numero  17  maggio 2001 Sommario

Giappone SpA in crisi

LA BALENA GIALLA
Pio D'Emilia  

C'era una volta la Giappone SpA. Illustri accademici e frotte di esperti improvvisati venivano da tutto il mondo, spesso con viaggio e soggiorno pagati, per carpire i segreti del Sol Levante, la sua formula vincente di `liberismo pianificato' capace di coniugare, come sosteneva un adagio del tempo, «profitto e socialismo, sviluppo e benessere sociale». Molti di essi, nel riproporne poi nelle rispettive patrie alcuni scampoli (impiego a vita, azienda-famiglia, `concertazione', `just in time' e via discorrendo) hanno costruito inattacabili carriere universitarie e qualcuno persino discrete ricchezze: si pensi ad Ezra Vogel, `guru' di Harvard, divenuto miliardario con il suo Japan as number one, negli anni '70. Oggi, se dovesse metter piede in Giappone, verrebbe linciato. Dai giapponesi.
L'entusiasmo degli studiosi stranieri è stato, per il Giappone, dannosissimo. Politici, imprenditori, intellettuali e giornalisti indigeni, più che consapevoli dell'inganno e degli enormi costi sociali sui quali il miracolo si fondava, hanno cominciato a credere davvero di aver scoperto una pozione magica e, coccolati dall'Occidente, si sono felicemente addormentati. Il risveglio è stato duro. Nel giro di pochi anni, si è passati dalla crescita a due cifre alla deflazione, dal pieno impiego a tassi di disoccupazione `mediterranei' (siamo al 5% ufficiale, ma il calcolo si fonda su parametri che portano a sbagliare per difetto), dall'azienda famiglia ai licenziamenti a raffica. Chiedetelo oggi, agli operai della Nissan, cosa ne pensano del `padrone' (divenuto nel frattempo francese), e dell'impiego a vita. Per non parlare di deficit pubblico, di natura e ambiente devastati, di migliaia di famiglie andate in rovina per il crollo dei prezzi delle case (il Giappone è l'unico paese al mondo dove i prezzi degli immobili, dopo aver raggiunto livelli astronomici, calano, inesorabilmente, anno dopo anno), di sofferenze bancarie, di consumi e investimenti congelati, nonostante il costo del denaro sia oramai sceso a zero (intendiamoci, il prime-rate: a impiegati e operai le banche, comunque, i soldi non li prestano) e il mercato, almeno apparentemente, liberalizzato. La situazione è talmente drammatica che, andando a caccia di idee, i giapponesi sono venuti fino in Italia, a studiare la riforma fiscale, il decentramento amministrativo, la lotta all'evasione e all'elusione. Un gruppo di deputati ha tradotto, per poterla esaminare nei dettagli, l'ultima nostra finanziaria. Dopo aver tentato (sinora inutilmente) di trapiantare l'Ulivo, si stanno attivando per importare l'Irap e il Codice Fiscale, ai meriti del quale l' «Asahi Shinbun», il quotidiano più autorevole dell'arcipelago, ha dedicato lo scorso dicembre un articolo in prima pagina.
Ma se, per quanto riguarda l'economia, l'Occidente osannante si è ora rivoltato e pretende immediate quanto impossibili inversioni di rotta (nel terrore che una crisi del Giappone lo travolga) l'attenzione verso la politica continua ad essere superficiale, episodica. Come se la `politica' significasse doversi occupare delle gaffes di Yashiro Mori o di colui che, nel frattempo, è stato chiamato o, meglio, precettato, a raccoglierne la pesantissima eredità. Nonostante le numerose, talvolta esilaranti somiglianze con le faccende di casa nostra (e ne vedremo ancora delle belle, nei prossimi mesi) i mass media italiani sembrano come al solito inseguire i colleghi d'oltre oceano. E siccome gli americani — primi responsabili di quanto sta accadendo, per non aver avuto il coraggio nell'immediato dopoguerra di processare Hirohito, innescando così una vera democratizzazione — non sembrano capirci molto, in questa fase, di quanto sta accadendo, anche l'Europa, Italia in testa, preferisce lasciar perdere e continuare a baloccarsi con i luoghi comuni: «il primato dell'economia, la sconfitta della politica», come sosteneva, a suo tempo correttamente, l'amico Roberto Palmieri, oggi ambasciatore in Nuova Zelanda, in un suo prezioso, quanto ahimé restato ignoto, saggio.
E invece in Giappone qualcosa si sta muovendo. E anche se per il momento c'è più confusione che elaborazione, più tatticismi che strategie, più interessi di bottega (si vota tra tre mesi) che progetti, è certamente utile cercare di capirci qualcosa. Anche perchè l'esperienza insegna che le crisi interne provocano maggiore aggressività internazionale e il Giappone è diventato comunque la terza (seconda per quanto riguarda la spesa complessiva) potenza militare del mondo. E questo nonostante l'art. 9 della Costituzione (imposta dagli Usa e quindi non metabolizzata sociopoliticamente) vieti, in teoria, persino il possesso di un bazooka. Continuare a pensare che il Giappone sia governato da una cricca di politici corrotti e ignoranti, succubi degli Stati Uniti e della locale Confindustria è non solo sbagliato, ma anche pericoloso. Anche se dal `ventre della Balena Gialla' è uscito un altro volto `vecchio', anche se i vertici dei partiti (tutti) sembrano sordi e immobili di fronte al progressivo allontanamento dalla politica dei cittadini e alla crisi incalzante dell'economia, qualcosa si sta muovendo. Protagonisti, per ora ancora timorosi di uscire allo scoperto, sono i `wakate': `i giovanotti'. Deputati di primo o secondo pelo, quelli che un tempo venivano chiamati `peones' (l'ex premier Tanaka si vantava di acquistarne, alla bisogna, i voti) hanno dichiarato guerra all'ubbidienza nei confronti dei vecchi capibastone (capicorrente) e alla sottomissione nei confronti dei burocrati. Ma andiamo con ordine.
Con estremo ritardo persino rispetto all'Italia, anche in Giappone stiamo assistendo al tentativo di costruire un sistema bipolare che garantisca quella che oramai viene percepita come un'esigenza meccanica, più che politica, delle moderne democrazie: l'alternanza. Come se per far funzionare un motore bastassero cilindri, valvole e pistoni. E la benzina?
«La benzina la dobbiamo mettere noi politici — mi ha detto tempo fa Ichiro Ozawa, leader del piccolo ma combattivo Partito Liberale, convinto riformista e gran `picconatore' dello scenario politico giapponese — dobbiamo avere il coraggio di uscire allo scoperto, elaborare un programma, prendere in mano le redini del paese». Come Massimo D'Alema, con il quale ha avuto un lungo e cordiale incontro l'anno scorso, Ichiro Ozawa ha scritto, anni fa, un saggio dal titolo: Un paese normale. Se in Italia la `normalizzazione' è passata attraverso lo `sdoganamento' del Pci/Pds/Ds, in Giappone secondo Ozawa può avvenire solo ed esclusivamente mettendo mano alla Costituzione. Il che non significa, attenzione, che Ozawa è un guerrafondaio e che vuole legalizzare le Forze Armate per invadere di nuovo la Cina: semplicemente, che è giunto il momento di riaprire il dibattito politico, costi quel che costi. È interessante notare, a questo proposito, che i comunisti giapponesi (sette milioni di voti, 20 seggi, ma ancora esclusi da ogni possibile alleanza di governo) hanno smesso di attaccare Ozawa, su questa vicenda, a differenza dei socialisti (5 milioni di voti, 19 seggi) che fanno invece quadrato attorno all'intangibilità della Costituzione.
Il dibattito sulla riforma della Costituzione è, ovviamente, una scusa. Un'occasione come un'altra per risvegliare l'interesse della e per la politica, in un paese dove vi sono più iscritti alle scuole di ikebana che ai partiti, dove lo scorso giugno, alle ultime elezioni per la Camera, sono andati a votare poco più del 50% degli aventi diritto e dove il mese scorso, a Chiba, solo il 28% dei cittadini ha votato per eleggere il nuovo governatore. A parte i comunisti, gli altri partiti non trovano un militante neanche a pagarlo: ai congressi e ai comizi il volantinaggio viene subappaltato a delle società commerciali, come si trattasse della promozione di un nuovo parco giochi.
Dietro ed assieme a Ichiro Ozawa, punto di riferimento (per la sua vitalità, non necessariamente per il contenuto delle sue idee) dei `wakate', si muovono altri personaggi.
Uno di questi è Shintaro Ishihara, attuale governatore di Tokyo, il politico più popolare del Giappone (stando ai sondaggi), noto anche lui per la caparbietà con cui conquista, grazie alle sue dichiarazioni, le prime pagine dei giornali. Sono in molti a ritenere che, dopo la presumibile batosta che subirà il partito liberaldemocratico alle elezioni per il rinnovo parziale del Senato, il prossimo luglio, Ishihara `scenderà in campo' fondando un nuovo partito attorno al quale potrebbero riallinearsi le forze riformiste più conservatrici, in attesa del vero `bing-bang': l'implosione/scissione non solo della Balena Gialla (il partito liberaldemocratico) ma forse anche quella del Partito Democratico, all'interno del quale la convivenza tra ex socialisti, riformatori di destra e politicanti a caccia di poltrone è sempre più difficile. È molto verosimile, anche se al momento non c'è un leader che ne ammetta anche solo la possibilità, che il Partito Democratico, entro la fine di quest'anno, si divida in `governisti' e `alternisti'. Da un lato coloro che, avendo già avuto esperienza di governo, scalpitano per tornarvi, dall'altro i sostenitori del bipolarismo. «Tutti negano questa eventualità — sostiene Ko Tanaka, un `wakate' che lo scorso marzo ha abbandonato il Partito Democratico parcheggiandosi, per il momento, nel gruppo misto — ma la verità è che stiamo lavorandoci seriamente. Il paese ha bisogno delle sue energie migliori, e non dei soliti giochetti, dispettucci e veti incrociati. Forse, prima di realizzare il bipolarsmo, è il caso di passare da un'altra formula di cui voi italiani siete stati maestri: la solidarietà nazionale.» Il progetto di Ko Tanaka (nessuna parentela con l'ex premier Kakuei, la cui `famiglia' è rappresentata in Parlamento da un genero e dalla popolarissima figlia Makiko) è fortemente osteggiato da tutti gli attuali vertici dei partiti. Ma sta raccogliendo molti consensi tra i `peones' e gode dell'appoggio di alcuni (meno) giovani politici, come il `dissidente' Koichi Kato, protagonista negli ultimi mesi di due `ribellioni' e per questo censurato dal partito che l'ha sospeso per tre mesi da ogni carica.
A questo punto bisogna anche ricordare cosa ne è di Naoto Kan, il segretario del Partito Democratico, primo partito dell'opposizione, anch'egli tra i più popolari politici del Giappone? Per ora è bloccato. Non essendo il capo del partito — carica che da due anni è affidata a Yukio Hatoyama, un ex liberaldemocratico onesto ma decisamente inadeguato a `trattare' e ad `apparire' — Kan non può uscire allo scoperto. Il che non significa che non abbia le sue idee. Ci vorrà forse ancora qualche tempo, ma è probabile che prima o poi Kan divenga primo ministro del Giappone. Il problema è che non è molto chiaro né ai cittadini né a molti dei suoi collaboratori dove intende portare il Giappone. Come è già avvenuto in Italia, la crisi del sistema politico è ormai grande, la sua evidente inefficienza lo rende incapace di affrontare, anche solo di capire, le cause del blocco dello sviluppo economico in un paese con tante gigantesche risorse finanziarie, tecnologiche, istituzionali. Un sistema politico senza quasi più rapporti con i problemi reali, privo di collegamenti con le masse, né in grado di produrre elaborazione di vere nuove idee, se non come pura ricerca di alchimie istituzionali e di ricambio generazionale. Da qui un `nuovismo' senza contorni definiti, ancora ben lontano dal promettere qualcosa di diverso, elemento esso stesso della crisi, che perciò è molto lontana dall'essere superata.


Inizio Sommario