Bush jr. abbaia e morde
CONSERVATORISMO NON COMPASSIONEVOLE
Joseph A. Buttigieg
Qualche tempo fa, quando il vicepresidente Usa, Dick Cheney, fu ricoverato per un breve periodo in ospedale per curarsi dei problemi di cuore, cominciò a circolare una battuta che diceva: «Cosa succederebbe se Cheney morisse? Diventerebbe presidente George W. Bush.» Come molte altre battute politiche, anche questa contiene un po' di verità. Dick Cheney ha guidato George W. Bush attraverso le difficoltà della campagna elettorale molto prima di essere scelto come vicepresidente del Texas; ha giocato inoltre un ruolo determinante nel mettere insieme il gabinetto di Bush; e, durante i primi quattro mesi della presidenza di Bush, si è dimostrato l'uomo più potente dell'attuale governo. Cheney in realtà si merita molto credito per il fatto che, a parte qualche occasionale passo falso, le cose per Bush sono andate finora abbastanza lisce. Grazie in larga parte all'intelligenza di Cheney come stratega politico e all'uso dell'esperienza accumulata a Washington D.C., l'amministrazione Bush è stata in grado di realizzare un numero di successi significativi sul fronte interno. La vicepresidenza di Cheney è anche differente da quella dei suoi predecessori per un aspetto di importanza vitale: data la sua età, Cheney non può realisticamente sperare in futuro di correre per la presidenza; e quindi si dedica con tutto se stesso al successo dell'amministrazione di cui fa parte.
Sarebbe un errore, comunque, sottovalutare l'astuzia politica di George Bush. La scelta di Cheney come braccio destro è in sé una valida indicazione della sua capacità di discernimento. Per acquistare sicurezza, il nuovo presidente degli Stati Uniti ha già dimostrato di essere un leader forte e convincente. Ha già respinto la sua immagine di politico senza molta esperienza e intellettualmente scialbo. A differenza di Clinton, Bush non ha la capacità (o, purtroppo, l'inclinazione) a controllare gli intricati dettagli dei problemi principali e più pressanti che si incontrano governando questa nazione estremamente eterogenea, esposta a veloci trasformazioni, incomparabilmente complicata. Eppure Bush ha raccolto intorno a sé una squadra molto valida e disciplinata, e ha anche stabilito degli ottimi rapporti con la guida dei repubblicani al congresso.
Bush è stato giustamente descritto come il presidente dei laureati in economia e commercio. Anche se Bush non si è mai distinto come studente universitario, riuscì comunque a essere ammesso ad Harvard dove conseguì un Master in Business Administration, e cioè la laurea universitaria in `management' che è diventata la conditio sine qua non per chiunque aspiri a far parte delle alte sfere del mondo dell'industria. Bush ha cercato intenzionalmente di guidare la sua amministrazione come fosse una società di affari; ed egli stesso concepisce il suo ruolo come quello di un amministratore delegato. Anche Cheney, in un'intervista televisiva, lo ha descritto in questi termini: «Bush è davvero l'amministratore delegato della baracca. È lui il capo e io faccio qualsiasi cosa mi dice di fare». Il modello aziendale di organizzazione caratterizza tutta l'amministrazione Bush, che è riuscito a ottenere una perfetta combinazione tra forma e sostanza; la sua amministrazione non soltanto funziona come un'azienda ma è anche completamente impegnata a favorire gli interessi delle grandi industrie. Come qualsiasi buon manager di un'azienda, anche Bush sa perfettamente come delegare ai suoi collaboratori più fidati e competenti e ai membri più esperti della sua squadra di governo i compiti più difficili e delicati. Allo stesso tempo si assicura che tutte le decisioni politiche passino al vaglio della Casa Bianca. Fa molto affidamento sul parere dei suoi `consiglieri di fiducia' e si lascia guidare lui stesso. Nei discorsi in pubblico Bush raramente cede alla tentazione di improvvisare; si attiene al testo che gli è stato preparato, e nel rispondere alle domande della stampa si limita a ripetere (con poca o nessuna rielaborazione) formule provate e riprovate.
George Bush è un dirigente che non disdegna di ascoltare le altrui direttive. È un uomo consapevole dei suoi limiti; e proprio per questa ragione la sua scarsa agilità mentale e le sue povere capacità retoriche non si sono rivelate un handicap. In molte apparizioni pubbliche Bush ha evitato di commettere grosse gaffes; a differenza di Ronald Reagan, ha raramente dovuto mobilitare il suo portavoce alla Casa Bianca per rettificare citazioni di fatti completamente sbagliate o per chiarire affermazioni confuse alla fine dei suoi discorsi e in conferenza stampa. Una eccezione significativa avvenne quando Bush dichiarò erroneamente che la Corea del Nord è inaffidabile perché ha la fama di violare i trattati e gli accordi con i giornalisti che gli fecero immediatamente notare che era un'accusa ingiusta dato che non esistono accordi di alcun tipo tra i due paesi. La Casa Bianca spiegò timidamente che il presidente aveva semplicemente fatto un errore di grammatica: aveva usato un verbo al passato quando, in realtà, si stava riferendo al futuro. Poiché la maggior parte della popolazione si interessa in maniera marginale agli affari di politica estera, l'errore passò in sordina o fu comunque dimenticato in fretta. Per quelli che ricordano lo scompiglio e le furiose polemiche che si consumarono nel primo anno della presidenza Clinton, i risultati dell'amministrazione Bush degli ultimi quattro mesi devono mostrare sorprendentemente un notevole grado di affidabilità e sicurezza.
Nello strascico del dopo-elezioni, molti esperti politici avevano previsto che il procrastinarsi del problema della legittimità della vittoria di Bush – insieme alla maggioranza davvero risicata che i repubblicani avevano raggiunto alla Camera dei Rappresentanti e il sostanziale pareggio al Senato – avrebbe impedito alla nuova amministrazione di portare avanti un coraggioso programma legislativo e l'avrebbe costretta ad adottare una linea d'azione centrista molto moderata. Oltretutto, durante la campagna Bush ha insistito più volte sulla necessità del bipartitismo; non ha mai perso occasione di vantarsi della sua capacità di lavorare con esponenti di entrambi gli schieramenti quando era governatore del Texas; e ha promesso agli elettori che avrebbe superato le logiche di fazione per mettere d'accordo la popolazione e portare il governo verso un consenso diffuso. Le cose non potevano andare più diversamente da come era stato pronosticato. Invece di un sottile equilibrio tra un Partito democratico relativamente progressista e un Partito repubblicano fondamentalmente conservatore, gli Stati Uniti stanno oggi sperimentando una decisiva svolta a destra – almeno a livello governativo. In pochissimo tempo George Bush e i suoi amici repubblicani sono riusciti a porre le fondamenta per l'attuazione di un programma politico ben meditato che culminerebbe nel raggiungimento degli obiettivi più importanti della cosiddetta `rivoluzione reaganiana' a) ridurre al minimo il ruolo del governo e privarlo delle risorse finanziarie necessarie per riparare alle ingiustizie sociali; b) eliminare il maggior numero possibile di vincoli alle imprese private e alle grandi industrie, senza tuttavia generare una totale anarchia; c) assicurarsi che le corti federali siano controllate da giudici conservatori; d) contrastare la crescente influenza dei movimenti ambientalisti; e) mantenere alti i livelli dei finanziamenti per il Pentagono in modo da garantire che la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà sul resto del mondo non sia semplicemente schiacciante ma anche insindacabile.
La svolta cruciale della campagna elettorale di George Bush è stata la sua promessa di tagliare drasticamente le tasse. Bush ha sostenuto in maniera appassionata che il saldo attivo nel bilancio apparteneva al `popolo' e quindi doveva essergli restituito. Lasciarlo nelle mani dei politici, sosteneva sempre Bush, voleva dire dissipare il denaro guadagnato dai cittadini americani. In genere si ritiene che questa visione populista crei larghi consensi. E invece qualsiasi sondaggio d'opinione mostrava che la maggior parte della popolazione americana preferiva vedere utilizzato quel surplus per compensare il debito pubblico. Nel mezzo del boom economico, con tassi di disoccupazione estremamente bassi, l'elettorato era più favorevole a una politica di responsabilità fiscale che a una riduzione delle tasse. Inoltre, i tagli alle tasse proposti da Bush erano più allettanti per quella percentuale relativamente piccola di individui con redditi molto alti che per la grande maggioranza degli elettori dei ceti medi e bassi, che – anche da una drastica riduzione delle tasse sul reddito – avrebbero avuto la possibilità di guadagnare quantità di denaro relativamente piccole. E Bush non ha certo attribuito la sua vittoria elettorale all'entusiasmo degli elettori per le tasse più basse. Ad ogni modo è successo che dal momento dell'insediamento Bush ha messo la riduzione delle tasse in cima alla sua lista di priorità. Ha viaggiato da una parte all'altra del paese come se fosse ancora nel bel mezzo della campagna elettorale, nel tentativo di creare un consenso popolare al suo piano di tagli fiscali. Intanto l'economia ha cominciato a mostrare qualche segno di debolezza. E allora Bush ha colto l'occasione per sostenere che era necessaria una politica di tagli per stimolare la crescita economica. Gli economisti hanno fatto notare che la traiettoria a breve termine dell'economia non può essere corretta da un intervento di riduzione delle tasse, che impiega un tempo relativamente lungo per produrre un certo impatto. Questo non ha comunque scalfito la determinazione di Bush, che ha anche inventato una giustificazione piuttosto improbabile per il suo programma: una politica di riduzione fiscale, dice ora, aiuterà la popolazione a superare meglio gli ultimi aumenti esorbitanti del prezzo del petrolio e del metano. In poche parole, l'amministrazione Bush è stata fin dal principio determinata a fare qualsiasi cosa incontrasse l'approvazione, da parte del Congresso, di un bilancio che presentava una massiccia riduzione del gettito fiscale e soltanto un incremento minimo (appena più alto del tasso di inflazione) delle spese di governo. Alla fine c'è riuscito grazie al solido appoggio dei repubblicani (e di qualche voto trasversale dei democratici) sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato. L'opposizione dei democratici si è dimostrata inefficace.
Come hanno sottolineato i democratici, il programma fiscale di Bush in realtà avvantaggerà in modo sproporzionato la parte più ricca del paese, che è quella che ha meno bisogno di un sostegno finanziario. Questo però non significa che la motivazione fondamentale che ha spinto Bush sia di arricchire ulteriormente i ceti abbienti – anche se non era certo ostile a questa visione. La drastica riduzione fiscale proposta da questa amministrazione ha un obiettivo più profondo: costituisce il passaggio più importante nel percorso dei conservatori di ridurre al minimo il ruolo del governo. Tasse più basse, non occorre spiegarlo, vuol dire diminuire le entrate che il governo ha a sua disposizione; senza un sufficiente gettito nessuna amministrazione può imbarcarsi in qualsiasi progetto ambizioso a vantaggio di tutta la società o in particolare per il miglioramento della vita dei cittadini più bisognosi. Oggi questa non è una questione che preoccupa molti americani – anche se è scandaloso che una nazione, che sta sperimentando uno stato di prosperità mai vista prima, debba ancora perdere l'occasione di raccogliere le forze e le risorse da rivolgere a quella popolazione di bisognosi e disperati disseminata in generale in tutto il paese e in particolare in certe aree urbane. (Durante la campagna elettorale né Bush né Gore hanno dimostrato un minimo interesse nel cercare un rimedio per le sacche di terribile povertà e di degrado urbano che continuano a esistere negli Stati Uniti). Clinton aveva già tagliato i programmi di assistenza sociale attraverso la cosiddetta riforma del sistema del Welfare. La prossima volta che l'economia subirà una battuta d'arresto, anche se limitata, ci sarà più gente che avrà bisogno di aiuti economici ma il governo non avrà a sua disposizione i fondi per provvedere. Una volta diminuite le tasse sarà praticamente impossibile convincere il Congresso a rialzarle quando ce ne sarà bisogno, e un ritorno a un deficit nella spesa pubblica è quasi inimmaginabile. Arrivati a questo punto, sarà evidente la natura brutale del conservatorismo bushiano.
Ci sono altri progetti che l'amministrazione Bush ha sviluppato per ridurre ulteriormente il ruolo statale nella gestione dell'assistenza sociale. Il piano che ha ricevuto maggiore pubblicità riguarda il trasferimento di fondi dal governo alle Chiese e ad altre Agenzie non-governative con lo scopo di fornire aiuto a chi ne ha bisogno attraverso interventi caritatevoli. Se fosse attuato, questo piano avrebbe non solo l'effetto di minare la rigida separazione tra Stato e Chiesa e consentire a gruppi religiosi conservatori di ampliare ulteriormente la loro già considerevole influenza, ma, dato ancora più significativo, rafforzerebbe l'idea che l'assistenza sociale sia in definitiva un `atto di carità' e non un obbligo sociale del quale lo Stato deve essere responsabile. È diventata un articolo di fede – e non solo tra i conservatori – la convinzione che il governo sia un organismo inefficiente e sprecone. E così Bush, comportandosi come l'amministratore delegato di una multinazionale, oggi propone di nominare le Chiese come aziende subappaltatrici. Nel linguaggio economico questa manovra è chiamata `outsorcing', ossia redistribuzione della gestione aziendale. In realtà il piano di Bush è anche un passo in più verso il ridimensionamento del ruolo del governo come garante della giustizia sociale.
L'attacco al governo e la demonizzazione di `Washington' (ossia della burocrazia e della classe politica), che non ha avuto tregua dai tempi di Reagan viene sempre accompagnata da un'esaltazione non solo dell' `impresa' (in quanto paradigma di efficienza), ma anche dell'abilità del sistema della libera impresa di funzionare come un sistema capace di autoregolamentarsi e di autocorreggersi e che in un modo o nell'altro riesce sempre a produrre soluzioni razionali e logiche a qualunque tipo di crisi. L'amministrazione Bush non ha perso tempo nel fornire all' `impresa' una libertà maggiore di quanta già ne godesse per realizzare profitti senza preoccuparsi dei costi sociali. Sono state riscritte le leggi sulla bancarotta per permettere alle banche di recuperare i crediti con maggiore facilità. Allo stesso tempo, comunque, niente è stato fatto o sarà fatto per controllare le pubblicità ingannevoli con le quali le banche adescano la gente perché corra a chiedere prestiti; né c'è stato un gran dibattito sugli alti tassi d'interesse che le banche fanno pagare sui saldi al passivo delle carte di credito; e non sembra che qualcuno sia molto intenzionato a proteggere i consumatori dagli esorbitanti pedaggi che le banche impongono per operazioni di routine. Nel frattempo, naturalmente, i profitti delle aziende bancarie hanno continuato a schizzare alle stelle mentre il problema dei diritti dei consumatori veniva accantonato. Allo stesso modo si andavano sgretolando i diritti dei lavoratori e insieme la regolamentazione necessaria a garantire la sicurezza del posto di lavoro. E contemporaneamente ci si è sbarazzati delle norme di salvaguardia ambientale in modo da permettere alle imprese di risparmiare il carico economico delle misure per ridurre l'inquinamento, e anche per permetter loro di sfruttare le risorse naturali (foreste, miniere di carbone, giacimenti di petrolio e metano sia in mare aperto che all'interno, in riserve naturali) disponibili in aree di proprietà del governo fin adesso protette.
E al momento attuale l'amministrazione Bush sta orchestrando una crisi energetica artificiale. Che trae vantaggio in modo cinico da due fenomeni, per anticipare l'attuazione del suo piano di governo. In California la privatizzazione della rete elettrica è andata male: per una serie di complesse ragioni, i californiani hanno finito per pagare prezzi astronomici per l'elettricità e, anche in questo modo, le aziende di servizio pubblico non sono riuscite a soddisfare la relativa domanda di elettricità. Soltanto uno dei motivi per cui la rete è andata in tilt va ricondotto all'insufficienza delle fonti di approvvigionamento energetico, ma Bush e Cheney, mentre dichiaravano che il governo federale non avrebbe offerto nessun aiuto allo stato della California per risolvere la crisi, hanno pensato bene di attribuirne la colpa all'inadeguato rifornimento di petrolio e metano. Questa non è che una parte della loro strategia per consentire l'estrazione di petrolio e metano in nuove ampie porzioni di territorio (comprese le riserve naturali dell'Alaska) e in aree in mare aperto. Nel frattempo negli Stati Uniti il prezzo della benzina è considerevolmente salito. In diverse parti del paese, gli automobilisti pagano oggi tre dollari per un gallone (pari a 3,8 litri). E se per gli europei questa non è una cifra scioccante, qualsiasi americano la trova un balzello estremamente oneroso. Ancora una volta Bush sta cogliendo l'occasione per spingere verso un aumento dell'estrazione interna di petrolio e gas naturale, e ha chiesto a Cheney di preparare un ampio `piano energetico'. Le idee di Cheney sull'argomento sono ben note: egli è a favore di un maggior rifornimento di combustibili fossili, ha poca fiducia nello sviluppo delle fonti di energia alternativa, e disprezza la stessa nozione di risparmio energetico. «Il risparmio – ha dichiarato Cheney in un recente discorso – dovrebbe essere il segnale di una virtù personale, ma non è una base sufficiente per una sicura e ampia politica energetica». All'industria automobilistica non sarà chiesto di costruire macchine più piccole e più efficienti; e ai produttori di accessori per la casa e condizionatori d'aria non verrà imposto nessun nuovo parametro. E saranno anche ridotti i finanziamenti per le promettenti ricerche sulle fonti di energia non convenzionale (come l'energia eolica e solare). Cheney ha anche indicato che l'unica strada per aumentare l'energia senza danneggiare l'ambiente è di cominciare a costruire nuove centrali nucleari. Insomma la politica energetica dell'amministrazione Bush è un altro importante elemento costitutivo nel complessivo programma di conservatorismo teso a togliere al governo il potere di regolamentazione e a dare alle industrie carta bianca per inseguire il profitto con poca o nessuna attenzione per il bene comune.
Su un altro fronte, quello della sicurezza nazionale, l'amministrazione Bush sta preparando una miniera d'oro per un altro settore industriale. Quando verrà approvata la proposta dello `scudo stellare' migliaia di miliardi di dollari dei contribuenti finiranno nelle fauci delle industrie belliche. La Lockheed, la Boeing e altre società appaltatrici saranno le prime beneficiarie di questo sogno utopistico della produzione dello scudo perfetto contro le minacce militari esterne. È un sogno che rimanda all'era reaganiana e che è stato tenuto in vita, tra gli altri, da Cheney e Rumsfeld (l'attuale Segretario alla Difesa). È un sogno che non può essere impedito da nulla: né dai trattati, né dalla fine della guerra fredda, né dall'emergere di un `nuovo ordine mondiale', e neanche dalla paura di una nuova corsa agli armamenti. Lo scudo non contribuirà in nessun modo alla causa della pace ma è una manna dal cielo per alcune delle più importanti multinazionali.
È impossibile sottovalutare il livello a cui l'amministrazione Bush è stata capace di portare, in così poco tempo, la sua opera di costruzione di un sistema di governo che ridurrà lo Stato a un semplice metronotte (garante della legge e dell'ordine) e lascerà ogni altra cosa in balia delle forze dei mercati. I successi dell'amministrazione Bush sono dovuti, in larga misura, alla disciplina e alla capacità manageriale del partito conservatore in Usa. E stanno lì come un atto d'accusa alla frammentazione dell'opposizione di sinistra, e soprattutto alle false promesse e alle delusioni della `terza via' propagandate in modo entusiastico da Clinton. Già appena dopo essere stato eletto, è stato evidente che Clinton, con tutto il carisma e la popolarità di cui godeva (per non parlare del consistente mandato elettorale), non sia riuscito a realizzare molto. Nella sua corsa alla Casa Bianca Bush si è presentato come un moderato – o, per usare le sue parole `un conservatore compassionevole' – proprio come, otto anni prima, Clinton si era presentato all'elettorato come un democratico sensibile alle forze dei mercati. Nei suoi otto anni di mandato, Clinton ha parlato spesso come un politico progressista ma la sua politica di fatto è stata diretta primariamente ad accontentare il mondo dell'industria. In soli quattro mesi, Bush è riuscito ad accontentarlo anche di più senza far nulla per attenuare la brutale avidità di un capitalismo senza freni. Quanto ci metterà la sinistra a imparare che i conservatori non possono convertirsi e diventare moderati senza mettere in pericolo i princìpi di giustizia e di uguaglianza sociale? Perché i politici progressisti non cercano di conseguire gli obiettivi legati alla visione di un mondo giusto e umano – un mondo in cui il bene comune prevale sul desiderio di potere del singolo – con la stessa determinazione e risolutezza con cui i conservatori combattono per i loro?
Joseph A. Buttigieg insegna alla Notre Dame University, Indiana
(Traduzione di Christian Raimo)