numero  16  aprile 2001 Sommario

Economia: una scienza in crisi?

RISPOSTA A HALEVI
Riccardo Bellofiore  

Caro Joseph, ti ringrazio della tua lettera1 contro l'economia, e contro il buon vecchio Marx, con cui, vedo, vuoi regolare i conti `da sinistra', come se in questo paese ci fosse ancora qualcuno che non lo giudichi ormai morto e sepolto.
Cercherò di dirti nel minor spazio possibile, cosa penso delle tue tesi. Ma ti anticipo che, pur condividendo spesso le singole affermazioni – beh, su Charlie un po' meno: sono un `marxoidale' non pentito – non mi convince il filo complessivo del tuo ragionamento: né in economia, né in politica.

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La tua lettera segue un articolo di un altro amico carissimo, Luigi Cavallaro, che la redazione, rispettando al massimo il contenuto, ha inquadrato in un occhiello poi esteso a tutta la nostra discussione, e che recita: «Una scienza in crisi». Così saremmo usciti da un secolo che di `crisi' della scienza economica ne ha vissute ben due, e di radicali, per chiudersi evidentemente lasciandocene in eredità una terza di cui indagare la natura. Le cose stanno davvero così? L'economia (e quale economia) è in crisi? Come questa supposta crisi si lega alle altre due?
Per abbozzare una qualche, sia pur schematica, risposta vale la pena di risalire alla crisi precedente, e indubitabile. Giusto quando entravo in università, compariva un articolo che ebbe una certa eco di Joan Robinson, e con il quale tutti finirono con il confrontarsi. Quell'articolo era dedicato, appunto, alla `seconda' crisi della teoria economica, e lo si legge ancora oggi utilmente perché è intessuto di considerazioni per molti versi illuminanti.
Quali erano le ragioni della `prima' crisi, che accompagna `il grande crollo' degli anni trenta, e che si tradusse nel discredito profondo in cui cadde allora la tesi secondo cui l'economia di libero mercato sarebbe in grado di autoregolarsi `spontaneamente' all'equilibrio di pieno impiego? (eh sì, c'è stato un tempo in cui non era il piano ma il laisser faire a trovarsi a mal partito: ma ai nostri studenti questo non l'insegna più nessuno). L'argomento di Keynes contro la vecchia teoria ortodossa era fondato sull'essenzialità della moneta in una economia in cui il futuro è radicalmente incerto, il che evidentemente non può che smentire l'idea che l'investimento sia governato dal risparmio, e conduce semmai dritti dritti alla direzione di causalità inversa. E, quindi, a ritenere che la situazione normale sia quella di una disoccupazione di lavoratori e macchine per insufficienza di domanda: situazione che non può che incancrenirsi se le imprese hanno successo nell'ottenere riduzioni di salario (un punto su cui giustamente insisti anche tu). Qualcosa che spiegava persuasivamente i milioni di disoccupati `permanenti' e la disoccupazione di massa di quegli anni, e che si traduceva anche in una agenda per l'azione.
La mossa difensiva degli `economisti del conclave', come felicemente li chiami, fu quella di spaccare la teoria economica in due. Da un lato, la `microeconomia' che dà conto del funzionamento ideale di agenti individuali (come famiglie e imprese) in perfetta concorrenza, e dove la moneta non compare pressoché mai. Qui a prevalere sarebbe, tanto a livello dei singoli mercati quanto tenendo conto delle interdipendenze generali, la tendenza a un'`armonia' dove ogni figura sociale ha ciò che le spetta (e così il salario sarà la ricompensa della produttività marginale del lavoro, mentre il profitto retribuirà la produttività marginale del capitale), e dove l'equilibrio ha le proprietà dell'efficienza e dell'ottimalità. Dall'altro lato, la `macroeconomia': dove la presenza di rigidità e frizioni – che so, sindacati che si rifiutano di rendere flessibile all'ingiù il salario monetario (se non addirittura quello reale) in presenza di disoccupazione, redditieri o speculatori che trattengono moneta nelle loro scorte per un pessimismo marcato sull'andamento dei corsi borsistici, e così via – conduce ad ammettere che il coordinamento tra gli agenti possa andare male, e che l'intervento dello Stato possa, in questa sciagurata evenienza, migliorare le cose per lavoratori (più occupati) e capitalisti (più profitti realizzati) tramite l'iniezione diretta o indiretta di nuova domanda.
Questo, chiaramente, aveva poco a che vedere con il Keynes autentico, il quale, tra l'altro, pensava che il fallimento di un mercato capitalistico lasciato a se stesso fosse così grave da richiedere addirittura un controllo sociale degli investimenti. E, comunque, l'intero edificio teorico non reggeva per almeno due motivi, per così dire, `interni'. Innanzi tutto, non vi era ponte tra micro- e macro economia, che rimanevano mondi separati e contraddittori. Ma, poi, la stessa macroeconomia – se si vuole, quella sezione dell'economica dove ci si dedicava all'analisi della `crisi' – aveva finito con il vedere il ritorno prepotente della tesi armonicista sul piano dei principi, in quanto i sedicenti keynesiani avevano dovuto ammettere che, sì, con una offerta di moneta esogena nel portafoglio dei consumatori-risparmiatori la deflazione di prezzi e salari nel mondo ideale della concorrenza perfetta sarebbe stata in grado di condurre al pieno impiego, visto che le famiglie, sentendosi più ricche (per il maggior valore reale dei loro accantonamenti monetari), avrebbero consumato di più. Sicché la sintesi – in quel mondo che riteneva condizione dell'equilibrio, non soltanto economico ma anche sociale e produttivo, il sostegno stabile a elevati livelli di occupazione – era fragile, tutta giocata sull'idea che, nel mondo `reale', a differenza del mondo della teoria economica `astratta', i costi sociali dell'attendere il riaggiustamento `naturale' del mercato fossero troppo alti e l'instabilità potenziale insita nel seguire quella strada fosse troppo rischiosa. Keynes era un pessimo teorico ma aveva ragione sul piano, più pratico e concreto, della politica economica.
Non furono questi i motivi di fondo dello scoppio della seconda crisi della teoria economica – anche se, certo, si trattava di una bomba a orologeria piazzata sotto l'edificio, e con il senno di poi, come dirò, quelle contraddizioni interagirono pesantemente nella ristrutturazione del pensiero economico dominante. La `seconda' crisi scoppiò, ha ragione Joan Robinson in quella vecchia conferenza, su due questioni. La prima, che occupò per molto tempo il centro della scena, era l'inconsistenza logica, ma quindi anche la debolezza politica, della teoria della distribuzione neoclassica. Piero Sraffa, nel 1960, porta il colpo finale all'idea che esista qualcosa come un fattore della produzione omogeneo chiamato `capitale' indipendente dalla variabile distributiva, profitto o interesse, che lo dovrebbe ricompensare. La distribuzione del sovrappiù è perciò il luogo di uno scontro politico, e non è regolata da alcuna presunta legge `naturale'. L'attacco era fondato, ed ebbe successo.
Gli alti prelati del conclave dovettero ammetterlo in pubblico. La caccia all'errore aveva avuto successo, la teoria `borghese' era sbugiardata come ideologica. Sì, forse facendo fuori il capitale come fattore di produzione si rischia di non dover più parlare neanche del capitale come rapporto sociale di produzione – e d'altronde, a qualcuno parve che nelle categorie, se non nelle intenzioni, di Sraffa si ritrovasse anche la dimostrazione definitiva che la teoria del valore-lavoro di Marx era un'anticaglia, magari una volta utile benché imprecisa, oggi comunque inservibile e dannosa, e da relegare in soffitta. Non c'era però da preoccuparsene. Anche perché sul terreno distributivo si poteva, come scrivi riprendendo un'espressione di allora, `volere tutto'. Per esempio, tenere duro sul salario avrebbe costretto l'avversario di classe a rispondere sul terreno di una ristrutturazione foriera di più elevata forza produttiva del lavoro, che avrebbe reso compatibile ex post un salario reale più elevato; il che, a sua volta, avrebbe posto le basi per riaprire la questione della ripartizione del prodotto netto più avanti nel tempo, e su una base più favorevole (allora la questione del debito pubblico non appariva così centrale, ma la si potrebbe ridefinire anch'essa come una questione distributiva in una logica non troppo distante).
Non è, in fondo, quello che dici anche tu nella tua lettera? Tu però mi sembri un po' fuori tempo massimo, mentre i seguaci di Sraffa erano puntuali all'appuntamento con la storia. Riflettevano, almeno in parte, un movimento reale. Perché davvero il conflitto sociale dentro quel capitalismo `bastardamente' keynesiano aggrediva il capitalismo dal lato – anche: ma, come dirò subito, non esclusivamente; e, forse, nemmeno principalmente – di un salario che si faceva variabile `indipendente'. E quel discorso, entro certi limiti da definire storicamente, può effettivamente funzionare.
Ma c'è un secondo motivo della crisi della teoria economica degli anni sessanta-settanta, ed è proprio il motivo su cui Joan Robinson – giustamente: anche se non credo avesse l'armamentario teorico per tirarne tutte le conseguenze – insiste di più. «La prima crisi – scrive – era nata dal crollo di una teoria che non era in grado di specificare il livello dell'occupazione. La seconda nasce da una teoria che non sa spiegare il contenuto dell'occupazione […] ora che siamo tutti d'accordo che la spesa pubblica può mantenere l'occupazione, dobbiamo discutere sulla destinazione della spesa» (La crisi post keynesiana, a cura di M. D'Antonio, Boringhieri, p. 107). Insomma, continua sarcastica la Robinson, «tutto il guaio nasce da una semplice distrazione: quando Keynes è entrato nell'ortodossia ci si è dimenticati di cambiare quesito, e discutere a che serve l'occupazione» (p. 111). Nel frattempo, «sono stati i cosiddetti `keynesiani' a convincere uno dopo l'altro i presidenti degli Stati Uniti che non c'è niente di male in un disavanzo del bilancio, e a permettere che il complesso militare-industriale ne traesse vantaggio» (pp. 108-109). È per questa `distrazione', fa intuire la Robinson, che la mancanza di una teoria della distribuzione si traduce nel problema (che sembrava allora irrisolvibile) di mantenere condizioni prossime al pieno impiego senza che si producano spinte inflazionistiche: cioè nella rincorsa tra aumenti di salario monetario e reazione stagflazionistica del sistema (oggi sappiamo che una precarizzazione spinta del mercato del lavoro può risolvere il dilemma in modo capitalisticamente soddisfacente). Bene: ciò che più o meno chiaramente la Robinson coglieva è che la `seconda' crisi della teoria economica, come la `prima', accompagna una nuova `grande crisi' del capitalismo, ma che quest'ultima ha natura eminentemente sociale. Se la sua manifestazione più superficiale è la lotta distributiva, la sua verità di fondo è lo scontro dentro la produzione, e sulla struttura della produzione.
Come venne osservato, è proprio questa circostanza tipica di quella congiuntura storica a mostrare l'insufficienza della posizione `neoricardiana' di alcuni allievi di Sraffa. Se le cose stavano in quel momento nei termini detti, e considerata quindi l'intensità del conflitto sul comando capitalistico oltre che sulla ripartizione del plusvalore, l'attacco al profitto e la questione relativa alla composizione della produzione che ne discendeva erano di fatto un attacco all'essenza stessa del sistema. I trent'anni successivi, non a caso, hanno visto la politica economica di `destra', ma ora anche quella di `sinistra', abbandonare l'obiettivo della piena occupazione – non i disavanzi: guarda Reagan, e in potenza Bush jr. – e così fare in modo che quella questione `dal basso' non potesse essere più posta. A questo punto, certo che ha ragione Bertinotti a voler ristabilire il `vincolo interno' (sul tuo `vogliamo tutto' tornerò dopo): il problema è come, e a che scopo. Il `come' non può non passare attraverso una simultanea capacità di investire, al livello oggi dettato dalla dinamica capitalistica, la politica economica, senza indulgere a nessuna illusione che quel vincolo interno possa nascere senza una inversione di rotta anche politica, `dall'alto'. L'`a che scopo' significa ridefinire un controllo sociale sul processo accumulativo: `dall'alto' come `dal basso'.

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Posso ora chiarirti perché, benché quasi tutto ciò che scrivi sulla teoria economica dominante sia corretto, le implicazioni che ne derivi vadano, a mio parere, nel senso sbagliato.
Il punto è che, ossessionati come siamo stati dalla ricerca di errori formali della teoria neoclassica, abbiamo tardato a renderci conto dell'intelligenza della reazione della corrente dominante nella disciplina. Il terreno originario del contendere – l'impossibilità di aggregare il capitale, la sua misurazione, il ritorno delle tecniche: tutti limiti di un modello che ora si riconosce `semplificato', utile meramente a scopi `didattici' – è stato semplicemente abbandonato. Si è dimostrato che l'equilibrio economico generale sta perfettamente in piedi con beni capitali eterogenei, e che prezzi e distribuzione possono essere definiti in modo logicamente rigoroso, senza ricorrere a considerazioni estranee al sistema sotto esame. Ovviamente, ammettendo una anomalia qua, una anomalia là.
Le strategie che gli economisti del conclave hanno adottato sono state, in prevalenza, tre, scivolanti progressivamente l'una dentro l'altra. Innanzi tutto, si è fatta di necessità virtù, e si è sostenuto che proprio l'implausibilità del modello di base ne fa il punto di partenza adeguato per `integrare' dentro di esso, l'uno dopo l'altro, tutto ciò che manca, con la massima parsimonia di mezzi e mantenendo il rigore iniziale. In questo modo si è riusciti – lo si deve ammettere non senza un pizzico di invidia – a spiegare praticamente ogni aspetto `concreto': altro che rimanere muti, come suggerisci in conclusione. In secondo luogo, si è preso atto di quel che ancora una volta sei proprio tu a ricordare, e cioè che quel modello irrealistico di partenza se a qualcosa assomiglia è a una economia collettivista dove l'ufficio del piano pretende di sostituire il banditore walrasiano. E così, ironia della sorte, l'implosione del sogno teorico di Walras finisce con lo spiegare, in ultima istanza, l'esplosione del socialismo realizzato. Grazie alla prima e alla seconda mossa, gli economisti ortodossi hanno sfruttato i risultati del dibattito sull'equilibrio economico generale per potersi presentare loro stessi come i primi critici della mano invisibile, in grado di sottolineare i fallimenti del mercato puro a fianco di quelli dello Stato interventista. E qui si scivola nell'ultimo, più sofisticato movimento, in cui gioca il modo con cui si era nel frattempo risolto lo iato tra micro- e macroeconomia. Una volta imposto l'individualismo metodologico come unico lasciapassare per essere ammessi alla conversazione economica, e una volta quindi stabilito che il rapporto tra i due rami dell'economia andava ristabilito fondando il comportamento (non a caso definito) `aggregato' sul comportamento `razionale' degli agenti singoli – insomma, una volta dissolta l'autonomia della macroeconomia – si è lasciato campo libero a tutte le opzioni, cercando anzi di riprodurre al proprio interno il più possibile dei temi una volta privilegio degli eretici.
Non soltanto si diffonde di nuovo il metodo degli equilibri parziali, ma si va oltre. Riprendendo un giudizio di Augusto Graziani di qualche tempo fa, ma valido ancora oggi, «si deve riconoscere che, esposto alla sfida della concorrenza, il paradigma neoclassico ha mostrato una voracità, una flessibilità, e una capacità di assimilazione impareggiabili. Doti queste che hanno consentito a quel paradigma di fagocitare una porzione assai larga dei nuovi apporti analitici, quale che ne fosse la culla confessionale […] Nel vecchio solco dell'impostazione individualista si trova ormai di tutto: deviazioni dalla concorrenza, incertezza, anarchia del mercato, teoria dei giochi, influsso delle istituzioni, progresso tecnologico, scorte monetarie, sfasamenti temporali, speculazione finanziaria, instabilità». (L'insegnamento universitario dell'economia politica, in: Economisti allo specchio, a cura di G. Becattini, Vallecchi, p. 23).
Il che, forse, almeno in parte dà conto di un paio di cose altrimenti sconcertanti. Per esempio, nella discussione sul mercato del lavoro la critica della tradizione ricevuta ha ripristinato l'importanza delle istituzioni e del conflitto, e però finisce bene o male con l'attribuire di nuovo la colpa della disoccupazione supposta involontaria dei lavoratori ai loro atteggiamenti, che so, di `naturale' pigrizia. Bel risultato. O, ancora, quest'altra. La stragrande maggioranza dei nostri economisti una volta critici, e ora dell'area della sinistra di governo, al contrario di quel che tu implichi, non hanno affatto assunto come modello-faro l'equilibrio walrasiano, ne proclamano anzi i limiti con più veemenza di noi due messi assieme. Sono i primi a mettere avanti l'esigenza di un atteggiamento modesto e pluralista, a indicare alla fine dei loro corsi i limiti della teoria dominante, a perorare modelli locali e datati, a rinviare all'osservazione della realtà. Chissà come mai, però, da questa indeterminazione – che a quel che scrivi ti dovrebbe stare simpatica – spesso e volentieri escono fuori politiche attente soprattutto all'aria che tira (e tira sempre dalla parte sbagliata). E chissà perché, tanto più si proviene da un retroterra marxiano tanto più è facile giustificare politiche antioperaie e antipopolari.
Scusami, ma nel rimandare a una spiegazione `esogena' e ai rapporti di potere non riesco affatto a vedere la soluzione, almeno in un paese che ha saputo inventare l'autonomia del politico e il pensiero debole. Se proprio vuoi trovare dei referenti teorici ai nostri politici, l'esercizio è molto più semplice e non ti porta a quel gigante di Walras, ma semmai a Mises o Hayek (o, se proprio vuoi, un Friedman impoverito) per il centro-destra, e a quell'arco di autori che va da Krugman a Simon, a Stiglitz, passando per tutte le possibili `asimmetrie' di informazione e di potere per il centro-sinistra. Tutti critici, per una ragione o per l'altra, dell'equilibrio economico generale. E per quel che riguarda i secondi, tutta gente per cui il capitalismo, per così dire, non ha la polmonite (come per Keynes), ma ogni tanto si becca un'influenza passeggera per prevenire la quale è sufficiente un buon vaccino: e che quindi è fatta apposta per una sinistra `liberale' come la nostra.
Tiro alcune conclusioni provvisorie, un po' provocatorie e in contrasto con le tue. Se proprio vogliamo parlare di una nuova `crisi' dell'economia, questa investe gli approcci alternativi, che trovano messa in discussione la loro stessa esistenza, di più la loro identità. La teoria dominante si è sganciata dall'abbraccio mortale con un neoclassicismo ristretto, ed è risorta come una novella araba fenice, o meglio come una costellazione di punti di vista anche in radicale contrasto tra di loro, ma uniti nella comunanza del metodo e nella dissoluzione della macroeconomia. Elemento determinante della forza della teoria dominante è stato quello che tu scambi invece per il suo punto debole: la volontà di spiegare, secondo una sequenza argomentativa rigorosa e in modo endogeno, quanti più fenomeni sociali possibile, al punto che l'economica ha invaso imperialisticamente ogni altra scienza sociale. In questo sforzo nulla è stato tralasciato, dal conflitto sociale, ai rendimenti crescenti, al progresso tecnico, alla politica. A partire, appunto, dal tentativo di includere in modo convincente dentro il proprio orizzonte teorico quanto gli era sempre sfuggito: la dimensione temporale e quella monetaria.

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Se questo è lo stato delle cose, il tuo atteggiamento mi sembra quello meno adatto a consentire una risposta all'altezza della sfida. Per una doppia ragione. Da un lato, mi pare, tu non sembri accorgerti che quasi tutti i tuoi argomenti sono argomenti intellettualmente `neutrali', declinabili da destra come da sinistra. Il tuo disdegno delle leggi economiche oggettive potrebbe essere sottoscritto alla lettera dalla critica austriaca alla Mises e alla Hayek, che infatti butta a mare Lange come Walras. La tua lettura di Keynes attraverso l'allevatore australiano è propria di quel soggettivismo estremo che accomuna Lachmann (un sodale, appunto, dei due cardinali dell'ultraliberismo) a Shackle (l'interprete radicale di Keynes). È Frank Hahn – un papa, se ce n'è uno, dell'economia tradizionale di oggi – a scrivere: «la conclusione che si impone è che non conosciamo con esattezza come stiano realmente le cose» (a conclusione delle sue Riflessioni sulla mano invisibile, in: Equilibrio economico, disoccupazione e moneta, a cura di F. Ranchetti, Laterza, p. 85). Una versione beneducata del tuo «I am buggered if I know». Non deve essere un caso se da quest'impianto gli austriaci ricavano sensatamente la conclusione che, se proprio non si sa nulla, meglio evitare di mettere le mani su un gioiellino così delicato come il mercato; o che postkeynesiani come Davidson e mille altri siano tutto meno che anticapitalisti. Qualcun altro, altrettanto sensatamente, penserà che non devi essere Dio per agire e conoscere in condizioni di conoscenza limitata; e che comunque il salto dal tuo contadino australiano a una visione pugilistica della lotta di classe omette qualche mediazione. Tutti saranno più convincenti di te, di noi, specialmente sino a che il potere – non è di questo che parliamo? – ce l'hanno gli altri, e sino a che non siamo in grado di capire come toglierglielo, o almeno neutralizzarlo. Il che, credo, ci riconduce a ben vedere al problema esploso con la `seconda' crisi, e ributtato sapientemente sotto il tappeto, in questo aiutati dalla dovizia degli effetti speciali delle nuove teorie.
L'altra ragione, se vuoi più fondamentale e seriosa, è che sono convinto che se qualcosa può scuotere la teoria dominante non è niente di meno che un competitore di pari ambizioni. Perché evidentemente esiste un'altra possibile strada da percorrere. Diversa da quella della critica, dall'interno o dall'esterno, della logica della teoria dominante che è stata prevalente negli ultimi decenni: una strada che ha condotto, per un verso, in un vicolo cieco e, per l'altro verso, alla metamorfosi dell'economia dominante e non alla sua crisi. Ma diversa anche da quella di chi si limita a dire, come fai tu, che l'economia non sa dire nulla sulla società, e quindi si condanna a non spiegare il potere di queste idee se non attraverso l'arbitrio del dominio, o a una troppo ingenua teoria del riflesso secondo la quale le vicende della teoria rispecchierebbero l'altalena del conflitto di classe. Questa via è quella di riscoprire che un'altra visione del mondo, e un'altra analisi, sono possibili a partire dal riconoscimento che gli scogli su cui si è incagliato l'equilibrio economico generale, cioè il tempo e la moneta, sono connaturati all'oggetto capitalismo come società di classe che si realizza sul mercato.
Si tratta, in altre parole, di contrapporre all'idea di chi reintroduce queste dimensioni dentro un'analisi che inizia da un quadro dell'economia come grande baratto di fatto atemporale, un'analisi che all'opposto si voglia, dalle fondamenta, monetaria e attenta alla successione delle fasi capitalistiche come all'evoluzione del tempo storico. E magari che si provi a fare ciò che nessun altro, oltre Marx, ha tentato. Formulare una teoria del valore che non si riduca alla dimensione dell'equilibrio, ma abbia incorporata al suo interno come dimensione altrettanto ineliminabile l'antagonismo e la crisi. E insieme – non in un altro `comparto' della teoria – inquadrare il valore dentro il processo capitalistico come sequenza essenzialmente monetaria, dove la moneta `conta' anche fuori dall'equilibrio per il suo legame con la produzione. È per questo, hai ragione, che la sfida di Marx è ineludibile – un autore in cui, è giusto, `tutto è endogeno'. Come è vero che è lui il discrimine da cui giudicare il pensiero economico prima e dopo. Non nel senso che in lui si trovi la soluzione del problema, ma nel senso che in lui quel problema trova la sua più esatta formulazione. Se cade Marx, nel senso che la sua sfida si rivela irragionevole e prometeica, cade l'intero progetto di una conoscenza del capitalismo che sia, a un tempo, scienza e critica. È quindi alla tua critica di Marx che ora devo rispondere.

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Non me ne vorrai se sono costretto a un breve interludio, dedicato alla didattica dell'economia, perché so che è un argomento cui tieni anche tu. Al tempo della `seconda' crisi della teoria economica, una crisi che fu percepita su scala planetaria, gli economisti italiani si sentivano, ed erano, sulla frontiera dell'economia, spesso eterodossa, quasi sempre risolutamente non neoclassica – nonostante lo svecchiamento della disciplina da noi fosse stato alquanto tardivo, risalendo i primi vagiti del rinnovamento alla metà degli anni cinquanta, e il suo definitivo realizzarsi alla metà degli anni sessanta. Non è evidentemente possibile disgiungere una riflessione sulla natura e sullo stato dell'economia dai modi del suo insegnamento. Per esempio, quanto sono andato dicendo io stesso in questa lettera avrebbe una traduzione immediata sul terreno didattico. Equivale infatti a negare alla radice che l'economia politica possa essere insegnata come un corpo unitario, e nella forma consueta del manuale. È invece opportuno già dai primi anni consentire agli studenti di apprendere criticamente la presenza di impostazioni esplicitamente o nascostamente contrapposte, dando loro il senso della pluralità di orientamenti scientifici, della loro problematicità presente, e della loro origine storica. Come anche è necessario che la complessità di questa prospettiva si incarni nella proposizione di chiavi di lettura sulla realtà contemporanea, italiana e internazionale.
Qualcosa deve essere successo, se non soltanto la gran parte degli economisti eterodossi italiani hanno traslocato, e la critica della teoria dominante sembra l'ultima delle loro preoccupazioni, ma se anche la protesta degli studenti della École Normale Supérieure di Parigi, partita nel giugno dell'anno scorso `contro l'autismo della teoria economica', e il supporto loro dato dal meglio della docenza di quel paese, non hanno incontrato alcuna eco da noi (molti materiali sono consultabili in rete, sui siti: http://www.autisme-economie.org/ e http://www.paecon.net/). E intanto in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Spagna, e in altri paesi ancora, quel movimento veniva ripreso e rilanciato. Da noi la cosa non è stata ritenuta giornalisticamente stimolante o di attualità perché non ne è venuto fuori nulla. L'elemento paradossale, su cui vorrei riflettere, è che in realtà molti dei temi della recente discussione francese, che dalle aule universitarie è tracimata su «Le Monde» o «Libération», coinvolgendo economisti come Fitoussi o Solow, erano stati anticipati in Italia quasi un quindicennio prima. Il 30 settembre del 1988 era infatti comparsa su «La Repubblica», e suscitava ampio dibattito, una lettera firmata da Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Orlando D'Alauro, Giorgio Fuà, Siro Lombardini, Sergio Ricossa, Paolo Sylos Labini. Vi si leggeva, tra l'altro che «un pericolo insidia gli studi di economia politica […] il crescente disimpegno sociale dell'economista»: «oggi una frazione crescente di coloro che si presentano come economisti tende a trascurare l'oggetto sociale della disciplina per concentrare tutto il loro interesse nello studio di strumenti analitici sempre più raffinati»; al contrario, i firmatari «ritengono importante che si formino nuove generazioni di studiosi di economia politica il cui obbiettivo principale sia la comprensione dei problemi della società nella loro concretezza e completezza, nella loro prospettiva storica, nel loro quadro istituzionale»; A quella lettera seguirono almeno un paio di convegni, interventi su quotidiani e settimanali, una serie di articoli su «Il Ponte»; videro la luce un paio di volumi. Molti espressero valutazioni analoghe a quelle degli estensori della lettera a «Repubblica», la questione venne estesa sino a ricomprendere quella della formazione degli economisti, ci si interrogò sulle cause e sulle vie d'uscita da una situazione dai più reputata preoccupante. Un elenco degli altri economisti che aggiunsero la loro voce a quella dei firmatari è impressionante: tra gli altri, oltre a Graziani (la citazione che ho preso viene da quel dibattito), Lunghini, Messori, Zamagni, Parrinello, Amendola, Biasco, Centorrino, Salvati (molti dei quali gravitanti nella sinistra `di governo' nei successivi anni Novanta).
La lettera degli studenti francesi per molti versi riprende i temi della lettera e di quel lontano dibattito, a partire dalla constatazione – materialistica quant'altre mai – della caduta verticale di iscrizioni alla filiera economia politica (un altro senso, certo ben più convincente dell'altro, di una crisi in atto della teoria economica). Si critica l'insegnamento attuale dell'economia politica perché non permette «una comprensione approfondita dei fenomeni economici nei quali il cittadino è oggi immerso». Si contesta che lo strumento matematico divenga «un fine in sé», e si deplora «l'uso abusivo della formalizzazione». Si richiede che la didattica dell'economia non sia separata «dalla conoscenza delle istituzioni, della storia, delle strategie degli agenti o dei gruppi, dalla dimensione sociologica», e si mostra «inquietudine per l'assenza di contestualizzazione delle teorie presentate». Si avverte che «il fenomeno del potere non può essere a priori escluso o messo da parte». Si conclude con un invito «al pluralismo degli approcci in economia» già nel ciclo di base, contro il dogmatismo non tanto mascherato dell'insegnamento di una sola dottrina, quella neoclassica» e dei suoi derivati». È seguita una contro-mozione di un'altra parte del mondo accademico che ha tentato la troppo facile, ed evidentemente infondata, replica consistente nell'accusare gli studenti e chi li appoggia di contestare la modellizzazione, lo strumento matematico, la dimensione quantitativa in quanto tali.
Qualcosa deve essere successo per passare dall'attenzione persino esagerata che circondò la lettera a «Repubblica» a questa indifferenza per quel che si discute in Francia, e che ci parla di noi. Come sai, ho firmato l'appello internazionale di sostegno agli studenti francesi. Eppure, vorrei interrogarmi più a fondo sulle ragioni di questa apatia nostrana. Essa probabilmente anticipa, in forma come sempre più estrema, una tendenza generale. Esprime la percezione – da noi più lucida – che, sul terreno della rappresentazione `astratta' della realtà economica, la controffensiva dell'economia tradizionale, che si è estesa sino a includere anche gli apporti critici debitamente sterilizzati e amputati, è stata vincente, sicché non c'è più opposizione possibile – se non si intende riprendere il progetto di una costruzione alternativa a tutto campo. In realtà, dentro la nuova koiné c'è spazio per (quasi) tutti. Così su «Le Monde» del 6 gennaio (L'économie entre empirisme et mathématisation) Solow può con successo dividere gli studenti, cui paternalisticamente concede la sua simpatia, dai docenti che li sostengono: affermando con nettezza che l'economia è una scienza applicata, che non può essere ridotta a disciplina assiomatica e meramente deduttiva; e che se i docenti francesi non hanno una forte dimensione empirica nel loro insegnamento, beh, è solo perché fanno male il loro mestiere. Che, soprattutto, sono proprio i partigiani della linea neoclassica a indagare le conseguenze dell'incompletezza dei mercati, della concorrenza imperfetta, della razionalità limitata, dei prezzi rigidi, dei comportamenti in disequilibrio, insomma di tutto ciò che è espunto dalle ipotesi di base dell'equilibrio economico generale.
Per questo tanto gli studenti francesi quanto tu stesso mi sembrate fuori strada. Gli studenti francesi, perché si accontentano del `pluralismo', quando il nodo non è presentare fianco a fianco le diverse spiegazioni dei medesimi fenomeni come fossero opzioni ideologiche alternative e incommensurabili tra cui lo studente-consumatore è libero di scegliere secondo i suoi desideri: il nodo è ristabilire l'economia politica come luogo dello scontro (che presuppone a un tempo il dialogo) tra teorie diverse dello stesso mondo, e perciò la natura ineludibilmente politica dello stesso insegnamento, che proprio per questo deve essere dichiarata apertamente dal docente. Tu, perché ossessivamente nella tua lettera contrapponi l'`astrattezza' della teoria neoclassica che non riuscirebbe a fornire gli strumenti per una analisi `empirica' della società che, scrivi, non può fondarsi sulla `teoria'. Per questo, sostieni, non vi è ponte tra questi concetti e la storia economica. Peccato che tra i più recenti premi Nobel in economia vi siano due storici economici… La questione è proprio all'inverso di come pensi: sta nel produrre non una indagine del capitalismo scissa da un fondamento teorico `astratto', ma un'astrazione differente da quella neoclassica su altri fondamenti. Gli studenti francesi gridano:– abbandoniamo i mondi immaginari! Si tratta invece di `immaginare' diversamente a partire dall'astrazione di base, e inevitabile, che però deve essere un'altra da quella della teoria `ricevuta'.
Qui diviene rischioso il secondo errore comune a te e agli studenti. L'approccio neoclassico, chiamiamolo così, `allargato', ha vinto sul terreno dell'estensione dello spettro d'analisi concettuale come dello studio raffinato dell'empiria. Ha, di conseguenza, vinto anche sul terreno ideologico e della formazione, che l'ideologia la inculca a partire dai `sillabi' dei corsi universitari: perché quel successo gli permette di far insegnare agli studenti il `modello semplificato' con tutte le sue assurdità, che verranno riconosciute e recuperate in seguito, deformando le menti, senza vere contestazioni. Questa vittoria, però, si comincia a pagare con una minore attrattiva dell'economica tra le scienze sociali. E allora? La riserva è pronta all'uso. Se si vuole la `concretezza', cosa di meglio del proliferare di curricula e insegnamenti di business economics? Da noi, per la verità, del suo parente povero e irriconoscibile che è – se non sempre, certo con inquietante regolarità – l'economia `aziendale'. Qui ogni pretesa di rigore è abbandonata, ci si accontenta di una descrizione senza teoria, dove difficilmente troverai un interesse per i temi del potere e del conflitto come li intendiamo noi. E si `trasmettono' non astratte `conoscenze' ma concrete `competenze' di pronta spendibilità.
La tragedia dell'università italiana in questo periodo è che la riforma della didattica in qualsiasi area disciplinare è prodotta come conseguenza di una filosofia generale essa stessa `aziendalistica', e che si ritiene proprio per questo attenta alla concretezza, alla specificità istituzionale, allo `studio di caso'– e per questo, si dice, garante del legame studio-lavoro (quindi, non dovrebbe essere ovvio?, `di sinistra'). Filosofia che impropriamente riduce l'università a `impresa' e lo studente a `risorsa umana'. E che pretende di adeguare e rendere compatibili l'una e l'altro alla `domanda' del `territorio': identificando quest'ultimo, il nostro preteso `cliente' ultimo, quasi esclusivamente con le forze imprenditoriali. La missione specifica dell'università – quella di essere, per tutti e innanzi tutto, luogo di elaborazione e di trasmissione di un sapere critico per una cittadinanza consapevole: e che soltanto in quanto tale è in grado di farsi elemento motore dell'innovazione sociale e produttiva, e quindi di trasformare la (invece di adattarsi alla) realtà in cui opera – finisce con l'essere disertata. O, al più, col divenire marginale e accessoria, magari privilegio di una élite: il che è, a ben vedere, lo stesso.

§

Il paradigma dominante non è riuscito a digerire tutto. Qui torna inevitabile, tra noi due, il dissenso su Marx, che tu vedi come il culmine del progetto scientista e riduzionista in economia politica, apologeta di leggi `naturali' dell'economia, riscattate in senso rivoluzionario soltanto dal crollo meccanico del sistema. Tolto questo, Charlie si riduce a Ricardo, da cui mutuerebbe la legge di Say e quindi l'automatica traduzione di risparmi, realizzati in anticipo, sugli investimenti da quelli finanziati. C'è qui una distorsione di metodo, su cui non interverrò (e spero che ti risponda invece Roberto). Come nel caso dell'opposizione rigida tra teoria `astratta' e `concretezza' storica, così nel caso dell'equazione secondo cui la `scienza' economica, ma quindi anche la sua `critica' in Marx, inevitabilmente non potrebbero che produrre leggi `deterministiche', mi sembra frutto di una epistemologia che non soltanto non distingue tra scienze sociali e scienze naturali, ma che anche legge le seconde lungo l'ottica della fisica di due secoli fa.
Ma veniamo al `tuo' Marx. Credo di non farti torto se sintetizzo la tua lettura nelle poche righe che seguono. Per costruire le sue presunte `leggi' della distribuzione e dell'accumulazione, Marx riduce il reddito globale a nient'altro che lavoro, e può effettuare tale riduzione in forza della teoria del valore-lavoro. Quest'ultima altro non è che una regola di determinazione dei prezzi relativi secondo cui questi ultimi sono necessariamente proporzionali alle quantità di lavoro direttamente o indirettamente incorporate nelle diverse merci. Questa teoria, ahimè, è confermata soltanto quando vige una composizione organica uniforme nei vari rami di produzione (tra parentesi, proprio quando è valida la teoria neoclassica del valore e della distribuzione di carattere `aggregato'). Insomma, Marx cercherebbe – come si dice oggi – di fondare `microeconomicamente' la sua analisi macrosociale del capitalismo, ma il tentativo fallisce, e già solo per questo dovremmo gettare tutto il Capitale nell'immondizia.
Sei però `caritatevole', e gli concedi un giro. Ragionando in un mondo a un solo bene, dove dunque la teoria del valore-lavoro `funziona', la tesi di Marx sarebbe che più basso è il saggio di salario (`variabile indipendente', qui nel senso di `data'), più alto è il saggio di profitto e, automaticamente, il saggio di accumulazione (`variabile dipendente'). Comprimete i salari, e la dinamica degli investimenti accelererà, perché tutti i risparmi diventeranno domanda di nuovi beni capitali – il dogma dei classici prima di Marx, ma anche la famosa tesi del cancelliere Schmidt di qualche decennio fa e su cui si ritrovano tutte le banche centrali, i governi e il padronato di ogni angolo della terra (di qualsiasi colore politico, ormai). A questo punto, colpo di scena, compare Keynes che chiarisce come senza domanda niente produzione, e niente `sfruttamento'. Visto che la domanda aggregata dipende dalla domanda autonoma – quindi, in un capitalismo `puro', dagli investimenti – e visto che non sappiamo cosa determini gli investimenti tanto a livello di sistema quanto a livello di settore, andiamo a vedere `caso per caso', dici, e studiamoci la politica, and that's all. In ogni caso, se cadono i salari, questo determinerà un minore effetto moltiplicativo, riducendo le vendite da un impresa all'altra. Il sogno (del capitalista individuale) della riduzione dei costi di lavoro per risollevare i profitti si traduce nell'incubo (per l'insieme dei capitalisti) della falcidie dei profitti per la carenza di sbocchi adeguati alle merci: ma Marx non se ne può accorgere.
La prova di questa incredibile catena di errori? Il Capitolo XXIII del libro I del Capitale. Lì Marx immagina investimenti uguali al plusvalore risparmiato, un'accumulazione di capitale che progressivamente esaurisce l'esercito industriale di riserva, l'aumento dei salari, la caduta della quota (e di rimbalzo del saggio) del profitto, il rallentamento della crescita e poi anche l'introduzione di investimenti risparmiatori di lavoro, e per questo i salari che si riaggiustano al ribasso, e così in circolo. E però Marx non ne deduce nessun problema di realizzo! Come mai? Perché per lui tutto il plusvalore potenziale è realizzato in quanto i capitalisti sono costretti a investire come dei matti, attirati dalla tendenza all'eguaglianza del saggio del profitto (altro tema ricardiano, naturalmente). L'unica `vendetta' del meccanismo, fai capire, è che gli investimenti che rispondono alla crisi della profittabilità indotta dalla compressione dell'esercito industriale di riserva danno luogo a una composizione organica del capitale più alta e così – ma solo «nel lunghissimo periodo», aggiungi – «si danno la zappa sui piedi». Avresti potuto aggiungere che la teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto è uno degli aspetti più caduchi del lascito marxiano, e il manichino senza vita che hai prodotto sarebbe completato.
Manichino senza vita perché la tua interpretazione di Marx, benché legittima (come tutte le interpretazioni) discende linearmente da una esegesi costruitasi negli anni della Seconda e della Terza Internazionale, aggiornata attraverso qualche buona lettura negli anni quaranta e cinquanta (Dobb e Sweezy, in primis) che però non è bastata a restituire nulla che assomigli neppure da lontano alla critica dell'economia politica come ci è stata consegnata in migliaia di pagine, che nessuno più si affatica a leggere. Una esegesi che, già fuori fuoco allora, difficilmente può essere mantenuta in piedi da chi si sia riletto lo stesso Capitale e le Teorie sul plusvalore dopo aver studiato i Grundrisse, i Manoscritti 1861-1863, e Il capitolo sesto inedito. O anche sia stato minimamente attento alla discussione (non solo tra economisti, ma anche tra filosofi) degli anni sessanta.
Anche qui in estrema sintesi provo ad accennarti il molto che non mi convince del tuo anti-Marx. Non è vero che in Marx la teoria del valore sia innanzi tutto determinazione dei prezzi relativi e solo in seconda battuta riconduzione del reddito al solo lavoro. È vero semmai il contrario. Per Marx, il processo capitalistico è fatto di imprese in competizione, che però, viste nella loro totalità di classe, se sono proprietarie dei mezzi di produzione (la condizione oggettiva della produzione), hanno bisogno di acquisire forza-lavoro (la condizione soggettiva della produzione), lavoro in potenza, da cui estrarre lavoro `in movimento'. Per questo, il capitale nel suo insieme deve instaurare un doppio rapporto di classe con la classe operaia: `comandare' monetariamente il lavoro sul mercato del lavoro (e Marx assume provvisoriamente che ciò avvenga garantendo la `sussistenza', che cioè lo scambio nel primo atto iniziale della circolazione sia `equo'); ma poi deve anche riuscire a `comandare' realmente il lavoro nel processo di produzione, che ha come suo scopo l'ottenimento di ricchezza astratta sul mercato finale grazie alla vendita delle merci contro denaro. La struttura della produzione è decisa dai capitalisti-imprenditori in forza del loro accesso privilegiato al capitale-monetario e della loro proprietà privata dei mezzi di produzione, che definiscono il discrimine di classe rispetto all'insieme dei lavoratori salariati.
Permettimi di mettere in evidenza alcuni punti che conseguono a quanto ho appena ricordato, e che contrastano con ciò che leggo nella tua lettera. Primo: tu riesci nel dubbio esercizio di parlare di Marx, sempre, come se descrivesse un'economia di baratto, non nominando mai la moneta, mentre in lui essa sta all'inizio e alla fine del `ciclo' del capitale (un punto che gli è riconosciuto, guarda un po', proprio da Keynes). Secondo: in Marx l'anticipazione del salario (monetario) apre alla produzione, e in quest'ultima il capitalista, da capitalista in spe deve tradursi in capitalista reale, deve cioè garantirsi con regolarità quello che a priori tutto è meno che certo: per andare alla svelta, che il lavoratore lavori. Deve, insomma, vincere la lotta di classe nella produzione. Qui il conflitto si radica dentro la determinazione capitalistica del processo lavorativo, e nella figura socialmente determinata che vi assumono le due classi: qualcosa che nel tuo modo di vedere non compare letteralmente mai. Terzo: da questo antagonismo origina una spinta autonoma – prima e indipendentemente dalle dinamiche distributive indotte dall'esercito industriale di riserva alle quali fai riferimento – alla ridefinizione della struttura del capitale dell'impresa, e agli investimenti. Quarto: Marx immediatamente segnala che la traduzione della merce prodotta in moneta sul mercato delle merci può non verificarsi, e a ciò riconduce la possibilità della crisi. La possibile insufficienza della domanda è annunciata anch'essa a chiare lettere all'inizio del Capitale; e, addirittura, senza un livello adeguato di `bisogno pagante' lo stesso valore non viene alla luce: tant'è che l'attacco alla legge di Say è un pezzo forte della sua critica a Ricardo. Marx si limita ad assumere provvisoriamente nel Primo Libro che il valore delle merci che emerge dalla produzione sia confermato dalla circolazione, e rimanda ai volumi successivi la rimozione di questa ipotesi. Tu, ovviamente, fai finta di niente. Invece, se c'è qualcosa che giustifica a pieno l'incertezza radicale delle scelte imprenditoriali è proprio l'impostazione marxiana!
Quinto e ultimo, ma primo in ordine logico: la teoria del valore come teoria genetica della ricchezza capitalistica – che riconduce tutto il nuovo valore che si materializza nel reddito al lavoro vivo estorto alla forza-lavoro (perché di questo si sta parlando) – non ha ancora niente a che fare con la determinazione dei prezzi relativi, tant'è che le diverse `imprese' nel Primo Libro del Capitale sono sempre di fatto immaginate come semplici frazioni del capitale totale, e quindi gli unici `prezzi' che ivi compaiono, se proprio così ci vogliamo esprimere, sono quelli del reddito e della forza-lavoro (il saggio di plusvalore, insomma). Il punto di Marx è molto semplice, se vuoi addirittura elementare. Non c'è ricchezza per il capitale se l'insieme dei capitalisti non è in grado di `sfruttare' il lavoro nella produzione: il nuovo valore è la misura del successo del capitale in questa operazione, e null'altro. Il che a sua volta richiede la capacità di `manipolare' l'attività umana nel processo lavorativo come mezzo alla valorizzazione, e perciò si fonda sulla ridefinizione della natura del lavoro: è la `sussunzione reale del lavoro al capitale' di cui parla Marx, ovvero la circostanza che la qualità al lavoro viene dalle decisioni del capitale sulla struttura della produzione. L'antagonismo non si rinchiude nella distribuzione, ma investe come e cosa si produce. Non c'è qui qualcosa che ci parla, in anticipo, della `seconda' crisi della teoria economica, di cui discorrevo all'inizio? E non richiama la nostra attenzione sui caratteri odierni della rivoluzione nel mondo del lavoro, in cui pure si è concretizzata la risposta capitalistica alla crisi sociale degli anni sessanta e settanta?
I prezzi relativi è chiaro che entrano nel quadro, ma in un secondo momento logico, come categoria derivata. Una volta che si è detto che il prodotto del capitale da altro non sgorga se non da lavoro vivo, è evidente che qualsiasi `prezzo' non può che essere forma di manifestazione necessaria del `valore' di Marx, quale che sia la difformità delle composizioni organiche del capitale. È, a dire il vero, stupefacente come tu – ma sarà per esigenze di sintesi – sembri credere alla favola che nella teoria marxiana del valore i prezzi relativi dovrebbero essere proporzionali ai lavori contenuti. E la famigerata `trasformazione' che fine fa? È un'altra critica di Marx a Ricardo, che tu cancelli, quella di avere identificato valori di scambio e prezzi di produzione, mentre invece i secondi non possono che divergere dai primi.
Nella tua ricardianizzazione integrale di Marx arrivi, sembra, fino ad attribuirgli l'idea che la concorrenza capitalistica si incarni nella sola tendenza all'eguaglianza del saggio del profitto tra settori, e quindi a prezzi relativi che sono (di nuovo!) non i valori di scambio ma prezzi di produzione che, alla Garegnani, agirebbero da centri di gravità `permanenti' nel lungo periodo. Peccato che il Marx in carne ed ossa – già nel mondo del Libro primo del Capitale – ribadisca con insistenza che la concorrenza capitalistica è da vedersi in primo luogo come un'eterna caccia all'extraprofitto attraverso il rivoluzionamento incessante delle tecniche. Una tendenza dinamica allo sventagliamento dei saggi di profitto che può prevalere sulla tendenza statica al saggio di profitto uniforme, e fare dei prezzi di produzione una mera `norma' ideale. È buffo che tu, che a ragione imputi a Marx la pretesa di voler fornire una teoria `endogena' dell'accumulazione capitalistica, rimuova proprio le due gambe su cui quella pretesa marcia: le innovazioni spinte dalla lotta di classe nella produzione; le innovazioni finalizzate alla conquista di vantaggi competitivi, sia pure temporanei, che oggi definiremmo `schumpeteriani'. Ben schizofrenico questo Charlie Ricardo … Insomma: del tuo Marx non rimane niente. Replicherai, lo so, che nella mia arringa difensiva ho lasciato da parte il pezzo forte dell'accusa, la `teoria del ciclo fondata sull'esercito industriale di riserva'. Ma, vivaddio, il Capitolo XXIII del Capitale ha un ruolo tutto diverso da quello che gli attribuisci. In breve, si tratta di ciò. Se il capitale è plusvalore accumulato, quindi è parte del lavoro oggettivato dei lavoratori salariati, che esso stesso acquista sul mercato, come può garantirsi la riproduzione sistematica di questo rapporto di classe da cui dipende la sua esistenza e il suo allargamento su base sempre più estesa? Il senso del discorso di Marx è che il mercato del lavoro, che è il primo e più importante mercato capitalistico, è anche un mercato singolare, perché in esso, dove si fissa il valore di scambio della forza lavoro e in parte si incide sulle condizioni del suo uso, la domanda (che viene dal capitale) e l'offerta (costituita dai lavoratori potenziali) non sono indipendenti, ma la seconda viene determinata dalla prima. Ovvero: la `popolazione lavorativa' è frutto, soprattutto, di una dinamica accumulativa, non di una dinamica demografica `naturale'. Scusa l'insistenza, ma ecco ancora qui una critica a Ricardo, al Ricardo che riprende Malthus: il livello del salario dipende da leggi `sociali', non da movimenti demografici estranei (`esogeni') all'accumulazione; l'accumulazione si regola in modo tale da produrre sempre una popolazione eccedente che frena l'andamento delle retribuzioni.
C'è però qualcos'altro che vale la pena di mettere in evidenza nel Capitolo XXIII, che ti sfugge. La struttura logica dell'argomento per sua natura si presta a un prolungamento, o meglio a un rovesciamento. Marx in fondo ci dice: visto che la merce venduta sul mercato del lavoro è particolarissima, in quanto in essa il valore d'uso alienato (la capacità lavorativa) è inseparabile dal venditore (il lavoratore), l'emergere di una coscienza di classe può invertire la relazione tra domanda e offerta di lavoro, mostrando nei fatti che il capitale dipende dal lavoro e non viceversa. Detto altrimenti: in Marx, la `variabile indipendente', in un contesto dinamico, non è il salario, ma il saggio di accumulazione (e, tra l'altro, tanto più veloce è quest'ultima, tanto più può elevarsi il salario reale a fronte di una quota dei salari declinante). Nondimeno, per la natura `speciale' della merce forza-lavoro il rapporto di dipendenza tra l'uno e l'altro può essere infranto, ma ciò comporta, oltre una mediazione `ideale', anche una conseguenza `pratica': la crisi del rapporto sociale di produzione. Qualcosa rispetto al quale il tuo `vogliamo tutto' sembra un gioco da ragazzi.
Ma come!, mi dirai. Che ne è dei risparmi che si traducono `automaticamente' in investimenti? Come ti ho detto, si tratta di un'ipotesi provvisoria del ragionamento. Ciò che conta è che tutto quello che si è detto sin qui regge anche con investimenti (la domanda autonoma) che determinano il plusvalore realizzato (e il risparmio). A condizione, evidentemente, che lo stato dei rapporti di classe nella produzione garantisca ai capitalisti quel margine di valorizzazione minimo `adeguato' storicamente, e che è soggetto, per Marx, ad ampie fluttuazioni ed è influenzabile dal conflitto.
Sì, certo – ed è questo l'unico argomento che sono disposto a concederti – nell'autore del Capitale non è presente l'autonomia degli investimenti come siamo abituati a pensarla dopo Keynes, e anche per questo una rilettura di Marx non può che essere una riscrittura di Marx. C'è qualcosa di scandaloso in questo? Debbo ricordarti proprio io, dopo la tua lettera, che un autore scrive nel suo tempo, ed è storicamente e contestualmente condizionato? Così assurdo che nell'Ottocento quest'autore non abbia anticipato di settant'anni l'evoluzione del pensiero? Non vale la pena di prendere sul serio quel passo delle Conseguenze economiche della pace del tuo Keynes dove parla del `doppio inganno' del capitalismo liberale precedente il primo conflitto mondiale? Quando le classi lavoratrici erano costrette a contenere i consumi e a veder ridursi la fetta della torta di cui si impossessavano, e i capitalisti – cui spettava una quota sempre più ampia che erano teoricamente liberi di consumare – invece davvero la risparmiavano e investivano. Keynes conclude che quel mondo, che vedeva crescere velocemente una torta che nessuno consumava, dipendeva da condizioni psicologiche `instabili' che non si possono riprodurre, e che sono saltate in aria con la Grande Guerra: ma si guarda bene dal contestarne l'esistenza (e certo la Grande Depressione di fine Ottocento si spiega molto meglio con la caduta tendenziale del saggio di profitto che con la Teoria generale).
Invece di imputare a Marx quel poco per cui non ha precorso i tempi, non sarebbe più interessante interrogarsi su come mai, con un secolo di anticipo, nel Capitale troviamo le uniche categorie che ci permettono di iniziare a pensare la crisi sociale degli anni sessanta-settanta del secolo che si è appena concluso?
Chi dal lato `borghese' si è provato a rispondere a tutto campo alla sfida di Marx è stato forse Schumpeter. Non a caso, l'unico autore che, con Marx, non soltanto introduce la moneta alla base stessa della struttura analitica della teoria dello sviluppo economico, ma che anche, in forza del medesimo movimento concettuale, vede nella distruzione creatrice e non nella tendenza all'equilibrio di lungo periodo il fatto essenziale del capitalismo. In fondo – e qui, lo so, scandalizzerò i `marxoidali' non meno di te – il mio Marx è sintetizzato nello spirito, anche se non nella lettera, che spira in queste due citazioni tratte da Capitalismo, socialismo, democrazia:
Facile è batterlo finché si consideri la teoria del plusvalore un puro teorema riguardante processi stazionari in equilibrio perfetto. Ora, poiché il bersaglio dell'analisi di Marx non era uno stato d'equilibrio che secondo lui la società capitalistica non potrà mai raggiungere, ma un processo d'incessante trasformazione della struttura economica, una critica sulle linee indicate non sarà mai decisiva. Il plusvalore può essere impossibile in condizioni di equilibrio perfetto, ma tuttavia essere sempre presente appunto perché non è mai permesso a un simile equilibrio di stabilirsi; può sempre tendere a svanire e tuttavia non svanire mai, perché continuamente ricreato. (Etas Kompass, pp. 27-28.) [A]gli errori teorici di Marx fa da contrappeso un risultato d'importanza primaria. Tutto ciò che nella sua analisi è insufficiente o perfino antiscientifico è percorso da un'idea fondamentale che non ha né questo né quel difetto: l'idea di una teoria non soltanto di un numero indefinito di modelli isolati, né della logica delle quantità economiche in generale, ma della successione effettiva dei modelli o del processo economico così come si svolge per forza propria nel tempo storico, producendo in ogni momento lo stato che determinerà da sé il successivo. Così, l'autore di tante concezioni infondate fu anche il primo a riconoscere quella che è a tutt'oggi la teoria economica dell'avvenire, la teoria per la quale andiamo lentamente e faticosamente accumulando pietra e calcina, fatti statistici ed equazioni funzionali. (Etas Kompass, p. 41) Ciò che lega Marx a Schumpeter è l'essenzialità della moneta nel processo capitalistico visto come una sequenza monetaria dove il tempo conta, dentro e tra i periodi; e il tentativo di formulare una ricostruzione endogena dell'evoluzione di questo modo di produzione. Ciò che li divide è che in Marx questo progetto sta o cade con la teoria del valore-lavoro come teoria dell'origine del sovrappiù capitalistico a partire dalla lotta di classe nella produzione. A suo modo, come ho cercato di dirti, la teoria neoclassica `allargata' di oggi tenta di riprendere, svuotandola del suo significato, questa sfida, provandosi con più successo che nel passato a integrare tempo e moneta nella sua modellistica.
Mi risponderai, forse, che non capisci, dopo tutte queste pagine, dove stia la mia risposta alla motivazione ultima del tuo attacco all'economia e a Marx. Credo allora forse io nella `scientificità' dell'economia politica, e nell'`oggettività' delle sue leggi, che tu combatti? Mi sottometto allora alle `compatibilità' del sistema, con tutta l'inevitabile successione di corollari e parametri da rispettare: dunque, controllo dei salari, bilanci dello Stato in pareggio, disinflazione competitiva, e così via nel segno dell' `austerità', in contrasto a tutto ciò che scrivo sulla politica economica?
Affatto. Non credo proprio che questa sia la conseguenza ineluttabile del filo di discorso che ti ho proposto. Per fartela breve, permettimi ancora un rimando, per così dire, `classico'. La questione che tu sollevi nel marxismo non è affatto una novità. Scandagliando nei vecchi libri, puoi trovare risposte spiazzanti. Quella che ti propongo è quella di Rosa Luxemburg – eh sì, lo riconosco, sono ricaduto nella nostalgia e nei vecchi amori: su Rosa ho fatto la mia tesi di laurea. Se c'è una `marxista' che ha sottolineato la natura monetaria del circuito capitalistico, è lei; come è sempre lei che insiste (pure troppo!) sui limiti che il capitale tende a incontrare dal lato della domanda. Bene, cosa sostiene la Luxemburg? Che esiste sì una `scienza' dell'economia politica, come disciplina che indaga le `leggi' della produzione di merci, ma che invece non esistono `leggi naturali del produrre'. Non esiste una `scienza' dell'economia in quanto tale, come logica dell'azione `economica' universale, ma soltanto l'economia come teoria dell'economia capitalistica. La ragione sta proprio in ciò, nel fatto che nella società capitalistica i rapporti sociali di produzione si feticizzano come se fossero forze naturali operanti alla cieca, e questa apparenza – che però, scandalo!, corrisponde in un certo senso a come stanno effettivamente le cose – va demistificata, combattendo (anche) la teoria per combattere (soprattutto) l'oggetto, sostituendogli una diversa e migliore relazione tra esseri umani nel momento stesso dell'attività. Per questo – nota bene – se è vero che esistono `leggi', e leggi anche della distribuzione, queste non soltanto non sono meccaniche e lasciano ampio spazio alla lotta per allargarne le maglie, ma possono e devono essere infrante.
L'esempio che fa Rosa Luxemburg nella Introduzione all'economia politica ti riguarda direttamente, perché è relativo alle lotte salariali, a cui fai spesso riferimento (mi spiace che tu non possa leggerti lì il Capitolo V su Il lavoro salariato, perché non è mai stato tradotto in inglese). Nella tua lettera tu non specifichi quasi mai se parli di salario in termini nominali, di corrispettivo reale della retribuzione, di quota del prodotto nazionale. La Luxemburg è invece molto precisa. Tra gli estremi di un salario reale di sussistenza e di un saggio `minimo' di profitto c'è ampio spazio per una determinazione conflittuale del salario effettivo, e quindi del saggio di profitto. Ma se si guarda alla tendenza dinamica del capitale, essa, in forza dell'estrazione di plusvalore relativo come forma distintiva dell'accumulazione, tende a produrre un aumento della forza produttiva del lavoro, che produce due effetti. Per un verso, se il sindacato e il movimento operaio sanno coglierla, vi è l'occasione di un aumento costante dei salari reali (ed è questa, sul terreno dei valori d'uso, la base del riformismo). Per l'altro verso, il salario relativo, cioè la quota del salario a fronte della quota del plusvalore, tende a decrescere, il che è perfettamente conciliabile con l'aumento del salario reale di cui si è appena detto, almeno sino a che gli incrementi del salario reale stanno entro i confini dettati della più elevata forza produttiva del lavoro. È questa che la Luxemburg chiama «legge della caduta tendenziale del salario relativo». Una `legge' contro cui si deve lottare: «la lotta contro la riduzione del salario relativo significa anche lotta contro il carattere di merce della forza-lavoro, cioè contro la produzione capitalistica presa nell'insieme. La lotta contro la caduta del salario relativo non è più una battaglia sul terreno dell'economia mercantile, ma un attacco rivoluzionario alle fondamenta di questa economia» (p. 257).
Prendi questo modo di ragionare, e confrontalo al tuo. Lasciamo perdere la tua rappresentazione della teoria del salario di Marx, che ne fa per l'ennesima volta un sostenitore della pauperizzazione `assoluta', quando invece la Luxemburg più convincentemente lo vede come un teorico della pauperizzazione `relativa', che non fa discendere la lotta di classe da una prospettiva miserabilista del capitalismo, e che anzi pienamente sostiene la possibilità di un miglioramento delle condizioni della classe operaia sul terreno dei valori d'uso. Più in generale, tu non hai `scienza', non hai `leggi', e puoi proclamare, in ritardo, il tuo `vogliamo tutto'. In cosa si traduce però tutto il tuo radicalismo? In una migliore distribuzione del reddito all'interno dell'ordine dato delle cose: se va bene. Se va bene, perché i sospettosi come me pensano che ci sia una relazione tra modo della produzione e modo della distribuzione. E se va bene, anche perché si dà il caso che il sistema reagisca quando la lotta distributiva tocca, come scrive la Luxemburg, «le fondamenta di questa economia». Figuriamoci quando l'antagonismo finisce con l'investire il come si produce e il cosa si produce. Nell'ottica della Luxemburg, al contrario, esistono leggi `oggettive', socialmente oggettive, e si è rivoluzionari proprio in quanto le si contesta per abbatterle; ma allora ci si deve porre un problema di uscita, politica e sociale, o almeno di gestione delle contraddizioni che così si aprono.
Tieni duro. Abbiamo bisogno di tutta la tua intelligenza, e di tutte le tue provocazioni.
Riccardo Torino, 12 febbraio 2000

note:
1  Riccardo Bellofiore risponde alla Lettera agli amici di Joseph Halevi apparsa nel numero di marzo 2001 di questa stessa rivista.


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