Politica e comunicazione
IL CIRCOLO VIZIOSO
Rina Gagliardi
In principio era stato detto che, quella della primavera 2001, sarebbe stata comunque la «più brutta campagna elettorale del dopoguerra». Una previsione sconfortante, ma largamente al di sotto della realtà: in questi mesi, in queste settimane, abbiamo assistito a uno spettacolo di vera e propria degenerazione della politica — e dei suoi meccanismi di comunicazione. Un fenomeno non comparabile, più di tanto, con le esperienze del passato: chi ha memoria dei mercati elettorali democristiani, tante volte folkloristicamente descritti alle soglie di importanti consultazioni nazionali o amministrative, avverte una differenza, anzi una netta soluzione di continuità, rispetto al presente. Perfino il Caf — che pure incarnava la fase patologica (l'agonia) di un regime che aveva perduto ogni élan riformista — oggi può essere relativamente rimpianto: per quanto fosse un pactum sceleris, era sempre un'operazione `pianificata', e imperniata su un paio di rilevanti personalità politiche.
Le promesse dell'Ulivo
Dove si colloca il salto di qualità? Nella crisi della politica, malattia `conclamata' della democrazia da almeno un decennio (dalla data simbolica del 1989), è intervenuto un fattore ulteriore: il fallimento del meccanismo elettorale maggioritario, débacle strategica, e anche `tecnica'. Una sorta di cocktail esplosivo, che trascina con sé il sistema politico nel suo insieme, ormai visibilmente privo di ogni egemonia e di ogni credibilità. A chi si interroga sul perché nel 1996, ai tempi della costituzione dell'Ulivo di Romano Prodi e del Polo berlusconiano, non si produssero (o non vennero in superficie) fenomeni e comportamenti analoghi, si può rispondere che, cinque anni fa, l'Ulivo si presentava sulla scena come una novità non puramente nominalistica: era davvero un tentativo di superare la fine dei partiti di massa `inventando' un soggetto politico che in Italia non c'era mai stato, una sorta di formazione interclassista e inter-ideologica, modellata sull'America democratica (o sull'immagine che si ha in Italia del Partito democratico degli Usa). Fu Prodi, insomma, a incaricarsi nel '96 di dare realizzazione pratica alla svolta della Bolognina (e anche, contestualmente, all'esaurimento della forma-Dc): infatti, innovò nella metodologia (l'autocandidatura della sua stessa leadership, i pullman, i comitati) e nella `filosofia' della sua politica (il recupero della retorica della società civile), là dove i contenuti e il programma erano concentrati su una sola idea forte, il celebre `aggancio all'Europa'. In un senso preciso, dunque, l'Ulivo, e il bipolarismo, svolsero anche e soprattutto una funzione di stabilizzazione del sistema, con un'opinione pubblica frastornata dalla crisi politica e morale della `Prima Repubblica', desiderosa di esperienze diverse e, tutto sommato, incline a considerare il maggioritario una terapia credibile. Per queste ragioni, lo scontro tra i due poli poté svolgersi in un clima relativamente positivo, senza gravi manifestazioni patologiche nell'una e nell'altra parte. Con una coalizione di centro-sinistra che riuscì ad aggregare tutte le forze in qualche modo vitali, ivi compreso il patto di desistenza a sinistra; e con una destra, al contrario, assai più divisa (Lega e Msi rautiano rimasero fuori dal Polo).
Il dopo-Prodi
Per l'Ulivo vittorioso si trattava dunque di delineare sul campo la fisionomia effettiva di un `progressismo' (vi corrispondeva un analogo popolo progressista, nel quale l'antico popolo di sinistra si andava sciogliendo) che per tutta la sua fase nascente e ascendente era rimasto largamente generico. Il fatto è che tutto questo non ha retto alla prova cruciale della sua trasformazione in progetto riformatore, sia pure, magari, `temperato', nella proposta sociale e politica come nell' `architettura' politico-istituzionale (che, con la nascita della Commissione bicamerale, virò subito il timone verso la `Grosse Koalition'). Dopo la rottura del '98 con Rifondazione comunista, la coalizione ulivista si è sbrindellata: via via che scioglieva le sue ambiguità (spesso in politica feconde, ma mai prorogabili in eterno), perdeva sostanza ma anche `forma', nel senso politologico del termine. Un esito, del resto, che sarebbe erroneo circoscrivere alla cornice nazionale: l'Ulivo, inteso come `Terza Via', declinava a livello mondiale, negli Usa di Clinton e della Gran Bretagna di Blair.
In Italia, non per caso la dizione di `centro-sinistra' è diventata via via prevalente nella coalizione che ha poi visto i governi D'Alema e Amato: tentativi quasi interamente concentrati sulla dimensione tattica, oltre che sul recupero di porzioni rilevanti del ceto politico tradizionale. È in questi percorsi che è maturata l'ulteriore crisi di credibilità della `classe di governo': non ci riferiamo qui solo alla sua concreta conduzione e alle sue scelte di politica economica, sociale, internazionale, ma al rapporto, appunto, che si è determinato tra legittimità e legittimazione. Da questo punto di vista, gli ultimi tre anni hanno logorato profondamente l'equilibrio di questo rapporto: un sistema bipolare e un `involucro' sostanzialmente maggioritario non possono essere abitati da personale, metodiche e culture tipiche di un'altra fase, nutriti come quella del primato della politique politicienne, ma privati degli elementi forti (partiti, alto tasso di partecipazione alla vita politica, sindacati forti e autonomi) che altresì caratterizzavano quella stessa fase. Ne è conseguenza inevitabile, tra le altre, una diffusa prassi di neotrasformismo: che nel corso di quest'ultima legislatura siano stati circa duecento i parlamentari che hanno mutato `casacca', è un fatto di cui molto si è parlato, ma sul quale pochissimo si è indagato.
Da dove nasce una tale disinvoltura di massa, un tale smarrimento degli obblighi più elementari di coerenza? Dallo straordinario `valore aggiunto' di cui può disporre ogni singolo parlamentare (ogni subgruppo, ogni pur piccola frazione organizzata) in un sistema bipolare, uninominale e maggioritario: per esser chiari e schematici, esso significa concreto accrescimento della forza di ricatto a disposizione di chiunque, in quanto esercitata fuori e prima della vera e propria competizione elettorale. In quanto dispiegata all'interno di un sistema che somma, forse perfino con maligna inconsapevolezza, i lati deboli e oscuri sia della `prima' che della `seconda repubblica'. E quando si arriva alla definizione della corsa elettorale, si scopre la scomparsa di ogni criterio chiaro, evidente, condiviso di legittimazione e di selezione della `classe dirigente'.
Non solo siamo alla deflagrazione della politica come progetto sociale o proposta programmatica, ma anche e soprattutto come `circolo virtuoso' di aggregazione collettiva e impresa democratica. Siamo alla sua forzosa sostituzione con una logica di ceto `professionistico', in possesso di un mestiere, anzi, di una téchne (retorica, giuridica, amministrativa, e così via) che è strettamente legata con la collocazione sociale, le risorse economiche e il sistema contestuale di relazioni: una nuova, pur debole, oligarchia.
Saltati i partiti di massa, e l'idea di rappresentanza democratica ad essi connessa, vanificata la breve e ambigua stagione del consenso `diretto' nel territorio e nei corpi della società civile, questa nuova classe oligarchica non può che trarre da se stessa la fonte della propria legittimazione: ed ecco il ruolo che ritorna della famiglia, della discendenza parentale, dell'appartenenza castale. Tutti i fatti che possiamo agevolmente catalogare sotto la dizione di `politica-spettacolo', nella quale è insito il principio di una infinita conflittualità interindividuale, hanno qui la loro origine.
Il ruolo dei media
Ai processi degenerativi sommariamente descritti, ha fortemente contribuito il sistema dell'informazione e della comunicazione: i due termini non sono, nient'affatto, sinonimi, anche se si tende a farli coincidere. In realtà, è stato anche il progressivo assorbimento della dimensione informativa (che per natura è comunque il risultato dell'elaborazione critica di dati grezzi) in quella comunicativa, a mettere in moto alcuni cruciali circoli viziosi della politica, e della formazione del consenso, di cui dicevamo sopra. Basti pensare a uno dei `paradossi' più noti ed evidenti di questa fase dell'Italia: lo strettissimo legame tra popolarità dei leader politici e numero delle presenze televisive collezionate; ma anche, viceversa, la fortissima connessione tra popolarità televisiva (i più importanti anchormen) e potenziale successo politico. Un talk show televisivo, addirittura, ha assunto un ruolo `inusitato' come centro di comunicazione delle più rilevanti decisioni dei vertici politici: una specie di `salotto pubblico', che ha sostituito de facto lo spazio pubblico, in una commistione impudica, almeno dal nostro punto di vista, di spettacolo tradizionale e cattiva informazione; con la progressiva, anzi galoppante riduzione della `opinione pubblica' a una massa indifferenziata, da misurare solo sul suo livello di ricettività (detta altrimenti audience).
Oppure, ancora, basta riflettere sulla funzione assunta dai famosi sondaggi di opinione, che misurano i livelli di consenso elettorali (e non solo) con ossessività quotidiana: in tendenza, essi distruggono l'idea stessa della politica come prassi di trasformazione e intervento soggettivo, ma già oggi la spingono ad un incessante corsa all'omologazione conformista – per di più `scientificamente' e `oggettivamente' fondata. Tv e sondaggi, insomma, cominciano ad acquisire quel ruolo di legittimazione del consenso che è andato nel frattempo smarrito: non si limitano più, come forse accadeva qualche anno fa, a riempire un vuoto che si era creato, ma svolgono una funzione corposa, attiva, `pienamente politica'. L'attuale crisi e degenerazione del sistema politico ha proprio qui uno dei suoi esiti possibili, neoautoritario e a-democratico: la saldatura tra l'élite autolegittimata e la comunicazione omologata (dove i media tradizionali, come i grandi giornali d'opinione, mimano con proprie modalità il medium televisivo e dove le straordinarie potenzialità democratiche di Internet sembrano frenate). Se ha senso una parola impegnativa come `fascismo', si potrebbe dire che il fascismo del XXI secolo – in un paese ad alto sviluppo capitalistico come il nostro – sarà questo golpe soft, questa concentrazione `monopolistica' della politica e della comunicazione: il suo obiettivo, e il suo principale effetto, sono in atto da tempo, quel processo di passivizzazione di massa, di crescente estraneità alla vita politica e istituzionale del paese, di sradicamento di ogni memoria collettiva organizzata, che ha la sua punta visibile nell'astensionismo elettorale.
Una società spaccata
D'altra parte, anche analizzate sotto l'ottica della capacità di `inclusione' e di `esclusione', la politica oligarchica corrente e la comunicazione omologata appaiono tra di loro in rilevante parallelismo. Non esistono soltanto due élites in continua e patologica osmosi tra di loro, due `ceti' paralleli, variamente al servizio di se stessi e delle classi dominanti: esistono ormai due diversi tipi di `popolazione', più o meno in analoga corrispondenza. La spaccatura `orizzontale' della società è anche tra chi è `incluso', soggettivamente ed oggettivamente, nella parte che accede all'informazione, al sapere, in senso lato, a un sistema `relazionale' ricco, e chi è tagliato fuori, nel senso del non accesso alla conoscenza e ai paradigmi minimi di autonomia critica. Una divisione che non coincide, necessariamente, con quella `verticale' di classe e di opportunità di reddito, e che non riproduce meccanicamente la differenza tra potenti e deboli. Una frattura della coesione sociale che, piuttosto, è analoga a quella che tende a stabilizzarsi tra coloro che partecipano, quantomeno agli appuntamenti elettorali, e coloro che `escono', più o meno definitivamente, dal sistema democratico e dalla politica.
Da un lato, dunque, stiamo veleggiando verso una società dominata da una nuova ontologia politico-mediatica (esisto, cioè appaio in tv — perché dico battute veloci — esisto perché sono in sintonia con i sondaggi — esisto perché piaccio — esisto perché so comunicare, cioè persuadere e imbonire). Dall'altro lato, questa modalità ontologica tende ad essere unica, totalitaria e totalizzante: produce veri e propri stermini etnici di tutte le minoranze e di tutto il pensiero non conformista; impone i suoi paradigmi come leggi naturali; lavora per l'infinita riproduzione di se stessa. Quel che chiamiamo malattia della democrazia ha qui i suoi sintomi più acuti e drammatici.