Il voto nel Sud
GALLIPOLI NON FA PRIMAVERA
Isidoro D. Mortellaro
C'è stato chi, chinandosi sul voto, ha evocato, variamente ma a ragione, il 1948. Altri – come Yves Mény su «Le Monde» – l'ha paragonato, per spiegarne la valenza, a quel 1958 che segnò in Francia l'avvento della V Repubblica. Al di là di suggestioni epocali, questo 13 di maggio fa tappa. Siamo a un tornante decisivo della tormentosa mutazione che dal 1989 si è applicata a stravolgere il paese e la Repubblica. È svolta, soprattutto per il Mezzogiorno e per la sua collocazione nella vicenda nazionale ed europea.
A dispetto di vari e intermittenti becchini, torna prepotente sulla scena, seppur in panni nuovissimi, la «questione meridionale». Non già come un problema di differenziazione sociale e divario economico: ciò che non è mai stata, nonostante l'opinione dei più. Ma come nodo della democrazia italiana, degli assetti di potere e delle forme di sviluppo che ne determinano la vita. A consuntivo di cinque anni di governo di centro-sinistra, il Sud con il proprio voto ritorna riserva organica della conservazione italiana, di un mondo oggi aggregato, e non più solo federato, da Forza Italia nella promessa di nuove tappe della modernizzazione neoliberista. Ancora una volta le forme del controllo della società meridionale determineranno le vie italiane all'Europa e al secolo nuovo: un nuovo, inedito `caso italiano'.
Crolla Bossi. Fagocitato da Berlusconi, cade chi aveva inoculato il veleno della secessione, chi, in discontinuità con il tratto più profondo della storia repubblicana, aveva predicato divisione e differenziazione a viatico per il progresso e il futuro del paese. Ma nell'ora del suo tramonto non riluce la stella di quel Mezzogiorno riserva di virtù democratiche e repubblicane evocato o temuto da più parti nel corso degli ultimi anni. Né la sinistra può fino in fondo gioire delle sventure leghiste. Anch'essa s'avvita per perdite clamorose che, per appuntamenti elettorali nazionali, fanno toccare a ogni sua componente minimi storici. Ed è nel Mezzogiorno e nelle Isole che la caduta assume, rispetto al decennio passato, i tratti più omogenei e rovinosi, varcando, in aree mai tanto grandi, soglie che stravolgono natura e funzioni di forze politiche un tempo, se non di massa, popolari.
Anche per effetto di queste dinamiche, il voto meridionale, nelle sue espressioni proporzionali, illumina mutamenti strutturali del panorama politico nazionale, del suo bipolarismo bastardo e artificioso. Nel centro-destra la struttura a geometria variabile ereditata dal 1994, adatta a riflettere diversità politiche e territoriali, ma anche a riconoscere spazi e rango adeguati ai vari alleati, cede il posto, più decisamente che altrove, al primato di Forza Italia: converrà poi interrogarsi sulle ricadute politiche di questo nuovo generale equilibrio. A sinistra, invece, l'Ulivo non riconosce più la primogenitura al fratello maggiore erede del Pci: gli elettori meridionali hanno consegnato l'identico peso, il 13%, a DS e Margherita, al centro di una scena, tra l'altro molto più animata e mossa di quella nazionale.
Naturalmente, nessuno di questi segni e processi è visibile nel voto meridionale al suo stato puro o estremo. Guardando con attenzione alla partizione classica del paese nelle sue tre aree tradizionali, e intendendo per Centro l'insieme che va dall'Emilia Romagna al Lazio – insomma, tenendo assieme le tre `regioni rosse' – è possibile vedere, per esempio, che è il Centro a registrare per l'insieme della `sinistra plurale' – ovvero Ds, Comunisti italiani e Rifondazione assieme a Verdi e Socialisti uniti sotto il Girasole – il calo più clamoroso: una perdita di 9 punti percentuali, dal 43,3 al 34,3%, che pesa per il 40% sugli oltre 2 milioni e seicentomila voti persi dalla `sinistra plurale' rispetto al 1996. Così come è nel Settentrione, punteggiato fortunatamente da controtendenze e reazioni all'annunciato declino, che l'Ulivo registra già il sorpasso dei Ds, 13%, da parte della Margherita giunta al 15%.
Quel che fa la qualità, ma anche il garbuglio del voto meridionale è la compresenza, l'intreccio di queste varie tendenze. La stessa analisi differenziata del voto, per quanto attenta e minuziosa, non aiuta a illuminare del tutto la scena e le movenze dei vari attori. Permette piuttosto di avanzare alcune domande nella speranza che possano seguire approfondimenti e soprattutto un'applicazione più immediatamente politica sul campo.
È il caso, intanto, del voto all'Ulivo e all'intera sinistra. Il primo, in calo di quasi due punti sul `96, evidenzia una specifica debolezza rispetto alla tenuta nazionale e una più accentuata divaricazione interna. I Ds perdono maggiormente rispetto al dato nazionale – il 6 contro il 4,5% – e la Margherita cresce meno: 2,2% rispetto al 3,3 nazionale. Tutto si amplifica al ribasso. Soprattutto guardando alla `sinistra plurale': questo universo composito, e oggi diviso anche dal voto, perde 8 punti, oltre 860.000 voti, rispetto ai 6,7 caduti nazionalmente. Nel Mezzogiorno i Ds cedono il 6% rispetto al -4,5% nazionale, rivelando spesso l'incapacità a sollevarsi dai minimi delle passate elezioni regionali. Spiccano le cadute di Puglia (-9,2) e Sicilia (-6,5), che assieme alle perdite della Campania fanno il 30% del saldo negativo nazionale e, per il peso di queste regioni, oltre l'80% del taglio meridionale. A beneficiarne non è sempre la Margherita, che nel Mezzogiorno vede la sua crescita concentrata in maniera esclusiva in Puglia e Sicilia. Qui il vantaggio generale in voti, a scapito soprattutto dei Ds, è addirittura superiore al guadagno meridionale complessivo, scalfito in Abruzzo e Molise dall'Italia dei Valori di Di Pietro. A tener bassa la Margherita nel Sud è la zuffa al centro, animata in particolare da Democrazia europea e Italia dei Valori, ognuna qui stabilmente sopra il 4% e qualche volta con i picchi toccati – se sommate – del 12 o dell'11% in Basilicata e Sicilia.
Più difficile è dar conto della presenza di raggruppamenti quali il Girasole, che, con l'eccezione della Basilicata, riesce a metabolizzare verdi e socialisti senza lasciar traccia rispetto ai livelli elettorali toccati dall'ambientalismo nel 1966.
Ancor più complicato è far quadrare i conti per Rifondazione comunista, nel confronto con i risultati pre-scissione e nelle condizioni anomale determinate dall'autoesclusione dal maggioritario alla Camera. I 4 punti che il voto matematicamente sottrae alle sue liste nel proporzionale si traducono in una sofferenza uniforme in tutto il Mezzogiorno: con l'eccezione della Puglia, ovunque gli effetti cumulati della scissione e della frattura a sinistra si traducono nella perdita del 40% dell'elettorato raccolto nel 1996 e solo in parte trattenuto nell'Ulivo dai Comunisti italiani.
Molto più univoca è la rideterminazione di equilibri attuata dai meridionali a destra. In un Polo stabilmente collocato, già dal '96 e in tutto il Mezzogiorno, attorno o sopra al 50% – fanno eccezione il Molise al 45 e la Basilicata al 37% – Forza Italia guadagna nel Sud quasi un milione di voti. Al Nord riesce a far meglio con oltre 1.380.000, ma attingendo a piene mani all'elettorato in fuga dalla Lega. A risentire nel Mezzogiorno di questa straordinaria forza attrattiva sono innanzitutto An, con una perdita del 5,5% e l'aggregazione Ccd-Cdu che perde per strada oltre 3 punti. Per entrambe si tratta degli scarti più ampi registrati su tutto il territorio nazionale.
(tab.1: MEZZOGIORNO: CAMERA PROPORZIONALE)
Quali flussi concreti si siano determinati, innanzitutto, tra voto e non-voto, all'interno dei e tra i poli, è questione che pretende il rinvio ad approfondimenti specifici. Saggi qua e là praticati, residue analisi del voto che sempre più debolmente bucano la coltre di commento generalista, fanno intravedere comportamenti fortemente differenziati. Si intuisce e coglie, quasi al tatto, soprattutto la consumazione di un divorzio radicale tra la politica e amplissimi strati popolari, tra la sinistra e i grandi agglomerati del degrado urbano. Come la storia e gli ultimi rovinosi scossoni hanno disgraziatamente insegnato, in queste aree, e specie nel Mezzogiorno, non c'è `zoccolo duro' che tenga. Provare anche a comprendere, prima ancora che a bloccare e magari a invertire dinamiche, significa allora interrogarsi sui dati nuovi che il voto del Mezzogiorno, innanzitutto, ci consegna. A chiusura della lunga transizione inaugurata dall'89 e di un quinquennio di governo di centro-sinistra, una sinistra ai minimi storici e a rischio di deflagrazione si trova a fronteggiare un nuovo, inedito partito conservatore di massa. Forza Italia del 2001 è cosa ben diversa dalla Minerva, già tutta armata, lanciata nel '94 nei cieli della politica italiana dagli schermi di Sua Emittenza: «da conchiglia vuota» è divenuta, col tempo, «macchina da guerra», come ha titolato «Le Monde» subito dopo il voto. Nel corso di questa lunghissima campagna elettorale, abbiamo cominciato lentamente a saggiare l'estensione e la profondità del suo radicamento territoriale. Continuiamo a non sapere quasi nulla della sua vita, né delle sue strutture portanti. Ancora oggi manca un giudizio compiuto sulla discontinuità o meno affermata, in particolare nel Mezzogiorno, rispetto alle vecchie classi dirigenti.
(tab.2: LA 'SINISTRA PLURALE' NELLE REGIONI MERIDIONALI)
Dalle viscere della società italiana emerge forse per la prima volta, in storica discontinuità con i tratti più profondi della vicenda nazionale, un moderno partito della borghesia, dal laico, ma cinico approccio mercantile e aziendalistico. Sicuramente un partito plebiscitato dalla borghesia nazionale in tutte le sue espressioni: da quelle di più antico lignaggio a quelle di fresco approdo nei salotti buoni per le vie inedite della privatizzazione di banche e colossi pubblici, per finire a quella vasta platea imprenditoriale che si è organizzata e aggregata dietro la nuova Confindustria del meridionale D'Amato. Se e come Silvio Berlusconi possa poi forzare, soprattutto rispetto al Mezzogiorno, i confini tradizionalmente angusti entro cui storicamente si è esercitato il riformismo italiano, è questione sicuramente molto più controversa. L'organico conflitto di interessi ostentato dal leader del Polo, il «bonapartismo mediatico» di cui ha saputo far buon uso, più che il «riformismo ristretto» e imperfetto, mettono in campo un «riformismo impossibile», destinato per affermarsi a essere imposto dall'alto. Da questo punto di vista, è possibile scorgere, nell'affermazione di Forza Italia come nuovo architrave del sistema politico italiano, così pesantemente segnato dal tratto leaderistico dell'`uomo solo al comando', la prevalenza di alcuni fattori di unificazione destinati a frizioni, se non a urti, con la promessa disarticolazione del quadro istituzionale, con la vulgata federalista che pure ha così tanto pesato a destra nella mobilitazione di animi e forze.
Berlusconi oggi può vantare un'audience in Europa e un rapporto con alcuni dei suoi gruppi dirigenti ben diverso da quello così disastroso degli esordi. In un certo qual modo la sua Forza Italia – un `partito di centro che guarda a destra', in direzione opposta a quella verso cui pendeva, o meglio era costretta a pendere, la Dc di De Gasperi – ha fatto scuola. È in quella direzione che Kohl ha indirizzato la ricostruzione del Partito popolare europeo. Le scandalose interrogazioni di Tremonti sulla compatibilità dell'ulteriore allargamento dell'Unione europea a Est con la caduta d'ogni protezione per il nostro Mezzogiorno, esposto a una pressione competitiva sempre più stringente, trovano orecchie sensibili e attente non solo in una platea molto vasta della società meridionale, ma anche in tanti paesi d'Europa. Qui i vari centro-destra danno battaglia su questioni analoghe, quali flussi migratori, riforma agricola comunitaria o revisione dei fondi strutturali. Tutti temi destinati a impattare con quella promessa di Costituzione europea già messa in agenda per il 2004 e destinata a rischiarare o incendiare le prossime campagne elettorali in tutta Europa.
Molto più preoccupante, soprattutto per il Mezzogiorno nella sua proiezione mediterranea, è l'esibita e tronfia vicinanza ostentata nei confronti dell'amico americano su tutti i temi su cui sono venute crescendo le tensioni sia sulle nostre coste sia tra le due sponde dell'Atlantico, tra gli Usa di Bush e l'Europa: dallo scudo spaziale all'atteggiamento verso Israele, alla denuncia dei Protocolli di Kyoto. Provare a contrastare il definitivo allineamento dell'Italia dietro la bandiera a stelle e strisce è però questione che richiede un investimento politico eccezionale per tutta la sinistra italiana e, soprattutto per i Ds, un ripensamento profondo delle scelte fin qui compiute sulle questioni della pace e della guerra, di politica estera e di sicurezza.
Ma è questo il punto oggi chiamato in causa dal nuovo assetto politico del paese. Come, per quali vie, soprattutto rispetto alle nuove forme di dipendenza che stringono il Mezzogiorno e le sue città, la sinistra è capace di ritornare `competitiva' rispetto al messaggio e alla macchina da guerra berlusconiani. Secondo una ricerca di Stefano Draghi sul voto meridionale, riassunta in una intervista a «la Repubblica» del 19 maggio, nel Sud – contrariamente al comportamento prevalente altrove – anche la grande maggioranza del lavoro dipendente avrebbe votato per la Casa delle libertà. Il più delle volte, nel provare a spiegare la capacità di adattamento del `sogno' berlusconiano ai più vari ambienti e strati sociali, si fa riferimento a una sorta di superiore, camaleontica capacità di adattamento al mutevole e atomistico individuo del postfordismo. Rinverdendo le laudi un tempo indirizzate all'interclassismo democristiano, anch'esso dotato di formidabili poteri mimetici, ci si flagella come superstiti di un'età dei diritti e della politica sorpassata dalla nuova costituzione materiale del paese e del mondo. Si dimentica puntualmente che l'interclassismo del tempo che fu, similmente all'odierno populismo, prima ancor d'essere adesione e rispecchiamento degli interessi dati, era un programma politico che ne prospettava una declinazione, una ricomposizione in una forma più larga di sviluppo e civiltà. È a quel superiore livello, negli equilibri di forza dettati su scala globale, che la Dc riusciva a vincere, almeno fino a quella rivoluzione conservatrice che compresse gli spazi entro cui aveva potuto svilupparsi il compromesso democratico. Oggi il populismo di Forza Italia riesce ad adattarsi alla nuova composizione demografica del postfordismo, perché in partenza si muove come pesce nell'acqua dell'unanimismo con cui i fondamentali attori sociali e politici del paese e d'Europa disegnano il futuro in obbedienza ai dettami di competitività e flessibilità.
Il 13 di maggio ha mostrato quanto sia pericoloso e masochistico ostinarsi a nuotare in quell'acqua.