numero  18  giugno 2001 Sommario

Tre punti per i Ds

IDENTITA' STRATEGIA LEADERSHIP
Giorgio Ruffolo  

Uno potrebbe cavarsela così: «In fondo, che cosa è successo? La massa dei voti del centro-destra e del centro-sinistra continuano, grosso modo, ad equivalersi. La vittoria di Berlusconi è figlia del nuovo sistema elettorale. Ed è dovuta non a spostamenti politici tra la destra e la sinistra, ma a composizioni e a scomposizioni al loro interno». E direbbe una sciocchezza.
Infatti. Primo: il sistema elettorale è una scelta politica, non un codice della strada. Chi l'ha fatta, o almeno accettata, ne deve accettare, politicamente, le conseguenze. Secondo: la struttura delle forze politiche contrapposte è un fatto politico altrettanto importante di quanto lo sia la loro ampiezza. Se il centro-destra si è ricomposto, mentre il centro-sinistra si è scomposto, questo è un fatto politico rilevantissimo.
È per questo che, se non vogliamo fare tifo, ma un ragionamento politico, dobbiamo dire: Berlusconi ha vinto, nettamente. E la sinistra ha perso. Poteva andare peggio? Lascio la risposta al bravissimo Altan.
Dunque, il fatto politico fondamentale è che il centro destra si è ricomposto, in tutta la sua estensione, e il centro-sinistra si è scomposto, in tutti i sensi.
Mi occupo di quest'ultimo. E passo in rassegna rapidamente i tre aspetti fondamentali di quella scomposizione: l'effetto Bertinotti, l'effetto Margherita, il difetto Ds.
Quanto al primo, la perplessità prevale sull'indignazione. Volendo applicare la formula spinoziana, di capire anziché di detestare, ciò che è difficile è proprio questo. Un partito della sinistra dura ha a disposizione, nel caso di un confronto tra sinistra moderata e destra più o meno moderata, grosso modo due alternative. Quella che i comunisti, quando erano tali, applicarono in Russia, e gli andò bene, e in Germania, e gli andò malissimo. Puntare tutti i cannoni contro la sinistra riformista, per precipitare l'evento rivoluzionario. Ma qui non c'è nessun evento rivoluzionario, non c'è un partito rivoluzionario, e neppure uno comunista (l'aggettivo è carico di emotività e totalmente vuoto di significato). Quello di Bertinotti è un partito, come altri in Europa di questo tipo, che si colloca, anche se a malincuore e senza troppo farlo sapere, in una prospettiva di riformismo, per quanto radicale, movimentistico, espressionistico, contestativo: sinistra pugnace, contestatrice di un riformismo dichiarato debole. Del resto, questa era stata la collocazione di Rifondazione nel '96, quando responsabilmente appoggiò il centro-sinistra nel momento delle sue scelte meno popolari, delle stangate finanziarie durissime, dell'ingresso nell'euro: scelte non certo `di sinistra'. Quando si sta a sinistra della sinistra, che senso ha contribuire a consegnare la vittoria alla destra? Eppure è proprio questo che Bertinotti ha fatto, consapevolmente, si suppone, altrimenti egli ricadrebbe nella terza legge aurea della stupidità sancita da Carlo Maria Cipolla, che suona così: «causare un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita». Una scelta sofferta? Non pare, a giudicare da come si è presentato in televisione, dopo il prevedibile esito di quella scelta, come un picchio allegrissimo.
Passiamo alla Margherita. Qui spicca l'incontestabile successo di Francesco Rutelli. Ha forgiato da quattro cocci una forza politica. Ha condotto instancabilmente e coraggiosamente una campagna elettorale difficilissima, tutta in salita. Non è riuscito a conquistare la maglia gialla, ma quella verde del premio della montagna, sì. Si è imposto come leader politico di primo piano. Il successo della Margherita è soprattutto il suo, personale. Il suo limite è che non ha strappato forze a destra, le ha guadagnate soprattutto a scapito della sinistra. Ma, come vedremo subito, non è colpa sua.
E veniamo alle note più dolenti. Che sono quelle dei Democratici di sinistra giunti, dopo essersi dissanguati per gli altri, al minimo storico dei voti, prossimo ormai al massimo storico craxiano. Voglio dire le cose che penso con amara partecipazione, senza rancori del dopo (dal momento che le ho dette quasi tutte anche prima) ma senza diplomazia, ché non è proprio il momento.
In che cosa si è mancato? Dove si è sbagliato?
Prescindo con qualche sdegno dalle frottole letterarie che sento raccontare da chi avrebbe da leccarsi qualche ferita: che è mancata la poesia, il sogno, la fantasia e altre indecorose frescacce.
Di certo, non è mancata una classe di governo. La classe di governo che la sinistra ha saputo esprimere è stata di prima classe. I suoi ministri sono stati quasi tutti quanto di meglio. E hanno fatto, con tre ottimi Presidenti del Consiglio, quanto di meglio.
Le debolezze non stanno di certo qui.
È vero che quell'esperienza di governo è stata sotto-valorizzata. (Solo un esempio: non ho sentito citare neppure una volta dai `nostri', di fronte alle sprezzanti stroncature di tracotanti `polisti', il giudizio sui successi del governo italiano espresso dalla massima e più arcigna tribuna economica del capitalismo mondiale, l'Ocse, che l'ha definito, nel suo rapporto sull'Italia, impressive. Pure era molto più importante quella testimonianza positiva, che non i ben più citati attacchi della stampa estera a Berlusconi: ineccepibili, ma non so quanto produttivi).
Credo però che la debolezza di un partito che è quasi scomparso dalla visibilità della campagna elettorale, sia dovuta a cause più lontane e profonde. Voglio riassumerle in tre grandi `non è vero', risalendo alle conclusioni conclamate nel Congresso di Torino.
Non è vero che il problema dell'identità politica di questo partito sia stato risolto a Torino. Si disse che il partito aveva definitivamente fissato la sua collocazione nel socialismo democratico europeo. Ma quando si fissa un'identità si adotta anche una carta d'identità. Che cosa impediva la scelta del nome, socialista, conseguente alla scelta della cosa (il nome della rosa!) se non le pesanti riserve inespresse da tanti, nel partito: retaggio di vecchi rancori e ricerca di nuove fumosità? Queste riserve sono rimaste nella pancia del partito e ne hanno minato l'identità. Quando si perde una identità così forte come quella comunista, occorre identificarsi con una altrettanto forte, storicamente. Da un continente bisogna approdare a un altro, e non navigare nell'arcipelago di un internet indefinito. Quelle rèmore rinviavano spesso, anche se non sempre esplicitamente, al disegno, un po' vago e impressionistico, di un `partito democratico'. Ora, io mi guardo bene dal negare la legittimità di quel disegno, anche se non lo condivido affatto. Ma se c'era, come c'era, occorreva avanzarlo esplicitamente, al Congresso. Invece, per evitare contrapposizioni (il doroteismo non è morto, se mai si è trasferito) chi era convinto di quel disegno si è ben guardato dal renderlo esplicito. Ha preferito che restasse nella `pancia'. E quando qualche cosa resta nella pancia, finisce per guastare il sangue. Un partito non può restare saldo e credibile quando nel suo interno si solleva, senza sottoporlo a una scelta precisa e recisa, un dubbio esistenziale.
Non era vero che il Progetto Sinistra 2000, che pure aveva mobilitato tante energie intellettuali e suscitato tanti consensi, fosse diventato parte organica della strategia del partito. La prova si è avuta con il derisorio fallimento di una Conferenza programmatica, naufragata in un aula sorda e vociante, a tutt'altro interessata. Quello doveva essere il momento di suggellare con impegni precisi il messaggio del partito alla coalizione e alla società. Si è invece ripetuto il `flop' degli Stati Generali. Dai quali avrebbe dovuto nascere la nuova Cosa, attraverso una vasta interrogazione politica e sociale, e non una cosina, attraverso un'aggregazione di piccoli cespugli. Si è così perduta due volte di seguito l'occasione di valorizzare l'azione di governo, presentandola non come un rendiconto, ma come la tappa di un processo progettuale, che da quella riceveva verifica e credibilità.
Non era vero che si fosse realizzata una leadership unitaria. Immediatamente dopo Torino è riemersa, più sfacciata di prima, la balcanizzazione di correnti gruppi e persone. E il partito si è richiuso sulle sue beghe, delle quali non si vede chi possa interessarsi in questo paese, se non giornalisti pettegoli e ripetitivi. L'esito è stato davvero incredibile. Quando è cominciata la battaglia, i generali stavano nelle province. A combattere valorosamente le loro battaglie, non c'è dubbio: non si tratta certo di diserzione, ma di defezione del Comando Supremo. Sparito. Il partito, nel suo corpo vivo, si è speso per la coalizione. Rutelli non è stato lasciato solo. C'è stata anche una trasfusione di sangue. Ma non compensata da sangue nuovo. I donatori ne sono rimasti indeboliti.
E adesso? Adesso si invoca un Congresso. Più che giusto, è ovvio. Ma intendiamoci. Se dovesse essere per dilaniarsi in un regolamento dei conti, io non credo che chi ha scelto questo partito per partecipare a una bella performance se la sentirebbe di assistere a una brutta farsaccia. Anche perché ad alcuni toccherebbe l'ingrata sorte di vederla due volte.
C'è una alternativa meno deprimente. Ed io la riassumerei nel motto di Troisi: «ricomincio da tre». I tre problemi irrisolti a Torino, si tratta di riaffrontarli: quello dell'identità, quello della strategia, quello della leadership. E quest'ultima, inequivocabilmente, dovrebbe discendere dalla soluzione dei primi due. Un leader, uno e indivisibile; ne abbiamo estremo bisogno: ma che sappia circondarsi di un vero gruppo direzionale, compatto e coeso. Senza famigli.
Una volta ricomposto nella identità, nella strategia, nella leadership, il partito potrebbe dedicarsi al suo compito più alto e forte: quello di `fondare' finalmente una grande sinistra riformista, socialista europea e democratica in Italia.
Qualunque cosa si possa pensare di Berlusconi (e io continuo a pensare oggi quello che pensavo ieri) la sua vittoria offre alla sinistra come alla destra un vantaggio inestimabile: una fase di stabilità politica. Credo e mi auguro che questa volta non ci saranno ribaltoni. Mi auguro che ci sia, come c'è stato un buon governo, una buona opposizione.
Per questo è necessario ricomporre l'Ulivo non come un pollaio rissoso, ma come grande alleanza tra due forze, una di sinistra e una di centro. Il successo della Margherita e il fallimento dei volteggiatori presuntuosi faciliterà enormemente questo compito.
Per questo è necessario ricomporre la sinistra. La sinistra politica, certo. Al di là dei rancori, credo che sia indispensabile aprire un confronto leale, aperto, privo di `riguardi' ma anche di calci negli stinchi, con la sinistra di Rifondazione. Tra i calci negli stinchi da evitare ci metto, detto tutto il male che si poteva di Bertinotti e delle sue incomprensibili scelte, dell'altrettanto incomprensibile incapacità di risolvere il problema delle cosiddette liste civetta. Se le cose stessero come gli esperti di tecniche elettorali mi dicono (io non lo sono) davvero ci sarebbe da chiedersi se anche dalla nostra parte si sia reso omaggio alla terza legge della stupidità di Cipolla. Io mi rifiuto di credere – come diceva quel tale – che Rifondazione possa sottrarsi a un confronto aperto sul destino della sinistra. Si tratta anche, naturalmente, di risolvere la `piccola questione socialista': l'anomalia di socialisti senza fissa dimora, e che pure si sono onestamente battuti per la vittoria del centro sinistra. Ma la `fondazione socialista' di cui parlo non può ridursi a una federazione degli sconfitti, e non può contenersi entro i termini ristretti di un'operazione politichese, come è avvenuto per la Cosa Due.
Occorre aprire il confronto con le grandi istanze della società della sinistra reale e potenziale: con il mondo del lavoro, con il mondo ambientalista, con il mondo associativo, con il mondo della cultura. Occorre istituire una qualche forma di consulta permanente tra la sinistra politica e la sinistra sociale, perché l'operazione non risulti effimera e asfittica, e perché il `progetto' non resti un messaggio nella bottiglia, ma il punto di riferimento permanente di una elaborazione politica continua.
Non si tratta però soltanto di ricomposizioni e di alleanze. Si tratta anche di nutrire la strategia politica di una seria riflessione sulle correnti pesanti che hanno contribuito a determinare, al di là dagli errori e dalle responsabilità contingenti, la vittoria di Berlusconi in Italia e che, fuori d'Italia, stanno trasformando il teatro sociale e politico in Europa, e quello geopolitico del mondo.
Non è questa la sede. Ma prima di capire le conseguenze della scelta di questo o di quel leader bisognerebbe cercare di capire che cosa sta succedendo, di veramente importante, in Italia, in Europa, nel mondo.
Per esempio. Perché le nuove rivoluzioni tecnologiche abbiano dissolto il blocco sociale tradizionale sul quale si fondava la sinistra; e come ad essa tocchi il compito, non più di riflettere e di rappresentare un blocco sociale determinato, ma di costruirne uno nuovo, attorno ad un progetto di società.
Perché la dissoluzione delle ideologie abbia lasciato campo libero all'esplosione di un privatismo di massa, che si esprime politicamente in una specie di bonapartismo mediatico; e come ad esso non si possa più rispondere con lo statalismo, ma con nuove e avanzate forme di autoorganizzazione sociale.
Perché lo scatenamento della potenza finanziaria transnazionale abbia minato alla base il potere e la struttura degli Stati nazionali, creando una condizione di anarchia mercatistica e di leggerezza istituzionale; e come a questo tremendo rischio di sopraffazione della democrazia si debba rispondere da sinistra non rinserrandosi nelle Maginot nazionalistiche, ma con la costruzione di nuove strutture politiche sovranazionali, quale dovrebbe essere l'Europa oggi, e ancora non è, coinvolta com'è in una continua crisi di gestazione.
Perché la nuova leadership americana, con il sostegno di un nuovo possibile cavallo di Troia europeo, minacci oggi di silurare definitivamente quel progetto: il che farebbe dell'era clintoniana americana e di quella socialdemocratica europea una breve parentesi, niente più che una pausa della grande controffensiva capitalistica; e come, per scongiurare questo pericolo, i socialisti europei – che in Europa cominciano a perdersi i pezzi – dovrebbero contrapporre a questo nuovo assalto, non un modello di liberismo compassionevole, ma un modello di economia sostenibile e di società giusta la quale, di nuovo, non è concepibile se non a una scala comparabile a quella americana.
Ci sono molti altri perché e molti altri come.
Ma, mentre essi sono oggetto di ottimi esercizi seminariali, non varcano le soglie della cucina politica. Lì, purtroppo, si avvertono altri odori, si sentono altri sapori. Questa schizofrenia sta diventando, per la sinistra, mortale. Detto ancora una volta senza diplomazia: se oggi si ricominciasse a lottare attorno a bandierine logore e ingloriose, per la spartizione di territori sempre più angusti, meglio sarebbe, per chi non ha vocazioni masochistiche, dare un addio alla sinistra. Chi vince? Chi perde? Pluto, Pippo o Paperino? Come diceva Anna Magnani all'Onorevole. «Lei nun se pò nemmeno crede' quanto nun me ne freghi gnente».


Inizio Sommario