numero  18  giugno 2001 Sommario

Istantanee da alcuni collegi

SIGNORI E POPOLANI NELLE URNE DEL 2001
Cani, Perini, Bonalumi, Greco, Del Fattore, Catalano  

Lanciare qualche scandaglio provvisorio nell'universo sociale del voto del 13 maggio mentre ancora si sviluppa, e si accende, la discussione sul significato politico generale del risultato elettorale può essere utile almeno a segnalare un terreno di analisi e di giudizio tanto poco praticato quanto indispensabile a decifrare i significati più profondi degli spostamenti elettorali e a indicare alla sinistra le direzioni di un impegno di riflessione e di recupero. Abbiamo perciò pensato di chiedere ad alcuni nostri collaboratori di tentare l'impresa non facile di compiere una prima esplorazione degli orientamenti elettorali di alcune aree a composizione sociale apprezzabilmente diversa in zone metropolitane significative: Torino, Milano, Brescia, Roma, Napoli.
Qualche indizio già emerge: un più sostenuto astensionismo nelle zone popolari, un affievolirsi del rapporto (che non scompare) fra collocazione nella società e nella produzione ed espressione elettorale, una caduta secca della Lega nelle zone popolari del Nord, la verificata omogeneità dell'avanzata di Forza Italia. Molte cose note (ma per la memoria corta di molti, repetita juvant) e qualche novità che sarebbe bene far entrare subito nella discussione postelettorale a sinistra.


Torino dalla collina a Mirafiori
(a cura di Stefano Cani)

Nel panorama italiano, Torino va in controtendenza. Nella città della Fiat l'onda berlusconiana non è passata. Le ragioni sono diverse, ma quella principale è nella forte partecipazione al voto dell'elettorato di sinistra che aveva in parte disertato le urne in occasione delle elezioni regionali dello scorso anno. Nei 919 seggi cittadini dodici mesi fa andarono a votare 537.812 elettori; quest'anno sono stati centomila in più.
Una prima spiegazione del ritorno alle urne della sinistra sta nell'effetto Berlusconi: alle regionali del 2000 si `rischiava' di rieleggere un presidente di centro-destra, Enzo Ghigo, che appartiene all'area moderata di Forza Italia e che, tutto sommato, non aveva combinato grandi disastri nei primi cinque anni di governo. Questa volta invece il rischio era quello di consegnare il paese a Berlusconi. L'effetto si vede nella ripartizione dei voti per collegio: se si distribuiscono negli otto collegi torinesi della Camera i voti ottenuti dalle coalizioni alle regionali di dodici mesi fa, si scopre che il centro-destra avrebbe conquistato ben cinque seggi. Quest'anno invece ha vinto in un solo collegio. Tanto che l'Ulivo ha quasi ripetuto in città il risultato del '96, quando conquistò tutti i collegi di Camera e Senato. Quest'anno ne ha conquistati 7 su 8 alla Camera e 3 su 4 al Senato.
Fatta questa premessa generale, esistono poi ragioni specifiche, errori di singoli personaggi, episodi particolari che hanno contribuito a comporre il quadro. La prima di queste spiegazioni parziali è nella concomitanza del voto politico con quello amministrativo. Il rischio che l'onda favorevole alla destra finisse per consegnare anche il governo di Torino alla Casa delle Libertà era, ed è mentre scriviamo queste note, molto forte. Soprattutto si temeva che il candidato sindaco della destra, Roberto Rosso, potesse conquistare Palazzo civico fin dal primo turno. Questa eventualità ha finito per mobilitare l'elettorato di sinistra come se il voto del 13 maggio fosse una specie di ballottaggio anticipato. Con questa avvertenza va letto il singolare risultato ottenuto in città da Rifondazione: al proporzionale della Camera il Prc ha totalizzato 44.310 voti che sono diventati 35 mila al Senato dove effettivamente, votando per Bertinotti, si correva il rischio di fare un grosso favore all'uomo di Arcore. Ma il vero risultato clamoroso è nel voto alle elezioni comunali dove il Prc è crollato a 16 mila voti, perdendone ben 27 mila nei pochi secondi che passano dal voto di una scheda all'altro. Il crollo si spiega solo con l'effetto psicologico di cui sopra: buona parte dell'elettorato torinese di Rifondazione ha scelto di indicare sulla scheda il nome di Sergio Chiamparino, candidato dell'Ulivo, senza indicare, come era possibile, anche il simbolo di Rifondazione. L'aspetto curioso è che, se l'intento era quello di scongiurare la vittoria al primo turno del candidato della destra, l'obiettivo si sarebbe raggiunto ugualmente votando per Marilde Provera, candidata a sindaco di Rifondazione.
Tornando a una prima, sommaria, analisi del voto per le elezioni politiche, la vittoria della sinistra si spiega anche con l'errore compiuto dalla Casa delle Libertà nella scelta delle candidature. Il criterio prevalente è stato infatti quello di indicare nei collegi personaggi che rispondessero a due criteri: l'essere particolarmente `danarosi' e dunque in grado di pagare una campagna elettorale molto costosa (un po' come i cavalieri romani che dovevano sborsare di tasca propria la somma per il cavallo e l'armatura) e l'aver dimostrato di controllare consistenti pacchetti di voto in elezioni precedenti. Questo ha prodotto due casi emblematici che chiameremo, per comodità, il caso Scanderebech e il caso Comba.
Deodato Scanderebech, braccio destro di Roberto Rosso ed esponente dell'ala social-populista di Forza Italia, è stato considerato fino al 13 maggio un'autentica macchina da voti. Alle regionali dello scorso anno aveva ottenuto migliaia di preferenze nonostante la difficoltà, da non sottovalutare, di un cognome particolarmente ostico da scrivere sulla scheda. Questo suo punto di forza è stato considerato prevalente su ogni altra considerazione. Così Scanderebech è stato candidato nel collegio della Camera più aristocratico, il numero 6 della collina. Il risultato è stato devastante: la borghesia torinese si è identificata con facilità nella figura di Saverio Vertone (questa volta candidato per l'Ulivo, dopo che nel '96 fu eletto al Senato per il Polo in un'altra regione), intellettuale assai più vicino al popolo dei salotti del signor Scanderebech, un tale che ha difficoltà con l'italiano ed è (udite!) di origine albanese. Così la destra ha perso un collegio considerato sicuro: nel '96 la somma dei voti di Polo e Lega avrebbe conquistato la maggioranza, 42.263 consensi contro i 38.524 ottenuti da Furio Colombo che vinse per la divisione degli avversari. Questa volta invece Scanderebech ha ottenuto 33.571 voti (perdendone dunque quasi diecimila) ed è stato superato da Vertone che ne ha conquistati 36.113 (perdendone solo duemila rispetto al '96). C'è da ipotizzare dunque che nel collegio della collina l'appartenenza di ceto sociale sia prevalsa sugli schieramenti politici e che ci sia stato un astensionismo di destra per protesta contro la scelta del candidato.
Se il caso Scanderebech è il classico errore dovuto alla sopravvalutazione del peso dell'organizzazione di partito rispetto alla credibilità del candidato, il caso Comba è il tipico errore di sopravvalutazione della forza economica. Fabrizio Comba, erede di una famiglia di commercianti d'auto che ha fatto fortuna rivendendo le vetture dei dipendenti Fiat, è stato candidato nel collegio numero 7 della Camera, quello di Mirafiori nord. La sua missione era quella di riconquistare a Berlusconi il quartiere operaio più simbolico d'Italia, quello che nel '94 era andato al Polo con la vittoria di Alessandro Meluzzi (oggi tornato nel centro-sinistra) contro l'allora segretario del Pds, Sergio Chiamparino.
Sulla carta Comba poteva farcela: nel '96 Gianfranco Morgando (Ppi) era stato eletto con 41.339 voti contro i 38.493 dei candidati delle forze che si sono presentate unite il 13 maggio nella Casa delle Libertà. Comba ha dato vita a una campagna elettorale aggressiva e anche spudorata: ha distribuito pacchi di pasta e caffè nelle case popolari di via Artom, una delle aree più povere del quartiere. Ha speso ingenti fortune in manifesti e gadget. Tutto è stato inutile: nei quartieri intorno alla Fiat ha giocato il fatto che Morgando, rieletto sempre a Mirafiori nord, sia stato per anni sottosegretario al ministero dell'Industria e che dimostrasse di conoscere meglio dell'avversario i problemi della fabbrica. È prevalsa, insomma, la competenza sul facile sogno di ricchezza del benefattore della pasta. Il risultato è che Comba non solo non ha avvicinato l'antagonista ma ha finito per aumentare il divario: nel confronto '96-2001 la Casa delle Libertà ha perso 8.000 voti attestandosi a 30.838, mentre l'Ulivo ne ha persi 1.300 ottenendone 40.036. Infine non è da sottovalutare l'effetto-Margherita che nelle periferie torinesi è stato soprattutto l'effetto Ppi, un partito ufficialmente leggero che può però contare sull'appoggio di molte strutture cattoliche tradizionalmente orientate verso il centro-sinistra nelle zone meno ricche della città. Questo effetto ha portato la Margherita a diventare il principale partito della coalizione superando anche i Ds a livello cittadino. Ma ha funzionato anche a più largo raggio, rispetto al caso dell'autorevole esponente del Ppi Morgando. I risultati del collegio limitrofo, quello di Mirafiori sud, dove il candidato dell'Ulivo era un laico come Giorgio Benvenuto, sono sostanzialmente simili.


Torino San Salvario
(a cura di Fulvio Perini)

Le elezioni per il Parlamento europeo e le elezioni regionali avevano indicato un mutamento negli orientamenti dei cittadini torinesi che il voto del 13 maggio ha chiaramente smentito.
Nel 1994, e anche nel 1996, i lavoratori torinesi si erano battuti contro lo schieramento politico rappresentato da Berlusconi che la stessa borghesia torinese non aveva mai apprezzato. Ma tutte le elezioni svoltesi successivamente avevano visto crescere le adesioni al Polo delle Libertà prospettando un mutamento negli orientamenti dell'elettorato.
Se il 13 maggio si fossero confermati i risultati del 1999 e del 2000, l'Ulivo avrebbe perso in quasi tutti i collegi elettorali della città. Questo non è avvenuto. Rispetto al 1996 ha perso solo due seggi, uno al Senato e uno alla Camera, confermando i propri candidati negli altri tre collegi senatoriali e negli altri sette per la Camera.
1. I collegi persi sono entrambi nel centro città, dove il candidato dell'Ulivo al Senato Franco Debenedetti, è stato superato da quello del Polo e dove l'Ulivo ha perso un deputato in favore di Alleanza nazionale.
Il quartiere di San Salvario si trova proprio nel centro della città. È un quartiere divenuto famoso per le tensioni ed i conflitti generati dalla presenza degli immigrati. Un quartiere composto prevalentemente di media, medio-alta borghesia, che risiede nei palazzi più lontani dalla stazione ferroviaria, quelli che guardano al parco del Valentino e alla collina, mentre le aree dell'immigrazione (e delle manifestazioni contro gli immigrati) sono quelle strettamente limitrofe alla stazione. In mezzo, gli abitanti delle case di ringhiera, dei ballatoi: vecchie famiglie di torinesi e di tanti immigrati dal Sud degli anni '60. Sulla strada i negozianti.
Le vie adiacenti alla stazione sono da sempre zone `malfamate', nel dopoguerra per via della prostituzione e dello spaccio di prodotti del contrabbando, poi della droga. L'arrivo degli immigrati ha rotto questo equilibrio. Ma in questi ultimi due anni la situazione era velocemente cambiata, non solo e non tanto per una maggiore presenza di polizia, quanto perché non sono mancate significative attività di accoglienza, una parte crescente di immigrati sta diventando `normale', i loro negozi si sono diffusi, la loro cucina attrae una parte di torinesi, e così i prezzi delle abitazioni, che erano crollati per la fuga dal quartiere dei vecchi residenti, sono ora, nel giro di un biennio, raddoppiati.
Ma i progressisti hanno perso.
E non solo, né soprattutto per ragioni legate al livello di reddito degli elettori. Il collegio senatoriale racchiude sostanzialmente due collegi per la Camera dei deputati, quello di San Salvario e quello della collina torinese, ancora ben conservata, con molto verde e con le ville circondate dal proprio giardino o dal proprio parco. È il territorio dei ricchi. Nel collegio della collina è stato eletto il candidato alla Camera per l'Ulivo, Saverio Vertone, mentre nell'altro ha vinto l'ex rappresentante di Almirante a Torino. Gli elettori della zona cuscinetto di San Salvario (quella delle case di ringhiera), composta da pensionati torinesi, da immigrati degli anni '60 e dai loro figli che non trovano lavoro, da negozianti, hanno votato prevalentemente per la Casa delle Libertà. A causa del sentimento di insicurezza sociale crescente, anche sul terreno del lavoro, e per la concorrenza degli immigrati negli stessi luoghi e nelle stesse strade, hanno ritenuto di votare per chi sembra essere più deciso nel dare addosso agli africani e nordafricani con cui sono obbligati a convivere.
Anche a Porta Palazzo, altra zona simbolo del conflitto razziale a Torino, lo schieramento progressista si è fatto superare dal Polo nelle elezioni circoscrizionali.
Insomma, rispetto al problema della sicurezza, sono più preoccupati i ceti popolari di quelli benestanti e ricchi, che hanno continuato a votare, in prevalenza, per lo schieramento progressista.
Questi giudizi sono fondati, ovviamente, sui dati elettorali. Va però ricordato che nei collegi del centro città lo scarto di voti tra i due candidati è sempre stato assai esiguo, inferiore al 2%. Nel voto uninominale, comunque, l'Ulivo conquista 10 collegi su 12. È indubbiamente un buon risultato, forse il migliore del Nord Italia.
Nei collegi per la Camera che comprendono quartieri operai e popolari, l'Ulivo supera il 50% dei voti (a Mirafiori Giorgio Benvenuto è stato eletto con il 51% dei voti), mentre in quelli per il Senato i suoi candidati si affermano con il 44-45%. Conviene notare come, tra i collegi in cui l'Ulivo ha vinto, la percentuale più bassa si realizza alle Vallette, quartiere operaio per eccellenza.
2. L'andamento del voto delle città nelle liste proporzionali per la Camera dei deputati sta ad indicare alcune tendenze che devono essere approfondite. Forza Italia è largamente il primo partito con il 30,57% dei voti; il partito dei Ds è secondo con il 19,48% e la Margherita è terza con il 17,38%. Al quarto posto c'è Alleanza nazionale con il 9,10 e al quinto Rifondazione comunista con il 7,32. I Comunisti italiani sono all'1,59 e il Girasole dei Verdi e dello Sdi raggiunge l'1,06. I consensi per le formazioni di sinistra si riducono, e anche se Rifondazione vede cresciuti di poco i propri voti rispetto alle elezioni europee e regionali (che rimangono comunque molti di meno di quelli ottenuti prima della rottura tra Bertinotti e Cossutta) il bilancio è nettamente negativo.
3. Nelle elezioni amministrative per il Comune, la Margherita diventa il secondo partito superando i Ds, e Rifondazione perde il 60% dei suoi voti alla Camera (passando dal 7,32 al 3,06 per cento).
La flessione elettorale dei Verdi è assai pesante, e un loro esponente di punta nella amministrazione Castellani, l'assessore all'ambiente Paolo Hutter, quello della chiusura del centro al traffico automobilistico, viene duramente punito tanto da spingere immediatamente il candidato a sindaco per l'Ulivo, Sergio Chiamparino, ad annunciare che i blocchi del traffico andranno rivisti.
Se l'Ulivo non si affermerà al ballottaggio, i Comunisti italiani non saranno più presenti nel Consiglio Comunale di Torino.
Democrazia europea di D'Antoni si fa rappresentare da un imprenditore, effettivamente democratico, ma imprenditore, e i lavoratori cattolici non lo votano.
Alle amministrative, il voto alla candidata di Rifondazione, Marilde Provera, rappresenta una anomalia, visto il calo secco, di cui s'è detto, rispetto al risultato conseguito nel proporzionale per la Camera. Ha sicuramente pesato la preoccupazione del voto utile: molti elettori (e anche qualche iscritto…) ha votato Chiamparino per evitare una vittoria schiacciante al primo turno del candidato del Polo, Roberto Rosso. Era una possibilità concreta, dopo le elezioni regionali. Rosso è un oltranzista: nel suo programma c'è l'impegno a chiudere i centri sociali, così anche qualche frequentatore dei centri sociali viene indotto a votare Chiamparino. Ma la ragione di questo anomalo arretramento non risiede solo nel voto utile. Un peso può aver avuto invece l'uscita di Rifondazione dall'amministrazione comunale (al momento della guerra nei Balcani) e a seguito dei fatti del Primo Maggio di due anni fa a Torino: dopo quelle vicende non si è più vista in campo Rifondazione sui temi del governo della città; come ha pesato la forma assai fragile di quel partito.
Questo arretramento della sinistra avviene in una situazione locale in cui il candidato dell'Ulivo, Sergio Chiamparino, acquisisce buona parte del voto popolare e conferma i suoi solidi legami con la borghesia torinese, che già avevamo conosciuto all'epoca del confronto per l'elezione a sindaco della città tra Diego Novelli e Valentino Castellani. Legami invece meno stretti per il candidato del Polo, Roberto Rosso, un estremista, considerato da una parte dei ricchi una caricatura di Berlusconi, tanto che anche il presidente della Regione, Enzo Chigo, lo ha richiamato alla moderazione.
Al momento in cui scriviamo si prevede che anche al secondo turno la sinistra a Torino si presenterà divisa, a differenza delle altre grandi città italiane. Allo stato attuale il candidato sindaco, Sergio Chiamparino, pensa di poter fare a meno dell'accordo con Rifondazione, e di rivolgersi all'elettorato nonostante della esclusione del partito che sta alla sinistra del suo schieramento. Figurarsi se uno come lui, che non è stato comunista nemmeno quando era nella segreteria della Federazione del Pci di Torino (ma ha aspettato dieci anni per dirlo), possa apparentarsi con i comunisti di oggi.
4. Se si vogliono trarre alterne prime indicazioni dal voto nella città di Torino, va innanzitutto sottolineato che il sistema di alleanze, il blocco sociale che si è venuto costituendo a Torino dopo il 1980, ha tenuto. Questo blocco si era affermato prepotentemente nelle elezioni amministrative in cui Valentino Castellani sconfisse al ballottaggio l'ex sindaco Diego Novelli con il 60% dei voti.
Negli ultimi anni, e nelle settimane recenti, sembrava che queste alleanze si fossero allentate, che si potessero rompere. La presa di posizione di Giovanni Agnelli contro la stampa estera critica verso Berlusconi e la candidatura a ministro di Luca di Montezemolo – non accettata ma neanche respinta, se non dopo le elezioni – potevano far supporre che questa rottura si fosse prodotta. E invece sicuramente questo non è avvenuto a Torino. Vedremo successivamente sul piano nazionale.
Ma la rappresentanza del lavoro, dei ceti popolari, le espressioni del pensiero critico (innanzitutto quelle dell'ambientalismo e quelle che agiscono contro l'esclusione sociale) si sono via via offuscate. Il voto ne è una conseguenza; speriamo che appaia come una chiara indicazione a chi dovrebbe (volevamo scrivere `dovrà', ma oggi, a pochi giorni dal 27 maggio, non siamo così sicuri…) interrogarsi e dare delle risposte per invertire questa tendenza.
Il condizionale è d'obbligo, ma viene da dire: mentre i ricchi e i ceti medi si stanno dando una fisionomia, mentre stanno emergendo nuove formazioni guidate da uomini che hanno un legame con le classi e le aree sociali che intendono rappresentare, il declino della rappresentanza del lavoro e delle espressioni critiche verso l'attuale modello economico e sociale pare inarrestabile.
A questo proposito va detto chiaramente che i sindacalisti non possono risolvere e non risolveranno il problema, e che la questione della rappresentanza dei lavoratori e delle classi subalterne è del tutto aperta sul piano teorico e sul piano concreto. È una affermazione volutamente schematica, ma vera: se consideriamo l'impostazione e gli atti concreti che hanno improntato l'azione della sinistra, il meglio che un operaio può aspettarsi dal futuro è continuare a vivere e lavorare come vive e lavora oggi.
Le donne non sono più in grado di darsi una rappresentanza che non sia la riproposizione di esperienze passate, anche in un momento in cui si annuncia una nuova offensiva contro di loro. Contro la loro persona e contro i loro diritti. Però resterà la pensione per le casalinghe.
Il ceto politico (che brutto termine, si sarebbe detto una volta…) della sinistra è quello formatosi 20 o 30 anni fa, ed è quello che quando ha innovato, negli ultimi 10 anni, ha innovato negando, comprimendo, sfumando le ragioni di coloro che dovrebbe rappresentare. Un suo ripensamento sulla propria funzione politica dovrebbe essere inevitabile, ma la strada è ancora lontana.


Milano fra centro e periferia
(a cura di Edgardo Bonalumi)

La scelta dei collegi

La dimensione del collegio, unità minima che consenta una lettura circostanziata del voto maggioritario è, in una città come Milano, troppo vasta per consentire una analisi `di classe' dei risultati.
È stato comunque possibile, procedendo sull'asse centro-periferia, individuare agevolmente il più significativo insediamento di alta e media borghesia e del mondo delle professioni, concentrato nel collegio 1 (C1), che dal 1994 elegge Silvio Berlusconi, e che coincide con la zona centrale della città. Il collegio 9 (C9), che si estende fino all'estrema periferia ovest e comprende quartieri come Baggio e il Gallaratese, vede invece una presenza maggioritaria di ceti popolari e a reddito basso o medio-basso.
Fra gli 11 collegi della città, i due prescelti sono comunque quelli che presentano, sulla base di parametri significativi, le maggiori differenze: i laureati sono nel C1 il 19,3%, nel C9 il 3,2%; l'edilizia pubblica, il 4,6% contro il 27,5%; i lavoratori dipendenti rispettivamente il 63% e l'84%, le imprese artigiane, sul totale delle imprese, nel C1 sono l'11% contro il 26.7% del C9.
Un'avvertenza: il raffronto fra i voti in cifra assoluta è purtroppo scarsamente significativo e può trarre in inganno, poiché dal '96 a oggi gli iscritti alle liste elettorali sono diminuiti in entrambi i collegi: di oltre 11.000 elettori al C1, di quasi 5.000 al C9.

Il voto per coalizioni (Tab. 1)

Può essere interessante leggere la sequenza dei voti che realmente il Polo ha ottenuto dal '94 a oggi (riga a della Tab. 1) in parallelo con quella (riga b della Tab. 1) che riporta i suffragi virtuali, cioè la somma dei voti raccolti dalle forze che solo nelle ultime elezioni si sono presentate insieme nella Casa delle Libertà. Il primo dato esprime la capacità di coalizione che via via il centro-destra è stato in grado di mettere in campo, e registra nel C1 un lento e costante rafforzamento, mentre nel C9, cioè nelle zone popolari, balza all'occhio una notevole flessione fra il '94 e il '96, e un'impennata del +9,1% dal 96 al 13 maggio.
Un andamento largamente diverso emerge dalla sequenza dei voti raccolti dall'insieme delle forze di centro-destra, indipendentemente dal fatto che fossero o meno coalizzate: essa, pur avendo un minore valore politico immediato, costituisce un indicatore prezioso del grado di diffusione nella città di umori e ideologie conservatrici, liberiste, o apertamente di destra. In questo senso l'ondata di piena, raggiunta fra il '94 e il '96 la massima intensità, particolarmente visibile nel C1, sembra ora in fase di deflusso: e il dato è tutt'altro che irrilevante, in una prospettiva politica di lungo periodo, che abbia l'ambizione e la capacità di misurarsi sul terreno dell'egemonia. Sembra insomma di poter dire che, mentre la grande area del senso comune liberista e populista si va restringendo, una parte crescente di quest'area si sia coagulata intorno a una politica e a un programma condivisi, compensando ampiamente, in termini di forza politica, il relativo affievolirsi di un sentire comune diffuso.
Colpisce infine l'esiguità dello scarto fra i risultati che ciascuna delle coalizioni ottiene nei due collegi, che oscilla intorno al 5%. Se si considera che questa è la differenza più sensibile che si sia registrata fra tutti gli undici collegi della città, il dato, pur tenendo conto delle caratteristiche socialmente `impure' delle aree interessate, sembra indicare una composizione ormai largamente interclassista dei due elettorati.

Il voto ai partiti (Tab. 2)

Il voto delle forze di centro-destra mostra in entrambi i collegi un'avanzata abbastanza omogenea di Forza Italia, una certa stabilità di An, il crollo della Lega, con una maggior tenuta relativa nelle zone popolari. Quella borghesia milanese che nel '93, in mancanza di meglio, aveva votato in massa per Formentini e per la Lega, porta a termine così il suo trasloco, iniziato fin dal '94, verso i più accoglienti e `rispettabili' saloni di Forza Italia.
Le sinistre (Rifondazione comunista + Democratici di sinistra + Comunisti italiani) perdono il 5,5 per cento nel C1, addirittura il 7,1 nel C9; mentre l'Ulivo registra un leggero incremento in entrambi i collegi, grazie al risultato della Margherita.
Gli equilibri interni dell'Ulivo ne escono sconvolti: nel C1 la Margherita, che pesava poco più della metà dei Ds, ora li supera largamente; nel C9, dove era poco più di un terzo, ora si trova alla pari.
I Ds, in un quadro di arretramento generalizzato, sembrano tenere meglio nel C1, dove, rispetto al risultato del '94, spuntano un +0,9, mentre nel C9 arretrano anche su questo dato (-1,3). E vedono vieppiù stemperarsi la connotazione sociale del proprio elettorato (per capire cosa fosse un elettorato socialmente definito, in una città e per una sinistra diverse da oggi, ricordo che nei primi anni '70, a Milano, il 25% raccolto dal Pci era la media cittadina di risultati che andavano dal 7% di alcuni seggi del centro, al 36% di certe sezioni elettorali di Baggio o di Niguarda). Oggi i dati sono questi: per 100 elettori Ds del C1, nel C9 alle elezioni del '94 ne corrispondevano 150, oggi sono scesi a 128. Il raffronto fra collegi, sulla base di cento voti ottenuti da ciascun partito nel C1, danno: per Rifondazione un rapporto 100/150, per Ds e Lega 100/128, per Alleanza Nazionale 100/81, mentre Forza Italia pare raccogliere un voto crescentemente interclassista, con un rapporto 100/91. La forza politica il cui voto appare più indifferente alle diverse posizioni sociali dei suoi elettori è, a sorpresa, la Margherita, con 97 elettori nel collegio popolare, per ogni 100 ottenuti nel collegio Centro.

Proporzionale/Maggioritario

Il raffronto fra i risultati del proporzionale e quelli del maggioritario fa emergere che, in entrambi i collegi, nel passaggio all'uninominale la Casa delle Libertà lascia per strada qualche centinaio di voti (rispettivamente -131 e -486); mentre il candidato dell'Ulivo supera (+249 e +171) la somma dei suffragi ottenuti nel proporzionale dalle liste del centro-sinistra più Rifondazione.
A un esame ravvicinato appare chiaro che, nel C1, gli elettori di RC sono confluiti abbastanza compatti sul candidato dell'Ulivo; meno scontato si presenta il risultato del C9, dove nel maggioritario si sono redistribuiti gli oltre 3000 voti ottenuti nel proporzionale dalla Lista Bonino, Democrazia Europea e Pensionati; e dove è possibile che due/tre elettori di Rifondazione su dieci non se la siano sentita di votare il candidato ulivista. Ma il dato di spicco è l'exploit di Di Pietro che, nell'uninominale, quasi raddoppia i consensi, guadagnando 2420 voti. Un risultato che si può spiegare solo con la confluenza di un pezzo di elettorato popolare leghista, che, recalcitrante a votare il candidato del già odiato Berlusconi, nel populismo e nel giustizialismo di Di Pietro ha fiutato odore di casa.

Le astensioni

Da sempre l'affluenza al voto nel C1 è largamente inferiore a quella del C9 (il 13 maggio 80,4 contro 83,8). Ma se si prendono in considerazione le tendenze, emerge che, rispetto alle elezioni politiche del '96, l'incremento delle astensioni è di gran lunga più elevato nel C9 (+4,1, contro il +1,8 del C1). Se a questo dato si aggiunge che nel C9 si verifica un maggior incremento delle schede bianche e nulle, risulta che qui, rispetto al C1, circa il 3% in più di elettori ha rinunciato a esprimere un voto valido. Si tratta di un dato tutt'altro che irrilevante; che però, per essere interpretato con sufficiente precisione, dovrebbe essere sottoposto a qualche verifica in situazioni in cui non sia presente la Lega, che consentirebbe di decifrare quante di queste astensioni e di questi voti nulli si possano attribuire a elettori di sinistra, e quante invece a leghisti in disaccordo con le scelte politiche di Bossi
Sull'intera città

Come si può desumere dal confronto, nel proporzionale, fra i risultati percentuali conseguiti dai partiti e i rispettivi risultati medi nella città, in generale, le forze di sinistra superano nel C9 la media cittadina (l'eccezione che conferma la regola è costituita dalla Lega), mentre le altre destre superano la media cittadina nel C1. Gli scostamenti sono tuttavia così ridotti che, anche a questo livello, resta confermata l'osservazione precedente intorno alla natura quasi uniformemente interclassista dell'elettorato e/o alla crescente irrilevanza della collocazione nella scala sociale nella formazione delle intenzioni di voto.
Significativo è un altro dato. Una caratteristica del partito virtuale, del partito azienda, quale era Forza Italia agli esordi, consisteva nel decrescere della sua forza elettorale man mano che si scendeva dalle elezioni generali a competizioni locali e amministrative. Ebbene, il 13 maggio a Milano la Casa delle Libertà nelle elezioni comunali ha migliorato di due punti e mezzo il risultato della Camera, e lo ha confermato anche nel voto per i Consigli circoscrizionali, suo tradizionale punto debole, conquistando una larga maggioranza in tutte le Circoscrizioni. A dimostrazione che Berlusconi ha strutturato una sua forma partito, a un tempo accentrata e flessibile, presente nel territorio; e che, almeno a Milano, se oggi c'è una forza virtuale e volatile, questa sembra essere piuttosto la Margherita, vale a dire la metà abbondante dell'Ulivo.


Brescia
(a cura di Dino Greco)

Le note che seguono prescindono da ogni considerazione sul meccanismo elettorale, sulla perversa alterazione che esso produce nella ripartizione dei seggi e quindi sull'aritmetica parlamentare e sul (dis)valore aggiunto che l'appannaggio usuraio delle liste civetta ha garantito soprattutto alla coalizione di centro-destra.
Ci occupiamo qui delle tendenze reali, come desumibili da una lettura incrociata dei dati che non può tuttavia avvalersi di un'analisi scientifica dei flussi interni. E proviamo a formulare qualche ipotesi interpretativa che pare a noi plausibile e fondata.
Rispetto al '96 il centro-destra perde quasi sette punti percentuali – per effetto del tracollo della Lega Nord (-13%) e della flessione di AN, per oltre metà compensati dalla crescita di Forza Italia – e si assesta esattamente sui livelli del '94.
Il centro-sinistra, che cresce di oltre un punto sulle precedenti politiche, vede totalmente rovesciata la tendenza del '96, ben al di là del dato nazionale: la Margherita supera di slancio il risultato ottenuto nel '96 dai partiti che le hanno dato vita (+5%) e tocca – nelle zone popolari – il 20% dei consensi.
Parallelamente i DS perdono, omogeneamente, un terzo del loro elettorato e si collocano al minimo storico (nella provincia di Brescia il risultato è addirittura del 9%), mentre al Girasole vanno meno voti di quanti non ne avessero ottenuti i Verdi da soli nella precedente consultazione.
Il PRC tiene i propri voti (come si ricava detraendo dal risultato del '96 i consensi ottenuti oggi dai Comunisti italiani), ma non ne guadagna di nuovi.
L'Italia dei Valori si colloca qualche decimale al di sotto del dato nazionale, mentre privo di rilevanza è il risultato di Democrazia europea e della lista Pannella-Bonino.
Contrariamente alle attese (e alle speranze) l'astensionismo aumenta vistosamente, con un incremento di oltre il 3%. Anche se questa volta è legittimo chiedersi quanto tale dato sia ingrossato da quella parte, invero grande, dell'elettorato leghista che ha abbandonato il proprio partito senza trovare un'altra collocazione.
Vi è infine, degna di nota, una constatazione: la trasversalità del risultato elettorale, l'identica dinamica elettorale che accomuna una circoscrizione (la terza) a insediamento sociale popolare e operaio e un'altra (l'ottava) di media e alta borghesia. Entrambe, pur mantenendo un'originaria, differente base di partenza (segno di diverse e storicamente sedimentate convinzioni politiche) registrano, in proporzioni pressoché identiche, gli stessi spostamenti fra centro-destra e centro-sinistra e all'interno degli schieramenti medesimi.
In altri termini: l'appartenenza sociale non sembra essere più pregnante ai fini della scelta di campo.
Seconda osservazione: nel 2001 si verifica – all'opposto del '96 – una perdita di voti nella sinistra e un guadagno del centro dell'Ulivo. La tesi secondo la quale il leader della coalizione, Rutelli, avrebbe svolto una funzione di trascinamento non convince, giacché anche nel '96 il candidato alla presidenza del Consiglio fu Prodi, ma ciò non produsse lo stesso effetto, semmai, quello inverso.
Chi scrive è invece persuaso che nella vicenda del '96 abbiano giocato la grande lotta sociale ed operaia del '94 e la spinta verso una svolta a sinistra che si concretizzò in una decisiva alleanza elettorale. Al contrario, il quinquennio che è seguito è stato segnato da una rincorsa del centro, da un offuscamento della rappresentanza sociale e da un'ansia di legittimazione che hanno sbiadito il profilo riformatore, l'identità e la credibilità politica di un governo dal quale ci si attendeva molto di più.
La sequenza di rotture a sinistra che non si è mai provato seriamente a ricomporre, il lungo letargo sindacale, la fascinazione per un modello elettorale ispirato a un bipartitismo estraneo alle nostre tradizioni e alla nostra cultura, hanno fatto il resto. Il baricentro politico si è spostato e il responso delle urne non ha fatto altro che registrarlo.
Terza osservazione: i voti (tanti) in uscita dai DS non vengono intercettati dal PRC che – come si vede – non perde, ma non guadagna. Ancora una volta, sembra confermato un dato: la sinistra – nelle sue diverse espressioni – o avanza o arretra insieme. Talune sue componenti possono tutt'al più `tenere', ma non accade che l'insuccesso dell'una si trasformi nel successo dell'altra. La feroce caccia al capro-espiatorio nel campo più vicino al proprio, che appassiona i dibattiti post-elettorali a sinistra dovrebbe, una volta per tutte, fare tesoro di questa verità.


Nota: Le tabelle riprodotte illustrano e mettono a confronto i risultati delle elezioni politiche del '94, del '96 e del 2001 (Camera, proporzionale) nel Comune di Brescia e in due delle sue circoscrizioni amministrative (da non confondere, quindi con le circoscrizioni elettorali, che sono altra e molto più estesa area territoriale), l'una a prevalente insediamento operaio e popolare, l'altra a insediamento medio e alto borghese.
Fonte: nostra elaborazione su dati dell'ufficio Statistica del Comune di Brescia.


Roma da San Lorenzo ai Parioli
(a cura di Sandro Del Fattore)

L'Ulivo a Roma si aggiudica nell'uninominale 17 collegi su 24. Se la vittoria di Berlusconi e del centro-destra è netta, il voto romano ha contribuito a contenerla numericamente e a non trasformarla in un plebiscito. Per una valutazione più approfondita dei dati elettorali, possiamo prendere come riferimento alcuni significativi collegi: Roma 6 (San Lorenzo-Prenestino), Roma 7 (Centocelle-Tiburtino), Roma 2 (Salario-Parioli). I primi due coincidono con quartieri dove la sinistra tradizionalmente raccoglie maggiori consensi; dove, pur considerando le trasformazioni urbanistiche e sociali intervenute, permangono consistenti insediamenti popolari, e, per una parte della Tiburtina, corpose attività industriali. Il collegio Salario-Parioli ha invece una configurazione sociale e politica diversa: borghesia e media borghesia, a tradizionale prevalenza del centro destra.
Da questi dati si possono trarre alcune schematiche considerazioni.
In primo luogo: da un lato, si riscontra un certo recupero sull'astensionismo rispetto alle recenti elezioni regionali (1.573.612 votanti su 2.282.547 iscritti – pari al 68,9% – alle regionali, a fronte di 1.806.625 votanti su 2.290.787 iscritti – pari al 78,8% – alle politiche 2001). Permane, però, un'area di non partecipazione al voto riscontrabile dal rapporto dei votanti sugli iscritti dei collegi alla Camera riportati nelle Tabelle (Roma 6, Roma 7, Roma 2).
La seconda considerazione è relativa ai voti di lista riportati dalle forze politiche della sinistra nella parte proporzionale. Rifondazione comunista si attesta a Roma attorno al 5,22%. Non c'è dubbio che nella valutazione del dato si deve tenere conto della difficilissima situazione con la quale Rifondazione ha partecipato allo scontro elettorale. Tuttavia Rifondazione, dopo risultati importanti raggiunti a Roma negli ultimi anni (10,7% alle politiche del '96, 8,8% alle comunali del '97) torna ai livelli delle politiche del 1992.
Ancora più problematica la situazione dei Democratici di sinistra, che si attestano, in città, al 19,3%. Indubbiamente l'`effetto Rutelli' ha finito col togliere consensi ai DS indirizzandoli verso la Margherita. Ciò però non ridimensiona la portata del problema che i DS si trovano di fronte: l'assenza di una strategia chiara e percepibile, i riferimenti sociali di un partito che si definisce del `socialismo europeo'. In questa difficile situazione si apre, quindi, un acuto problema legato alla prospettiva dei D.S., una questione che, inevitabilmente, condizionerà in un modo o nell'altro il futuro della sinistra italiana.


Napoli da Chiaia a Pomigliano
(a cura di Mario Catalano)

La storia elettorale di Napoli presenta capovolgimenti di fronte così repentini e tumultuosi, da rendere rischiosa ogni analisi di tendenza, nonché qualsiasi ipotesi di stabilità politica.
C'è stata una `Napoli del dopoguerra': una città di destra nella parte interna, una città di centro nella periferia nord-occidentale, dove era forte la presenza contadina, e una città di sinistra nei quartieri orientali dove prevaleva la componente operaia.
I tentativi di uniformare Napoli agli equilibri del governo nazionale negli anni sessanta e ottanta – quando imperavano il centro-sinistra e il pentapartito – si sono rivelati sempre fragili; e sono seguite due ondate travolgenti di spostamento a sinistra, con le giunte di Valenzi e Bassolino.
Nella Napoli dei giorni nostri il fenomeno del `non voto' ha assunto una dimensione quantitativa maggiore di qualsiasi formazione politica, le differenze tra i quartieri si sono in parte attenuate, i consensi ai partiti si sono distribuiti con maggiore uniformità sul territoro. Anche perché nell'ultimo decennio la popolazione complessiva è diminuita, oltre che invecchiata e i quartieri del centro negli ultimi venti anni hanno quasi dimezzato gli abitanti a favore delle periferie e dei comuni dell'area metropolitana.
Persiste a Napoli la volontà di manifestare col `non voto' un preciso dissenso, che comprende gli astenuti, le schede bianche e nulle. Solo con la vistosa crescita del fenomeno è stato chiaro che `il voto di chi non vota' superava abbondantemente l'astensionismo organico o strutturale. A Napoli la non partecipazione è stata sin dal dopoguerra sempre al di sopra della media nazionale ma è diventata patologia a partire dal 1994. La serie delle ultime elezioni politiche e amministrative dice che il `non voto' raggiunge il 28,8% nel 1994, a fronte del 20,1% nazionale; nel 1996 ha lo stesso picco del 1946 (31,7%), dilaga al 40,2% alle regionali del 2000, si ferma al 32,12% nelle politiche del 2001. Su 849.908 aventi diritto al voto nel 2001, i votanti effettivi sono stati 576.924, pari al 67,9%. Una valanga di schede bianche e nulle nello stesso giorno invade le urne per le comunali: i voti validi per i candidati a sindaco sono stati 536.859. 40.000 elettori hanno bucato il voto.
L'astensionismo tocca i quartieri più disagiati del centro storico; è relativamente meno presente in periferia, a eccezione delle aree settentrionali dove tocca valori alti.
Le statistiche del Comune di Napoli individuano un criterio di classificazione del territorio non più per quartiere, ma per sezioni di censimento. Esse suddividono l'area centrale della città in tre gruppi di quartieri, secondo le caratteristiche socio-economiche: i quartieri agiati, che coincidono, grosso modo, con la città collinare; i quartieri medi del centro, quelli disagiati, come i Quartieri Spagnoli, Stella, Mercato.
La periferia, dalle caratteristiche sociali abbastanza simili, è suddivisa in tre aree geografiche: la Nord-occidentale, la Settentrionale, l'Orientale.
L'analisi comparata dei risultati elettorali del 1994, 1996 e 2001 si riferisce a tre collegi di Napoli: uno di elettorato ad alti redditi (Chiaia, Posillipo, Vomero), uno a redditi medi (Bagnoli, Fuorigrotta), uno periferico (Piscinola, Secondigliano, Scampia). Infine il quarto campione è un comune industriale dell'interland, Pomigliano d'Arco.
Il collegio per la Camera Napoli II (Chiaia, Posillipo, Vomero) Ha la più alta incidenza di laureati (20%), di imprenditori e liberi professionisti, la più bassa incidenza di analfabeti (2,5%) e di giovani in cerca di prima occupazione (8,5%).
La percentuale del non voto resta alta (il 33,9% degli aventi diritto), cresce di circa dieci punti rispetto al 1994 e di otto punti rispetto al 1996 (25%). Nel 2001 su 101.358 elettori, i voti validi sono stati 67.001, gli astenuti, le schede bianche e nulle 34.346.
Il 13 maggio il collegio ha riconfermato il deputato Ds nell'uninominale della Camera, contribuisce all'elezione di una senatrice Ds, insieme a due senatori di An. (Ma il raffronto Camera-Senato è improprio perché i collegi senatoriali sono molto più ampi e, nel caso in questione, dividono a metà quello della Camera.) Il candidato dell'Ulivo eletto raccoglie circa 6000 voti in più dei partiti della coalizione: 31.614 contro 25.458.
I voti riportati dai partiti nella quota proporzionale, riferita alle tre ultime elezioni politiche, danno i seguenti valori: flettono i Ds che prendono 16.374 voti nel 1994, 16.854 nel 1996, 15.136 nel 2001. Netto è l'arretramento di An, che perde il primato nel collegio, passando da 19.350 voti nel 1994, a 19.796 nel 1996, agli attuali 13.043. Scompare il Ccd-Cdu che raccoglie appena 891 voti. Aumenta FI che non compensa le perdite dei suoi alleati: 15.265, 16.734, 18.915 voti la sua performance nelle tre consultazioni. Dimezza i voti Rc: 4.374, 6.059, 3.301 la sua serie elettorale.
Va male anche la Margherita che dimezza i voti rispetto al Ppi e alla lista Dini.
Il VII collegio (Piscinola-Secondigliano-Scampia) Fa parte della periferia disagiata di Napoli, dove la scelta di programmare, soprattutto per Scampia, un futuro residenziale, senza un minimo di servizi, ha prodotto «un quartiere dormitorio nel quale cresce un'offerta di lavoro giovanile senza alcuno sbocco». Il simbolo è rappresentato dalle `Vele', edifici di edilizia popolare, che gli abitanti vogliono abbattere.
Ha la popolazione più giovane d'Italia, la più alta incidenza di analfabetismo, di giovani in cerca di prima occupazione (52%), la più bassa di laureati.
Nel 1996 la percentuale di astenuti, schede bianche e nulle fu del 35%, il 13 maggio è salita al 40,9% (su 91.323 elettori 37.36 non hanno espresso voto o un voto valido), superata solo dal 42% dei quartieri degradati del centro cittadino. Nonostante la presenza negli ultimi anni di associazioni giovanili, pacifiste e ambientaliste, l'indifferenza per la politica è presente proprio nelle classi di età più giovane, soprattutto tra gli abitanti delle `Vele'. Mentre nei parchi di edilizia cooperativa il bisogno di sicurezza alimenta una divisione all'interno del quartiere.
Il deputato dell'Ulivo subisce il crollo dei Ds, cedendo il passo al nuovo eletto di An, che prende meno dei partiti della coalizione berlusconiana. Il senatore, eletto in comune con la zona orientale, di tradizione rossa, è dell'Ulivo.
In questo collegio FI ha una progressione costante, passando da 15.277 voti del 1994, a 16.859 del 1996, a 20.859 del 2001. Viceversa i Ds hanno una regressione continua, passando da 17.252 a 16.243 a 11.844 voti del 13 maggio. La Margherita non mantiene i voti dei Popolari e di Dini del 1996. Cede anche An da 11.170 voti del 1994, a 9.318 del 1996, ai 6.005 voti attuali. RC passa da 4.975 a 8.510 voti dal 1994 al 1996, cadendo a 3.209 voti nel 2001.
Il III collegio (Fuorigrotta-Bagnoli) È composto da due quartieri `medi' che hanno avuto un incremento equilibrato di popolazione e la possibilità di realizzare nuovi insediamenti; annoverano servizi pregiati, alcune importanti facoltà universitarie, la sede Rai, buoni collegamenti su ferro e su strada. La delocalizzazione dell'Italsider e il nuovo impianto urbanistico danno un futuro soprattutto a Bagnoli, su cui si gioca molto della qualità urbana dell'area occidentale.
Con 33.412 elettori che attuano lo sciopero del voto, su 89.866 aventi diritto, anche i quartieri della zona flegrea mantengono una media elevata di astensionismo: il 37% contro il 29 del 1996.
Eleggono il popolare Gerardo Bianco, che raccoglie 30.628 voti (molti di più della somma di Quercia, Girasole e Margherita) e distanzia di quasi diecimila voti il dirimpettaio della Casa delle Libertà. Al Senato è eletto per l'Ulivo l'ex rettore dell'Università.
Al proporzionale crolla An, che dai circa 13.000 voti del 1994, riconfermati nel 1996, scende a 7.939 il 13 maggio. Avanza FI da 11.336 voti a 12.012, a 14.409 attuali. I Ds si attestano a 15.342 voti, facendo però il passo del gambero dai 24.455 voti del '94, ai 20.175 del '96. La Margherita conferma i voti di popolari e diniani, mentre Rifondazione passa da 8.510 voti ai 3.872 attuali. Forse, tra tutti i risultati, quello flegreo è più gravido di futuro: le nuove professionalità, per ora, voltano le spalle alla sinistra.
Pomigliano d'Arco Al centro di comuni agricoli che oggi conoscono uno sviluppo di piccole aziende del tessile e dell'abbigliamento, dove imperversa il sommerso e il lavoro nero, con i grandi complessi industriali (primo tra tutti l'Alfa Sud, oggi Fiat, poi l'Alenia e la Fiat Avio), è il più importante polo produttivo della provincia. La classe operaia stabile ha buoni livelli di sindacalizzazione, tra cui opera una minoranza dei Cobas, che nella scorsa legislatura ha eletto una deputata alla Camera. Oggi il collegio elegge di stretta misura un deputato dell'Ulivo (il candidato della Casa delle libertà prende meno voti della somma dei partiti della coalizione) e manda a Palazzo Madama uno dei tre senatori di Rifondazione, Tommaso Sodano, che nel collegio senatoriale VIII (comprendente altri 10 Comuni, oltre Pomigliano) spunta una percentuale (9,8%) decisamente più alta di quella nazionale (5%) e regionale (5,8%).
L'astensionismo nel collegio è prossimo alla media nazionale (22%), vicino alla percentuale del 1996.
A Pomigliano, nel proporzionale della Camera, FI distanzia di circa 1500 voti i Ds (6.850 contro 5.233), ma nell'intero collegio la differenza è più del doppio a favore di Berlusconi: 23.178 contro 10.245. Rifondazione con 4.502 voti attuali ha un risultato negativo rispetto al 1996. Privilegiare la piccola impresa diffusa o la media e grande industria non è una scelta produttiva, ma politica.


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