate come il mezzo – «molta più gente nel movimento ambientalista» – è diventato il fine: un marchio di garanzia del settarismo politico. Notate l'affermazione falsa secondo cui le masse si solleveranno se le cose `precipiteranno'. Ciò non è avvenuto dopo le politiche rovinose di Reagan in campo economico e ambientale, e non avverrà adesso. Quanto al movimento di Nader, era vasto e mosso da buone intenzioni, ma profondo soltanto pochi centimetri. Come ha scritto Eric Alterman in «Nation» (dove raramente si è udita una parola di scoraggiamento), il «nascente movimento di sinistra non gode praticamente di alcun seguito fra gli afro-americani, gli ispanici o gli asiatico-americani». Non riscuote consensi fra le organizzazioni femministe, i gruppi per i diritti degli omosessuali, le principali associazioni ambientaliste. E, per completare il quadro, non è sostenuto dal movimento sindacale nazionale. Così Nader e compagni stanno costruendo una sinistra popolare senza i neri, gli ispanici, gli asiatici, le femministe, gli ambientalisti, gli omosessuali, i lavoratori: davvero un grande traguardo.
Mito: Nader non è stato affatto un guastatore. Al Gore è stato sconfitto da Al Gore.
Realtà: La dichiarazione di Nader di non essere un guastatore è in malafede. Forse lo sa, forse no. È vero, Gore ha condotto una campagna elettorale opaca, priva di entusiasmo (e malgrado ciò ha conquistato ugualmente il voto popolare). Elementari calcoli aritmetici dimostrano tuttavia che, nonostante la campagna sottotono e il furto dei repubblicani, Gore avrebbe indubbiamente vinto le elezioni se Nader si fosse ritirato.
Numeri a parte, c'è qualcosa di più profondo, alla base dell'illusione che le masse aspirino ad un cambiamento radicale, che Gore non assicurerebbe: un approccio purista alla politica. Questa mentalità del `tutto o niente', allergica alla dialettica democratica e al compromesso, ha radici sia nell'orgoglio americano, sia nel tradizionale utopismo di sinistra. È come se liberando la propria rabbia, si potesse cambiare il mondo con la sola forza di volontà, malgrado tutti gli ottusi, i recalcitranti che sono qui per caso. Ecco la scomoda verità: siamo condannati a condividere il pianeta con gente che non ci piace, o che addirittura disprezziamo. In una democrazia, siamo condannati a condividere con queste persone il potere. Un grande partito – qualsiasi grande partito – è una coalizione di interessi. Immaginate di cancellare i democratici e sostituirli con un partito di sinistra, e avrete di nuovo una coalizione di interessi destinata a risultati deludenti. Il problema, nel 2000, riguardo ai democratici di allora, era: come renderli più verdi, più vicini ai lavoratori, meno punitivi? E il presupposto indispensabile – non la garanzia, ma il presupposto indispensabile – era votare per i democratici, a cominciare da Al Gore.
«Al Gore mi è costato l'elezione», ha dichiarato Ralph Nader al National Press Club il mattino successivo. Carino: l'autocompiacimento tipico di un guru. La passione di tutte le sette come di ogni azienda ossessionata dal profitto, è scambiare il mezzo per il fine. Alla fine, Nader ha affermato di aver fondato «il terzo partito che si è sviluppato più in fretta in America». Il suo obiettivo dichiarato è «fare in modo che i due partiti a Washington siano più onesti», ma questi sono discorsi da formazioni marginali. L'obiettivo della politica deve essere quello di ottenere il potere politico in nome di cause giuste.
Nader dice che i Verdi sono «l'unico partito che si collega sul territorio ai cittadini che lottano per la giustizia», ma questo significa scambiare i movimenti sociali per forze politiche. Questo vuol dire dimenticare una verità che ci è appena stata dimostrata, ovvero che oltre il 95 per cento degli americani è alla destra dei Verdi. La democrazia non è il governo degli attivisti, è il governo del popolo. Anche coloro che seguono con tenacia e devozione Nader da anni, si troveranno in difficoltà a rapportarsi a lui in questo momento.
Il rischio di questo risultato è sempre stato manifesto, e Nader non ha fatto nulla per far pensare che ritenesse trascurabile tale rischio. In molti casi, ha mostrato di disinteressarsi completamente dei risultati concreti. Il paradiso era a portata di mano. La sua campagna elettorale rappresentava «l'inizio della fine del duopolio partitico». Le sua coscienza sarebbe rimasta pulita. Forse il rischio era realmente una opportunità: costruire il partito dei Verdi!
I giovani che sostengono Nader sono giustamente disgustati dalla politica normale e hanno voglia che qualcosa di nuovo, di bello e appassionante si affacci sul mondo. Continueranno a cercare la maniera per rendere manifesto questo desiderio, come è giusto che sia. Molti sono andati a votare lo scorso novembre senza sapere ancora cosa fare e hanno dovuto concentrarsi. Si accorgeranno, adesso, di quanto sia efficace l'azione politica, in un modo o nell'altro.
Ma la maggior parte di voi che leggete non ha la scusa dell'inesperienza. Voi ricordate o sapete del 1968, con Nixon e, cinque anni dopo, la guerra in Vietnam. E tuttavia, con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore – il New Deal, i movimenti degli anni sessanta – avete consigliato di dare un voto di cui essere orgogliosi. Ma l'orgoglio di cui parlavate precedeva una caduta clamorosa15.
I puristi dovrebbero considerare che, se la coscienza esige responsabilità, è il fanatismo che si lava le mani dei risultati. D'altra parte, puntare l'indice accusatorio in tutte le direzioni fuorché verso se stessi è il metodo tipico della politica normale, stantia. Il rabbino Hillel, Dostoevskij, Sartre, Gandhi (che alcuni fra voi, scrittori, amano citare in contesti diversi) conoscevano tutti questo principio fondamentale: quando si sceglie, si sceglie il mondo. Non ci sono alibi.
Rivendicare una coscienza senza impegnarsi per essere coscienziosi è una dimostrazione di cecità.
Todd Gitlin insegna alla New York University,
Sean Wilentz insegna a Pricenton
<>
Ellen Willis risponde
Ho votato per Ralph Nader per una serie di ragioni, strettamente collegate fra loro. In un periodo in cui i maggiori partiti e la cultura corrente si appiattistono sul potere delle grandi aziende ed abbracciano acriticamente l'ideologia del libero mercato, ho sentito che era importante sostenere una sfida visibile sul piano nazionale a quell'opinione generale. Ho sperato che la conquista di un consenso sufficiente ad ottenere i fondi federali avrebbe aiutato il partito dei Verdi a costruire, grazie alla spinta propulsiva della protesta di Seattle, una forza capace di influenzare la politica nazionale. Non considero la politica elettorale come l'unico, e nemmeno il principale, terreno di costruzione di un movimento. Ma in assenza di una opposizione forte ai confini soffocanti di quel che viene proposto come il `dibattito' elettorale corrente, quei confini finiscono per definire la politica in sé: l'idea che i nostri problemi sociali possano essere affrontati solo con misure insignificanti, diventa una premonizione che si avvera. Qualcuno deve alzarsi in piedi e sostenere ad alta voce, pubblicamente, che le dichiarazioni sulla fine della storia sono premature, e questa volta il megafono era in mano a Ralph Nader. Alla fine – o forse prima di tutto – sono convinta che se la sinistra vuole rivivere, deve abbandonare l'atteggiamento masochistico, di lealtà non ricambiata, verso il partito democratico.
È quest'ultimo punto, soprattutto, che rende furiosi Todd Gitlin e Sean Wilentz, che dedicano ampio spazio alla tesi secondo cui democratici e repubblicani non sono la stessa cosa. Nel mio caso, sfondano una porta aperta. I due partiti non sono la stessa cosa: uno è di centro-destra, l'altro di estrema-destra. E come Gitlin e Wilentz, preferirei avere al governo un partito di centro-destra. Né sono d'accordo con la logica del `tanto peggio, tanto meglio', qualsiasi cosa `un elettore di Nader a Portland' possa pensare (Gitlin e Wilentz saranno bravi a individuare le differenze tra repubblicani e democratici, ma non è il loro forte riconoscere distinzioni tra i sostenitori di Nader). Anzi, normalmente voto per i democratici che si battono contro repubblicani conservatori: nello stesso momento in cui sceglievo Nader presidente, ho votato, sia pure con scarso entusiasmo, per Hillary Clinton al Senato.
Nader, inoltre, non era il mio candidato ideale. Anche se è irritante ascoltare le argomentazioni di Eric Alterman16 – che ha costruito una carriera sulla liquidazione di temi culturali come la `politica dell'identità' – è vero che, nonostante le numerose richieste dei suoi sostenitori, Nader ha rifiutato di collegarsi a settori sociali diversi dal nucleo centrale del suo elettorato, composto di cittadini giovani e bianchi. A dire il vero, il mio voto è stato il frutto di una valutazione delle concessioni reciproche e dei compromessi (parliamo ancora di politica elettorale), non diversamente da molti dei voti per Gore. Perché dunque sono stata disponibile a rischiare la vittoria di Bush? Perché, ad esempio, rischiare di far nominare alla Corte suprema giudici che avrebbero potuto anche abrogare la Roe v. Wade?
Il modo migliore per comprendere la mia posizione è esaminare il modus operandi dei democratici dopo le elezioni. Si è appena conclusa una campagna elettorale in cui George W. Bush ha finto di essere un moderato, ha perso comunque il voto popolare e ha rubato voti grazie alla connivenza dei repubblicani ovunque, dal palazzo governativo della Florida alla Corte suprema degli Stati Uniti. I democratici occupano la metà dei seggi al Senato e sono in lieve svantaggio alla Camera dei Rappresentanti, hanno quindi un potere sufficiente per ricordare costantemente a Bush la debolezza del suo mandato e impedirgli di fare danni seri. Invece sono decisi a comportarsi da uomini di Stato, bipartisan e rispettosi del sistema, il che significa supini. Al Gore ha scoraggiato manifestazioni di piazza dei suoi sostenitori in Florida, mentre i repubblicani hanno ottenuto grande visibilità dimostrando in massa. Non ha detto una parola sulla scandalosa privazione del diritto di voto degli elettori neri. Alla Camera dei Rappresentanti, i democratici neri non sono riusciti a trovare neanche un senatore disposto a sostenerli in questa battaglia. I senatori democratici si sono rifiutati di fare ostruzionismo contro la candidatura di Ashcroft, sebbene fossero in condizione di sconfiggerla, e hanno approvato senza batter ciglio la nomina di Gail. Norton alla testa del ministero dell'Interno. Al momento in cui scrivo, i democratici in entrambe le camere sembrano aver rinunciato ad opporsi alla riduzione delle tasse. Ammetto che mi ha sorpreso la velocità con cui è svanita la loro indignazione post-Florida, ma non c'è da stupirsene. Dopotutto, Antonin Scalia e Clarence Thomas non sarebbero nella Corte suprema senza il concorso dei democratici, ed è anche grazie ai democratici che furono approvate le riduzioni fiscali di Ronald Reagan (Bill Bradley fu anche co-autore delle `riforme' del 1986). I repubblicani conservatori sono uniti, si battono per le loro idee, sorvegliano le file dei `moderati', mentre i democratici tendono unicamente al compromesso e all'appeasement. Il loro comportamento induce a pensare che si sentano minacciati dalla forza potenziale di gruppi sociali quali i lavoratori organizzati, i neri e le donne, e preferirebbero perderli piuttosto che averli a briglia sciolta nelle proprie file.
Qui siamo di fronte ad una strana circostanza, che gli apologeti dei democratici come Gitlin e Wilentz non tengono in considerazione. Quando i democratici sono al potere, si spostano a destra sotto la pressione dei repubblicani, raggirando la propria base elettorale nella convinzione che la sinistra non abbia altri luoghi dove andare. Quando sono in minoranza, sostanzialmente abbandonano il campo e permettono ai repubblicani di fare ciò che vogliono. In altre parole, la debolezza dei democratici contribuisce a far sì che i liberal e i cittadini di sinistra si sentano indotti a continuare a votare per loro, nonostante la probabilità, se non la certezza, di essere traditi. Questa è una ricetta per la paralisi. Un conto è perdere, un altro è essere strutturalmente intrappolati in un meccanismo perdente.
Se il nostro unico criterio di scelta politica è impedire che le cose peggiorino, saremo sempre vittime del duplice svantaggio che ho descritto. Tutto ciò non crea semplicemente una situazione di stallo. Significa che le cose peggioreranno; perché il paese continuerà a spostarsi a destra anche con un governo democratico, sia pure più lentamente. Gli ultimi decenni hanno dimostrato con chiarezza che senza una sinistra forte, capace di opporsi ad una destra determinata, il centro non tiene. Con Jimmy Carter e Clinton, come pure con Reagan e Bush padre, la deregolamentazione, la devolution dello stato sociale, il trionfo dei plutocrati e l'erosione dei diritti e delle libertà civili – compreso il diritto all'aborto – sono avanzati in modo quasi ineluttabile. Non esistono sistemi per combattere questa deleteria dinamica sociale senza correre dei rischi. Come possono, Gitlin e Wilentz, proporre di rendere i democratici «più verdi, più vicini ai lavoratori, meno punitivi», se li votiamo per riflesso condizionato, a prescindere da quello che fanno? La questione vera è se sia possibile fuggire dalle attuali soffocanti alternative e creare uno spazio per la sinistra, o se qualsiasi sforzo in questo senso sia per definizione un esercizio di avventatezza, autoinganno, irresponsabilità, autoassoluzione, orgoglio di sé, allergia alla democrazia, purismo settario e fanatismo moralista.
Gitlin e Wilentz hanno una visione statica dell'elettorato e dell'arco politico. A loro avviso, il 95 per cento degli americani sono alla destra dei Verdi, e quindi la maggior parte dei cittadini deve essere d'accordo con il centro-destra (nel migliore dei casi), per cui l'unica scelta responsabile per le persone di sinistra è votare per i democratici. Qualsiasi altra cosa è `utopistica', una parola che nel loro lessico è sinonimo di tutte le succitate magagne. Cosa c'è di sbagliato in questo quadro? Per cominciare, decine di milioni di americani sono a sinistra di Al Gore; il partito democratico non avrebbe potuto sopravvivere senza di loro e le loro organizzazioni. Tuttavia l'influenza che essi hanno sulla leadership e sulla linea politica dei democratici è molto inferiore a quella esercitata dalla destra cristiana – una forza di peso assai minore – sui repubblicani. In realtà Gore, anziché fare un minimo gesto di apertura verso l'ala liberal del suo partito, ha scelto a destra il candidato alla vicepresidenza. La nomina di un equivalente liberal di John Ashcroft come attorney general sarebbe mai stata presa in considerazione da Gore? Perché questa ipotesi è così evidentemente fuori discussione?
Credo che ciò avvenga perché il `centro' non ha una posizione fissa: si sposta a seconda dell'energia e dell'efficacia con cui ciascuna parte lo tira a sé. La destra è radicale e, se si vuole, utopista; si batte appassionatamente per un capitalismo senza freni e per un ordinamento sociale di tipo autoritario. La sua frangia estrema regolarmente strafà e perde, ma intanto permette ai Bush e ai Cheney di apparire `ragionevoli', `vicini all'opinione comune', persino moderati. (A questo proposito, alcuni esponenti repubblicani al Congresso hanno chiesto riduzioni fiscali anche superiori alle cifre esorbitanti indicate da Bush, ispirando il seguente titolo del «New York Times» (9 febbraio 2001): Felicemente al centro: mentre infuria il dibattito sui tagli fiscali, il piano di Bush decolla sul giusto mezzo). La sinistra radicale, per contrasto, esiste a malapena come fonte di una visione alternativa della società, e ancor meno come forza in grado di promuovere attivamente tale visione. E senza una sinistra radicale che trasmetta idee e determinazione, i liberal sono sulla difensiva, accusati costantemente dalla destra di essere una insignificante frangia di sinistra, finché essi stessi non si persuaderanno che per sopravvivere occorre `spostarsi verso il centro'. Ma se non combattono con determinazione per i propri ideali, come possono convincere altri a farlo, e spostare il centro verso di loro?
Io credo che formulando chiaramente e lottando per una visione radicale e, sì, utopistica della società, è possibile spostare le persone, cambiarne l'opinione, e riuscire almeno ad avvicinare il centro alla sinistra. Questa convinzione deriva in parte dalla mia incancellabile esperienza politica nel movimento di liberazione della donna – nella seconda metà degli anni sessanta, quando il 99 per cento degli americani era alla nostra destra (compresi gli uomini della Nuova Sinistra) – e dall'aver constatato che le idee ritenute un tempo scandalosamente radicali sono diventate un patrimonio acquisito della società, dato per scontato anche da donne che non si sarebbero mai definite femministe. Anche Gitlin e Wilentz si richiamano all'esperienza passata, ma il loro giudizio sulla situazione attuale trae origine da una lettura distorta del 1968 e delle sue lezioni. Non è chiaro se Hubert Humphrey 17 avrebbe posto fine alla guerra, né se sarebbe riuscito a rovesciare l'esito negativo delle elezioni, in cui George Wallace 18 ottenne il 13 per cento dei consensi conservatori-populisti. In ogni caso, il vero problema della sinistra radicale di allora non fu il fatto di aver respinto Humphrey, quanto d'aver `cancellato' il popolo americano, cedendo all'idea fantastica, solipsistica e distruttiva, di intraprendere contro di esso una guerriglia per conto dei rivoluzionari del terzo mondo.
La campagna elettorale di Nader, viceversa, era basata sull'idea che il corporativismo egemonico sposato dai partiti maggiori impediva alle idee dell'opposizione di raggiungere anzitutto il popolo americano. Nel liquidare su due piedi le speranze che la campagna elettorale potesse attrarre gli astenuti delusi, Gitlin e Wilentz non colgono un punto fondamentale: non è che una folla di sinistra prema alle porte, ma è vero che persone annoiate e alienate dalla vuotaggine della politica tradizionale possono essere aperte a una critica di sinistra. Anche se continuano a non votare, potrebbero iniziare ad ascoltare. I sostenitori di Nader hanno anche sperato di spingere Gore a sinistra, e il candidato democratico, per un nanosecondo svogliato, ha corrisposto a questo auspicio. Sono convinta che il `momento populista' di Gore gli abbia giovato, e lo avrebbe fatto eleggere, se avesse avuto il coraggio di insistere. Come dire che Nader ha senz'altro procurato voti a Gore... forse tanti quanti gliene ha fatti perdere, forse di più.
Per Gitlin e Wilentz, tutto ciò è vana ricerca di giustificazioni: Nader è stato un guastatore, puro e semplice. Tuttavia con risultati elettorali così curiosamente ravvicinati, è lecito riesaminare – con il senno di poi – tutte le scelte che hanno determinato minimi spostamenti nel voto: se Gore avesse fatto condurre la campagna elettorale a Clinton in Arkansas, se i democratici a Palm Beach avessero prestato maggiore attenzione alla grafica della scheda, e così via. Imputando ai voti per Nader in Florida ogni responsabilità, Gitlin e Wilentz semplicemente danno per scontato ciò che intendono dimostrare, e cioè che anche se gli errori di strategia compiuti dai due partiti maggiori sono deplorevoli, il voto ad un terzo partito è implicitamente illegittimo.
Ironicamente, il tono della loro polemica – che devo dire è tipico di molti anti-naderisti – ripropone proprio quel moralismo autocompiaciuto che professano di aborrire. Ricorrendo all'artiglieria pesante (Gandhi, Dostoevskij ecc.), accusano chi non condivide il loro programma non solo di commettere un errore politico, ma anche di avere una serie di limiti caratteriali. Persino i concilianti `elettori strategici' vengono tacciati di incoerenza. Essi, inoltre, avrebbero sottratto voti popolari a Gore (anche se non capisco perché la questione interessi, visto che i democratici si sono educatamente astenuti dal far valere come arma l'ottenimento della maggioranza del voto popolare). Mi colpisce che Gitlin e Wilentz protestino un po' troppo. Quando insistono sul fatto che il problema riguarda i democratici, e soltanto i democratici, cercano di convincere noi...o loro stessi?
Ellen Willis dirige il «Cultural Reporting and Criticism program» alla New York University ed è membro del Nation Institute
<>
Todd Gitlin e Sean Wilentz rispondono alla replica di Ellen Willis
Prendiamo in esame gli argomenti più forti del discorso di Ellen Willis, cosa che lei non fa nei confronti del nostro ragionamento. Il nocciolo della sua tesi è che sostenere «una sfida visibile a livello nazionale» al consenso di massa al dominio del libero mercato contribuisce alla «costruzione di un movimento», il che a sua volta induce ad «affrontare i nostri problemi sociali». Ma l'onestà impone a Willis di usare parole quali `potrebbe', `possibile' e – a proposito delle persone annoiate e alienate – «potrebbero essere aperte a una critica di sinistra…potrebbero iniziare ad ascoltare», ammettendo l'esistenza di punti deboli nel suo discorso.
Dov'è la prova di questo infondato ottimismo? In un recente articolo su «Dissent» (Fool's Gold of the Left, Estate 2000), Ruy Teixeira ha usato argomenti persuasivi contro l'idea che gli astenuti ragionino in modo diverso da coloro che votano. Willis elude il problema. Non affronta gli argomenti di Teixeira, né quelli di altri. Si limita viceversa a una professione di fede, nulla di più, ripetendo idee radicali e utopistiche. Noi siamo scettici nei confronti di qualsiasi ragionamento politico che si basi sulla fede.
I successi del movimento delle donne negli anni sessanta e settanta – che ha beneficiato di dodici anni di presidenze democratiche – sono stati molto più numerosi dei tentativi di riforma falliti, specie quando i democratici non erano al potere a Washington.
Willis ha ragione da vendere quando afferma che i democratici nei primi mesi dopo le elezioni sono stati «supini». Condividiamo la sua indignazione. (Ma forse non è veramente indignata, perché cos'altro ci si può attendere, da quello che lei chiama un corrotto partito di `centro-destra'?) Mentre i repubblicani non si sono fermati davanti a niente pur di infilare alla Casa Bianca il loro traballante candidato, la leadership dei democratici ha esitato. Avrebbe esitato di meno se la sinistra avesse mobilitato gli elettori, dimostrando la propria forza politica nel Congresso il che è possibile se si lavora nel partito democratico, ma semplicemente non si può fare standone fuori.
Sono forse decine di milioni i democratici alla sinistra di Gore, ma sono concentrati, in modo non uniforme, in California, nello Stato di New York, in Pennsylvania, nell'Illinois, e in alcuni altri Stati, dove eleggono anche senatori e deputati alla Camera dei rappresentanti. Gli altri vivono nel resto del paese. Ergo, per vincere a livello nazionale, i democratici devono essere un partito di coalizione. Nei 172 anni in cui i moderni partiti democratici hanno partecipato alle elezioni, i democratici sono riusciti a conquistare due mandati consecutivi soltanto quattro volte: Andrew Jackson, Woodroow Wilson, Franklin Roosevelt e Bill Clinton (potremmo considerare progressista un presidente come Abraham Lincoln… e guardate cosa gli è successo!). Questo fatto è indicativo della debolezza del centro-sinistra storicamente, un dato infausto che non può essere messo da parte evocando i magnifici e gloriosi anni Sessanta. Se i Verdi diventassero un partito in grado di controllare il 2,5 per cento dei voti, dovrebbero anche essere un partito della coalizione.
Nel frattempo, le conseguenze pratiche, materiali dell'elezione di Bush per la maggioranza della gente vera sono tremende. Abbiamo indicato alcune differenze. (Willis penserà che stiamo sfondando una porta aperta per ciò che la riguarda, ma per ciò che riguarda Ralph Nader, quella porta è sprangata. Dire all'americano comune che è necessario soffrire, mentre noi, i virtuosi, aspettiamo che aprano gli occhi e `costruiscano il movimento', significa avere in sprezzo la vita delle persone reali…non solo negli Stati Uniti, ma ovunque la calotta polare, sciogliendosi, fa salire il livello del mare, grazie a un governo americano diretto da manager di compagnie petrolifere.
Bush è piombato alla Casa Bianca aiutato da una serie di fattori: le prepotenze antidemocratiche nei confronti della Corte suprema; Jeb Bush, Katherine Harris e la ditta repubblicana da lei pagata per buttare fuori dalle liste gli elettori neri della Florida; e l'inettitudine dei democratici, non ultima l'elezione – nella loro contea di Palm Beach – del commissario Theresa LaPorte. Ma perché minimizzare il contributo di Nader? Talora è stato decisivo, come hanno sottolineato gongolando gli attivisti del partito repubblicano, da Karl Rove in giù. Nessuno degli argomenti di Willis prova che Nader e i suoi sostenitori meritino di essere esentati da responsabilità e, agli occhi dei lettori di «Dissent», da vergogna.
<>
(Traduzione di Tiziana Antonelli)
note:
1 Si riferisce al fatto che Bush e Cheney sono portatori degli interessi delle compagnie petrolifere, che hanno finanziato con ingenti contributi la campagna elettorale repubblicana. Inoltre Dick Cheney è stato amministratore delegato della più grande società mondiale di esplorazione ed estrazione, la Halliburton, e anche George Bush padre ha forti interessi nell'industria del settore.
2 Roe versus Wade: Gli autori si riferiscono alla storica sentenza pronunciata nel 1973 dalla Corte Suprema, con la quale negli Stati Uniti venne legalizzato l'aborto nei primi tre mesi di gravidanza.
3 Affirmative action è il nome dato al programma federale per l'integrazione dei neri (e delle minoranze in genere nella società americana, in seguito alle lotte civili degli anni sessanta). Oggi è al centro di numerose critiche, fra cui quella di essere diventato uno strumento di discriminazione in senso opposto.
4 National Labor Relations Board (Nlrb): Agenzia indipendente del governo Usa, istituita in base al National Labor Relations Act del 1935. Ha il compito, fra gli altri, di organizzare libere elezioni dei rappresentanti dei lavoratori di imprese private alle contrattazioni collettive, e di indagare – previa segnalazione dei lavoratori – su eventuali comportamenti discriminatori da parte di sindacalisti o datori di lavoro.
5 Occupational Safety and Health Administration (Osha): Agenzia governativa statunitense fondata nel 1971 per garantire condizioni di sicurezza e salubrità nei luoghi di lavoro.
6 U.S. Commission on Civil Rights: Agenzia governativa per i diritti civili, indipendente e bipartisan (composta da rappresentanti di entrambi i partiti), istituita dal Congresso nel 1957. Nel 1983 il numero dei Commissari è stato portato da sei a otto, quattro dei quali nominati dal Presidente e quattro dal Congresso.
7 Il riferimento è alle manifestazioni del gennaio 2001 a Columbia, capitale della Carolina del Sud, per il ripristino della Confederate Battle Flag – la bandiera adottata nel 1861 dall'esercito sudista secessionista – sulla sommità dell'edificio del Senato, da cui era stata rimossa nel maggio precedente, dopo mesi di contestazioni e boicottaggi organizzati dalla Naacp (National Association for the Advancement of Colored People, la maggiore associazione a difesa dei diritti dei neri). Per gli afro-americani, infatti, la bandiera sudista costituisce un simbolo offensivo, di schiavitù e razzismo. La questione della Confederate Battle Flag è fonte di polemiche anche in altri stati ex sudisti, come la Georgia e il Mississippi.
8 Anti Ballistic Missile Treaty (ABM): trattato firmato fra Urss e Usa nel 1972, che fissò la proibizione di dislocare armi nello spazio, seppur con scopi difensivi.
9 Clinton è stato accusato da più parti d'avere abusato delle sue funzioni presidenziali per concedere particolari privilegi (compresi gli inviti a trascorrere una notte nella celebre `Lincoln bedroom' alla Casa Bianca) per raccogliere fondi da destinare alla sua seconda campagna elettorale.
10 «Beam me up, Scotty!» (Tirami su Scotty!) è anche la frase usata dall'equipaggio dell'astronave Enterprise – della serie televisiva `Star Trek' – per chiedere al capo ingegnere Scott il teletrasporto di ritorno alla nave spaziale. L'espressione è ormai di uso corrente fra i giovani, in America soprattutto, come dire: «Aiuto, portatemi via da qui» nei momenti difficili.
11 Free vote: `Voto libero', ma anche, in questo contesto, `voto ininfluente'.
12 Nell'agosto 2000, il Reform party – la formazione populista con simpatie di destra, fondata dal miliardario Ross Perot – si è spaccata in due tronconi (capeggiati da John Hagelin e Pat Buchanan), a causa del mancato accordo sul nome del candidato da presentare per l'imminente corsa alla Casa Bianca.
13 Le Health maintenance organizations (HMOs) sono grandi compagnie assicurative che forniscono la copertura per le spese mediche e chirurgiche. In pratica, mutue private di proprietà di grandi gruppi d'impresa. Le HMOs sono oggetto di critiche da parte di medici e pazienti, per via dei vincoli economici imposti al percorso diagnostico e terapeutico, che possono interferire nella qualità delle cure all'assicurato.
14 Traduzione non letterale del termine inglese spoiler.
15 Il riferimento è al detto inglese: «Pride comes before a fall» (l'orgoglio precede la caduta).
16 Ricercatore al World Policy Institute (New York), editorialista di «Nation».
17 Alle elezioni presidenziali del 1968, il candidato democratico Hubert Humphrey perse con il 42,7 per cento dei voti contro il candidato repubblicano Richard Nixon, che ottenne il 43,4 per cento.
18 Alle elezioni del 1968 George Wallace si candidò come indipendente per l'American Indipendent Party, un partito di estrema destra.
(Tutte le note sono della traduttrice)