numero  18  giugno 2001 Sommario

Le lezioni della sconfitta

POLITICAMENTE SCORRETTO
Giorgio Cremaschi  

Seguendo l'indirizzo di Luigi Pintor sul «manifesto», queste prime riflessioni a caldo sul voto conterranno degli elementi politicamente scorretti. Esse sono buttate giù sotto l'influenza di due fatti di segno opposto: il grande successo dello sciopero dei metalmeccanici, che marca già un'indicazione di ripresa, la campagna contro Fausto Bertinotti di «Repubblica», Moretti, D'Alema, Castagnetti e altri, che davvero chiarisce all'Ulivo, perché l'Ulivo ha perso le elezioni.
L'accusa a Rifondazione è tecnicamente falsa, (alla Camera i voti di questo partito si sono in gran parte sommati nel maggioritario al centro-sinistra), ma è indicativa dello spirito politico con il quale l'Ulivo ha condotto e perso la campagna elettorale. Ciò che si chiedeva era un puro voto contro Berlusconi, contando così di superare ogni difficoltà, contraddizione, vuoto programmatico e di coalizione. L'Ulivo voleva vincere pensando di poter assorbire i voti degli elettori del Prc e di Di Pietro senza assumersi nessun vincolo programmatico, politico e neppure di tattica elettorale che limitasse la sua espansione verso il centro. Voleva vincere contro Berlusconi, ma senza riaprire davvero la 'questione morale', lasciata a Luttazzi ed alla stampa estera. Voleva vincere contro il centro-destra, ma non contro il programma di Parma della Confindustria, non contestato da Rutelli, accettato da Fassino, elogiato da Letta. Ricordiamo la campagna del `96. Allora si riuscì a definire un principio di confronto programmatico sotto il tema: come entrare in Europa senza un massacro sociale. Fino ad un famoso confronto televisivo ove il programma di privatizzazione sanitaria del Polo fu smascherato in modo per esso rovinoso. Nulla di tutto questo è avvenuto ora. L'attacco a Berlusconi copriva un'assenza di identità programmatica, per cui si piangeva per il cambio di cavallo di Agnelli e gli si contrapponeva il sostegno di quel conte Marzotto promotore del referendum sui licenziamenti. Si esaltava il sostegno a naso turato di Indro Montanelli e della stampa conservatrice europea. Si scrivevano nel programma rutelliano propositi sulle pensioni e sulla flessibilità di puro stampo blairiano. Ma tutto questo veniva coperto dalla ricercata personalizzazione dello scontro, che permetteva di chiedere voti per Rutelli e di lasciarsi le mani libere per il dopo, anche a costo di farsi accusare dalla destra di copiarne i programmi, secondo il più puro modello americano. Questa scelta di non avere identità programmatica e di puntar tutto sulla personalizzazione dello scontro è anche la ragione politica della scelta di non fare accordi con Rifondazione.
Le liste civetta si sono rivelate inutili per il centro-sinistra, che secondo accreditati esperti non ne ha ricavato un solo seggio in più, mentre la destra ne ha strappati sette a Rifondazione. Non credo che i gruppi dirigenti del centro-sinistra siano degli sprovveduti sino a questo punto. Penso invece che la scelta di rendere impraticabile ogni intesa tecnica con il Prc sia stata ben meditata, contando sul fatto che la campagna elettorale all'americana, la cancellazione mediatica di tutti i non coalizzati, il riflesso del voto utile, alla fine cancellassero Rifondazione e tutti gli altri. Il Girasole e il Pdci hanno tranquillamente disperso nel proporzionale un milione e mezzo di voti, pari a una decina di deputati nelle liste maggiori. Queste forze sapevano benissimo prima del voto che il quorum per esse non era raggiungibile: perché allora tentare la sorte mentre si declamava la necessità del sacrificio delle identità per il bene della lotta a Berlusconi? Perché si era prima di tutto deciso che era meglio perdere da soli che vincere con il Prc.
Il gruppo dirigente del centro-sinistra non ha mai cercato di allargare politicamente la propria coalizione, né verso sinistra né verso il centro. Esso ha pensato di prendere i voti di Rifondazione, di Di Pietro, di D'Antoni e persino dei radicali saltando qualsiasi dialogo con i gruppi dirigenti di queste forze. Esempio di ridicolo giacobinismo televisivo, con l'aggravante che gran parte del personale politico che lo sosteneva, di provenienza Pci e Dc è cresciuto alla scuola della supremazia degli accordi di vertice tra gruppi dirigenti.
Per l'Ulivo le elezioni erano prima di tutto un'occasione di semplificazione del quadro politico in senso maggioritario, obiettivo rispetto al quale poteva persino essere sacrificata la possibilità del successo.
La destra invece ha operato per coalizzare tutto ciò che era coalizzabile, da Adornato fino a Rauti. Berlusconi si è unito con Bossi, verso il quale doveva avere ben più elementi di rivalsa di quelli del gruppo dirigente del centro-sinistra verso Bertinotti. Il fatto che alla Camera il voto per la destra sia nel maggioritario inferiore al 50% e superiore di meno di due punti a quello dell'Ulivo, non vuol dire molto. Al proporzionale le forze della coalizione berlusconiana raggiungono la metà dell'elettorato: da lì sono state tratte forze sufficienti per vincere al maggioritario. Nell'altra metà dell'elettorato questo non è specularmente accaduto e le responsabilità non possono che essere attribuite alla guida della coalizione.
Il centro-sinistra dava per scontata la sconfitta al Nord e pensava di giocare la partita decisiva nel Mezzogiorno. Qui invece ci sono state autentiche catastrofi mentre nel Nord Berlusconi non ha ripetuto il risultato del `94, nonostante la coalizione di destra fosse più ampia di allora.
Il voto del Sud è il vero indice dello smottamento sociale del paese e del fallimento della politica economica del centro-sinistra. In un convegno della Cgil tenutosi a Bari alla vigilia delle elezioni si è potuta misurare l'assoluta incomprensione di quanto stava avvenendo. Là è stata presentata un'analisi incredibilmente ottimista sul nuovo sviluppo del Sud. La realtà è che il Mezzogiorno dei contratti d'area e dello smantellamento dell'intervento pubblico, invece che farsi affascinare dallo sviluppo territorialmente autocentrato e dal capitalismo della new economy, si è buttato con disperazione verso i rinnovati centri delle clientele, del voto di scambio e dello stesso ristrutturato potere mafioso, votando in massa il partito che meglio interpretava questa restaurazione democristiana: Forza Italia. Centro-sinistra e Cgil non hanno capito nulla di quanto stava avvenendo.
Il recupero contro Berlusconi al Nord è dovuto a diversi fattori, anche intrecciati fra loro: il crollo della Lega, l'avanzata della Margherita, la tenuta di Rifondazione, il risultato di Di Pietro che, anche se non sommabile all'Ulivo, sottrae forze alla destra. Tutto questo indica una situazione sociale che ha una tendenza di segno opposto a quella del Mezzogiorno. Una situazione di cui si aveva già sentore nei luoghi di lavoro. Certo, molti operai hanno votato per la destra, ma meno di quanto si potesse pensare un anno fa, mentre molti di più hanno dato la fiducia al centro-sinistra e al Prc. Non avremo il fastidio di sentire per queste elezioni le sentenze sulla fine della classe operaia che accompagnarono la vittoria del candidato del Polo nel seggio di Mirafiori sud nel 1994. La vittoria di Berlusconi ricostruisce un blocco politico e sociale che somiglia a quello dei trionfi democristiani del passato. E questo sottolinea ancor di più il ridimensionamento del voto alla sinistra. Di gran lunga il più basso d'Europa.
Questo risultato viene da lontano e sono poco comprensibili nei Ds contrapposizioni che, dopo il voto, oppongono la via socialdemocratica a quella ulivista. Il principale esponente dei Ds della prima ipotesi ha passato il tempo a polemizzare con le chiusure della Cgil, quando questa seguiva una politica salariale tra le più moderate. Dall'altra parte la linea ulivista ha finito per cedere il comando ad un ceto politico liberaldemocristiano. Ecco allora il paradosso della Margherita, che festeggia il proprio risultato di fronte alla sconfitta della coalizione, mentre è proprio l'indebolimento della sinistra che rende l'Ulivo strategicamente non competitivo con Berlusconi. Più cresce il centro dell'Ulivo, più questa coalizione perde le elezioni, questa è la realtà dal voto delle europee ad oggi. Eppure una sinistra ridotta al 20% non fotografa lo stato sociale del paese. Le manifestazioni di metalmeccanici del 18 maggio non sono solo il segnale di una reazione della parte più militante del sindacato, ma l'avvisaglia di una nuova possibile fase di lotte. Gli scioperi degli insegnanti, le lotte degli studenti, il movimento diffuso contro la globalizzazione, che sicuramente a Genova registrerà un passaggio nuovo, anche per la partecipazione ufficiale della Fiom, tutto questo ci fa dire che oggi, pur tra infinite difficoltà, è in atto, un disgelo dei movimenti. Che però si incontra con la continuità della crisi politica del centro-sinistra e della sua incapacità di fare coalizione. A tutte le sconfitte dal '99 ad oggi il centro-sinistra ha reagito accentuando la vocazione centrista, e quindi riducendo la propria capacità di aggregare forze. Se a queste elezioni ci fosse davvero stato quel pareggio al Senato da tanti auspicato, questa vocazione centrista avrebbe avuto la sua conclusione con un governo `tecnico' di unità nazionale. Naturalmente si può pensare che un governo Fazio avrebbe segnato la crisi del progetto berlusconiano. Ma da quale prospettiva? La sinistra di governo sarebbe stata tutta cossuttizzata, e come mostra il voto, Rifondazione non avrebbe avuto la forza di supplire alla dissoluzione dei Ds. E la Cgil sarebbe stata probabilmente costretta ad una ripetizione del 31 luglio 1992. La storia e la politica non si fanno con i sé, ma è un bene che questa ipotesi non si sia realizzata.
E veniamo allora ai Franti della sinistra, a coloro che ridono mentre il popolo piange. Rifondazione ha condotto una drammatica battaglia di sopravvivenza, necessaria non solo a se stessa, ma a tutta la sinistra, a tutto lo schieramento contrapposto alla destra. Se essa fosse andata male, come in tanti speravano, il consolidamento della maggioranza berlusconiana sarebbe oggi di più lunga prospettiva. D'altra parte questo partito deve maturare la consapevolezza che il voto acquisito è soprattutto un investimento, non a lungo termine, per la ricostruzione della forza e della identità della sinistra. Da qui la necessità di maturare in fretta una dimensione unitaria della propria battaglia, che non può che partire dalla ripresa del confronto e dell'approfondimento programmatico, magari accompagnate da una maggiore astuzia tattica. Il Prc deve sperare, ed operare in modo, che i Ds non si sciolgano e siano quindi costretti a ridefinirsi. Impresa ardua, ma senza la quale la sinistra diventerà sempre più marginale e l'americanizzazione della politica italiana sempre più forte. Il successo di ogni impresa di ricostruzione della sinistra richiede anche un passaggio selettivo nella sinistra diffusa, a partire dal «manifesto» che più la rappresenta. La transizione è finita anche per le organizzazioni politiche post `89: questo è ciò che resta in campo, nel bene e nel male, questo è ciò su cui si deve lavorare.
Nel 1994 i lavoratori travolsero il primo governo Berlusconi e crearono le basi per la vittoria del `96 dell'Ulivo, mentre assegnavano al sindacato confederale un ruolo decisivo nella concertazione. Tutto quel quadro è progressivamente franato, su entrambi i fronti, quello politico e quello sindacale. La vittoria di Berlusconi chiude un ciclo, ma, per fortuna, è già accompagnata da diversi segnali di ripresa. L'importante è non ripetere gli errori che hanno rimesso in sella il cavaliere ed i suoi alleati-protettori confindustriali.
Per questo la conclusione politicamente scorretta di queste considerazioni porta ad accompagnare la rabbia per la vittoria della destra alla convinzione che la sconfitta del centro-sinistra ha una sua logica e, speriamo, un suo effetto istruttivo. Ma forse qui siamo troppo ottimisti.


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