numero  16  aprile 2001 Sommario

Novi Ligure

NEL DESERTO DELLA POLITICA
Pietro Barcellona  

1.Una lettura del `fatto' di Novi Ligure. La proposta mi seduce e mi turba. Vorrei non parlarne più, per pudore. Ne ho già parlato tante volte con i miei studenti, con mia moglie, i miei figli, con amici ed `esperti'. Non riesco a trovare una misura per parlarne e scriverne ancora in modo decente. Provo a ordinare i pensieri, almeno la loro successione.
La prima reazione: è già pronto l'identikit dell'assassino albanese. Un volto già definito nei tratti, forse persino il carattere. Tutti, o quasi, abboccano. È impressionante. Siamo così disperatamente impauriti dalla `perdita delle differenze', da avere pronto già `il capro espiatorio' per ogni esplosione di violenza omicida? La `peste' dell'omologazione ci ha già così profondamente colpiti, che abbiamo già trovato l'Untore da sacrificare per recuperare l'ordine delle differenze (come direbbe Girard)?
Senza saperlo siamo diventati tutti `razzisti', come in occasione del linciaggio pubblico (nel salotto di Vespa) dell'albanese che ha investito, uccidendo, un bambino. Vi ricordate? Impressionante.
Per fortuna, il depistaggio dura poco. Sono stati i ragazzi, la figlia Erika e il suo amico Omar. È la verità? Non importa. Comincia l'intrattenimento serale per addomesticare il Mostro che è presente tra noi. Un'enorme, insopportabile manipolazione della mente e degli affetti: da Vespa a Santoro è una gara. Vespa si improvvisa investigatore, crea l'atmosfera del giallo, interpella in diretta il nucleo dei carabinieri che stanno esaminando i reperti, mette in campo un generale, un criminologo, e altri esperti. Santoro vuole suscitare un dibattito sul festival di Sanremo, e sul costume degli italiani, chiama in causa il rap e la droga. Cacciari e Buttiglione si contendono l'ultima parola sull'essenza del male. Si mobilitano la metafisica e la politica. Sembra che anche il `Male' sia intricato nello scontro elettorale tra i poli. Santoro ci ritorna con più pacatezza. Marida Bolognesi, Irene Pivetti, Alba Parietti, si confrontano con Bollea e Vegetti-Finzi (e altri `esperti' di cui non ricordo il nome). Si mette in scena una `famiglia tipo', un padre e una madre normale e un figlio normale. Nel frattempo è scattato il divieto di interferire nelle indagini. Il `fatto' è diventato innominabile.
È pazzesco ed è terribile costatare come possa accadere che tante degnissime persone accettino questo `tipo di gioco'.
Ho raccolto i giornali di questa settimana. È stato detto tutto. Tutti hanno fornito spiegazioni e giudizi: da Umberto Galimberti a Barbara Spinelli. Sono stati chiamati in causa gli antichi, i classici, e poi la globalizzazione, il consumismo, la televisione.
Siamo di fronte a un `sintomo' di una situazione più vasta di `disagio' oppure è un caso unico, un'eccezione assoluta? E qual è il fattore scatenante di una ferocia così devastante? La droga, la televisione, i film dell'orrore, la scuola, la famiglia, la società?
Tutti gli opinionisti hanno scritto editoriali e commenti.
Bisognerebbe aprire un capitolo a parte sul `ruolo' degli intellettuali nell'epoca dei mass media. Non ho mai letto e ascoltato tanti discorsi prescrittivi, neppure durante l'adolescenza trascorsa a scuola dai preti.
2.Forse bisogna cominciare da qui: se si vuol provare a interrogare ciò che è accaduto bisogna rinunciare a cercare una causa e un colpevole (i giudici ovviamente dovranno comunque applicare la legge e le relative sanzioni, ma non è questo il problema).
Sia chi ricorda quante altre volte i figli hanno ucciso i genitori, e provano a mettere in campo le statistiche degli ultimi decenni o addirittura degli ultimi due secoli, sia chi insiste sull'assoluta eccezionalità del `fatto', è a mio parere fuori strada.
Sappiamo dagli articoli che l'impulso omicida abita nelle relazioni familiari-affettive e che, tuttavia, la sua traduzione in azione è assai rara, come pure sappiamo che in ogni evento omicida precipitano situazioni che è difficile, anzi impossibile, generalizzare.
Parricidio, matricidio, infanticidio, incesto, ecc. sono `fatti umani', appartengono all'umanità e, tuttavia, ogni società ha saputo tenere a bada le pulsioni a realizzarli; li ha rappresentati, raccontati, mitizzati, ma li ha anche `spostati' dal terreno della realtà a quello della fantasia. La grande letteratura ne è piena zeppa. Il `perché' dell'evento resta, dunque, enigmatico, non spiegabile per causas.
Non ha, dunque, senso scavare nella vita di questa ragazza e di questo ragazzo, di queste famiglie travolte da una tragedia così grande.
È perciò irrilevante discutere del `caso', discettando sulla crisi di comunicazione che colpisce il rapporto fra genitori e figli, sulla scarsa capacità d'ascolto degli adulti, sulla diffusione dello spinello, sugli spot televisivi, ecc., giacché nessuno di questi fenomeni può essere assunto a fattore causale di devianza o di atti criminosi, né funziona a senso unico, quasi che il mondo degli adulti non fosse affetto da analoga difficoltà di comunicazione, da analoga inclinazione all'uso di pillole di varia natura, da analoga disponibilità a lasciarsi sedurre dai film dell'orrore.
In materia di comportamenti umani, occorre evitare, per principio, lo schema deterministico del rapporto fra causa ed effetto, se non si vuole correre il rischio di suscitare moralistiche cacce alle streghe (dàgli alla televisione, ecc.) o viceversa di affidarsi puramente e semplicemente all'eugenetica ricercando per ogni devianza un qualche difetto genetico (tara ereditaria).
In realtà, in materia di conoscenza di noi stessi, credo che non abbiamo fatto molti passi avanti dai tempi di Socrate a oggi. Ciò che accade nella vita psichica di ciascun essere umano si sottrae, almeno fino a oggi, a ogni rappresentazione trasparente e lineare.
Ciò non significa naturalmente che di fronte al ripetersi di fatti di violenza omicida o di aggressioni incontrollate dei propri simili non ci si debba interrogare sul significato che una tale `fenomenologia' può assumere nel contesto in cui viviamo, mantenendo, però, rigorosamente distinte la vicenda personale dalla dimensione sociale che essa assume (e non confondendo la `corrispondenza' con la `causalità').
Dobbiamo, dunque, rivolgere l'attenzione ad altro. Per esempio, alla frequenza di episodi in cui la violenza su un proprio simile si scatena fino a distruggerne o comunque aggredirne il corpo, alla tipologia di questi atti, ai contesti in cui si producono. Questa è una possibile discussione su di noi, sulle nostre pratiche quotidiane, sui caratteri della nostra vita individuale e collettiva.
Su questo terreno è possibile qualche considerazione meno avventurosa.
3.Mi pare anzitutto, che nell'epoca nostra la violenza, la furia devastante, la persecuzione attiva sono paurosamente più frequenti che in passato.
Andreoli, intervistato a caldo, ha detto una cosa sensata: viviamo in un'epoca in cui le emozioni sono state negate e sottratte all'elaborazione razionale. Ciaramelli ha scritto che, nell'epoca dell'appagamento immediato, il desiderio come fonte della passione protesa verso un oggetto inafferrabile (non suscettibile di possesso e consumo) è stato distrutto. La piatta superficie liscia della tecnicizzazione della vita, della morte, del dolore, ha sottratto agli uomini del nostro tempo le emozioni, le passioni e la stessa possibilità di proiettarle nel tempo e nel mondo storico e sociale. Per questo esplodono improvvise e si scaricano nell'azione.
Questo è il segno dei tempi: la frequenza del passaggio all'azione. L'aver perso la distinzione tra fantasia e realtà. L'incapacità di misurarsi con questa differenza decisiva condanna tutti a una permanente confusione e apre la porta allo scarico delle pulsioni, dell'emozione, e di tutto ciò che eccede la `razionalità calcolante', nell'azione risolutiva. Paradossalmente (come ha scritto molti anni fa un moralista americano) l'eccesso di razionalizzazione condanna l'io all'emotivismo e lo rende incapace di rapporti con la realtà e con gli altri. Questo a me pare un problema su cui lavorare. Perché le azioni e le pratiche violente si diffondono in rapporto al ridursi dello spazio pubblico, delle relazioni di gruppo, dell'attitudine allo stare insieme?
Che rapporto c'è fra il riconoscimento della realtà e il riconoscimento dell'altro? Esiste oggi un pensiero dominante che tende a svalutare il significato costitutivo per se stesso delle relazioni di coppia, di gruppo, di amicizia e di solidarietà?
4.A mio parere la tendenza alla `singolarizzazione assoluta' ha distrutto lo spazio simbolico e la capacità di trasformare le emozioni in passioni verso oggetti, mete, obiettivi esterni alla triste circolarità della propria solitudine narcisistica.
Credo che si possa dire che mai come in questo periodo storico, ogni relazione interpersonale e ogni relazione di gruppo sono sottoposte a una specie di bombardamento di messaggi e di `informazioni' che esaltano la libertà assoluta (nel senso dell'assenza di ogni genere di vincolo), l'autodeterminazione del singolo, e che dichiarano diritti senza doveri, pretese senza responsabilità.
L'esasperazione dell'individualismo (nella versione radicale di negazione di ogni costituzione sociale della stessa individualità) ha finito con il ridurre anche il linguaggio a puro strumento di dominio, annichilendo lo spazio simbolico e lo spazio mentale (necessario per l'elaborazione delle emozioni) che ineriscono strutturalmente alle situazioni relazionali di coppia e di gruppo. Non si può pensare l'assenza di un oggetto o di una persona se non in rapporto con qualcosa che non è in nostro potere (che non fa parte del sé) e che, tuttavia, è stata e può stare in una relazione significativa con noi.
Mentre occorre tacere su Erika e Omar, di questo contesto noi dobbiamo dunque parlare.
E credo che questo non sia un tema impolitico, se è vero che la politica è stata inventata per contenere e governare l'eccesso (l'illimitato desiderio di Hobbes) e consentirne l'inserimento nella vita quotidiana.
Oggi si assiste, invece, a un attacco frontale alla politica. Un attacco da destra che tende, attraverso l'alleanza di liberismo e clericalismo, a esaltare gli `spiriti animali' dell'economia capitalistica salvo poi a coprirli ipocritamente con il velo del perbenismo e del formalismo pseudo-religioso. Un'anti-politica che, facendo leva sulla critica di ogni `professionismo politico', consegna la società all'iper-politicismo del messaggio pubblicitario e della demagogia populista.
Ma anche da sinistra la critica alla politica, vestita dai nobili panni della riflessione storico-filosofica, tende a svalutare ogni tentativo di prospettare trasformazioni che non siano il frutto delle `moltitudini' degli individui che compongono la società civile.
Si accusa la politica del Novecento di esprimere comunque vocazioni totalizzanti e di perseguire un'impossibile reductio ad unun della società.
Anche sul versante più moderato e liberale si tende alla normalizzazione di ogni eccedenza utopica e si invita a considerare la politica come pura gestione amministrativa. Gli uni enfatizzano lo spontaneismo e il movimento, gli altri esaltano l'efficienza e il governo dell'esistente come unico orizzonte sensato. Entrambi hanno dimenticato che lo spazio politico è stato inventato dai greci, insieme alla filosofia e alla tragedia, come forma della vita collettiva, come spazio della creatività e dell'invenzione.
Storicamente la vera posta in gioco della politica come forma sociale è stato il principio educativo, la paideia; cioè la trasformazione/elaborazione delle emozioni collettive e individuali verso mete e obiettivi che consentono l'investimento affettivo sui processi di simbolizzazione, anziché sull'azione fine a se stessa.
Del resto, si può dire più in generale, che nessuna ricetta può aiutare gli adulti a comprendere il mondo dei bambini e degli adolescenti se essa non nasce dalla passione per l'educazione, intesa come conquista evolutiva di se stessi e come apertura dello spazio simbolico.
«Le società che non riescono a fornire alla gente un gergo, un insieme di regole, un complesso di identità stabili, solide, che permettano di superare i momenti difficili, sono società in cui questi individui sono sempre più deboli. Una società non può funzionare se non esiste una certa percezione di base di quello che può essere un carattere umano – che non sei bugiardo, non bari, non rubi. Che cerchi di essere un buon padre, o una buona madre» (Castoriadis).
C'è un rapporto intimo fra la politica, il linguaggio e la creatività. Quando muore la politica anche il linguaggio diventa povero e non è più capace di mettere in scena i grandi, terribili conflitti che abitano le relazioni affettive fra uomini e donne, fra adulti e bambini. Tutti restano chiusi nella disperazione senza voce della stanza chiusa dove solo fantasmi e deliri possono prendere posto.


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