Populismo o neorazzismo?
LE MASCHERE DELLA DESTRA
Marialba Pileggi
«Diverse ragioni spiegano che è ancora attuale qualificare il Partito austriaco della libertà (Fpö) come partito populista di destra dalle caratteristiche estremiste. La Fpö attraverso sue campagne ha usato e incoraggiato i sentimenti di xenofobia. Questo ha creato un clima nel quale espressioni pubbliche dirette contro gli immigrati sono divenute accettabili, generando sentimenti di paura.» Così l'8 settembre 2000 i tre Saggi definiscono il partito di Haider. Il verdetto è esplicito: «L'evoluzione della natura politica della Fpö, di un partito politico di destra dalle espressioni estremiste, verso un partito di governo responsabile, non è esclusa» 1.
Parto da questo giudizio, ormai lontano nel tempo e finora poco analizzato, perché per la sua natura e per i suoi effetti (verifica della coerenza dell'Austria di Haider ai valori comuni europei, e della possibilità di revoca delle sanzioni decise in precedenza dall'Unione europea) esso costituisce una novità in Europa. Per la prima volta il Consiglio europeo, autorevole perché formato dai capi di Stato e di governo, sottopone a verifica la conformità del governo di un paese membro e della maggioranza politica che lo sostiene ai principi dell'Unione. Basterebbe questo carattere eccezionale e solenne a far assumere valore generale al contenuto e al lessico di questo giudizio.
Dieci anni prima, invece, la Commissione d'inchiesta sul razzismo e la xenofobia 2 del Parlamento europeo (1990) non mostrava dubbi su Haider: «Malgrado l'adesione della Fpö all'Internazionale liberale, il partito si situa alla estrema destra dello schieramento politico austriaco, e persegue una politica razzista contro gli stranieri in generale e, nella sua roccaforte di Carinzia, contro la minoranza slovena in particolare».
Negli stessi giorni in cui i Saggi consegnavano a Chirac il loro Rapporto la Convenzione nominata dal Consiglio europeo approvava il primo testo della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea che, all'Art. 21, recita «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi natura, l'appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali». Si produceva dunque un inquietante paradosso: nello stesso momento in cui l'Europa della Carta sanciva un rigoroso principio di non discriminazione contro le forme attuali di razzismo, l'Europa dei Saggi derubricava un soggetto politico razzista sotto l'incerta etichetta di `populista'. Segnalo questo slittamento semantico (razzismo/populismo) innanzitutto perché esso registra un mutamento di giudizio sullo stesso oggetto (il partito di Haider); in secondo luogo perché esso segnala e legittima un mutamento di cultura e di linguaggio politico tutt'altro che ininfluente nel rapporto tra le grandi famiglie politiche europee.
Non si tratta dunque di filologia, ma di cultura politica e di politica senza aggettivi. Da quel momento le destre estreme saranno percepite e identificate come una semplice variante populistica. Le letture colte del fenomeno si eserciteranno, tutt'al più, nel distinguere con scrupolo le diverse forme di populismo. Ma studiosi, politici (a destra come a sinistra) e la gran parte del messaggio semplificato dei media individuano nella categoria di `populismo' lo strumento di conoscenza/rappresentazione più efficace per render conto della natura e dell'avanzata delle destre europee.
Come e su quale piano trova spiegazione questo rovesciamento di giudizio?
Certo, non mi sfugge che tra la Commissione d'inchiesta del Parlamento e la procedura di verifica attivata dal Consiglio c'è una differenza di sensibilità e di orientamenti politico-culturali a proposito di un fenomeno quale quello del razzismo. Ma sotto il velo del lessico si legge l'esperienza politica che ha segnato l'Europa dell'ultimo scorcio di secolo: la sconfitta dei governi e delle coalizioni moderate e di destra, e la stagione dei governi socialdemocratici o di centro-sinistra favorita dalla divisione che nello schieramento di destra si è determinato spesso proprio sul tema della radicalizzazione razzista delle destre estreme. Al cambio di secolo è aperto il problema della riconquista da parte delle destre centriste di un consistente bacino elettorale sia attraverso alleanze vere e proprie (come in Austria o in Italia), sia attraverso l'assorbimento dell'elettorato (negli anni '90 anche popolare, anche operaio e giovanile) delle destre radicali ottenuto con l'assunzione graduale dei loro contenuti culturali e programmatici, sia attraverso un generale spostamento a destra di intere famiglie politiche europee, che è ben testimoniato dal recente processo di trasformazione del Partito popolare europeo.
Qui diviene interessante non solo la comprensione di un fenomeno politico ma quello che a me pare possa essere un punto di crisi, e di arretramento, del pensiero liberale europeo. Verificare in modo critico la legittimità di questo uso della categoria di `populismo'– in una parola se è pertinente dire `populistico' il fondamento delle attuali destre radicali – è un problema, che certamente occuperà il campo politico per un tempo non breve.
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È evidente che la categoria di `populismo' è di tale densità storica ed eterogeneità di significati – dal populismo liberale di Herzen al populismo rivoluzionario di Cernysevskij alle versioni nazionalistiche e autoritarie del Sudamerica, fino alle varianti fasciste – da renderla (per quanto suggestiva possa tuttora apparire anche a sinistra) del tutto inservibile per rappresentare e identificare la natura reale delle attuali destre radicali europee, il loro mondo culturale, il loro radicamento sociale, il loro rapporto con la democrazia.
Michel Wieviorka 3, sin dagli inizi degli anni '90 in uno dei suoi lavori chiarisce che la presunta continuità storica che si vorrebbe affermare usando la categoria di `neopopulismo' (assunta soprattutto in Italia per definire la Lega Nord) è un'«illusione dell'osservatore», non appartiene a nessuno degli attuali attori in campo, i quali si definiscono soprattutto in relazione, e in opposizione, ai fenomeni contemporanei della modernizzazione economica e politica.
Ma la discussione di Wieviorka della categoria di `populismo' risulta significativa soprattutto quando nomina il rapporto fra populismo e razzismo. In essa l'ambivalenza persistente del termine si scioglie esattamente in dipendenza delle variazioni di quel rapporto: «Esso [il populismo] si estende o regredisce, appare o scompare a seconda della congiuntura, e il posto che dà al razzismo è esso stesso variabile». A partire da un'inchiesta su alcuni quartieri di Marsiglia, precisa ulteriormente: «È quando il populismo si destruttura, quando il mito non funziona più… che il razzismo propriamente detto si dispiega», con effetti di imprevedibile violenza: «È possibile che la severità della crisi economica (a Ovest) o del passaggio al mercato (a Est) radicalizzi i discorsi nazionalisti e faccia esplodere il populismo, sino a provocare un nazionalismo differenzialista esasperato, e un razzismo non paragonabile a quello che conosciamo oggi a proposito degli immigrati».
Haider (ma quanti altri Haider si aggirano per l'Europa?) è ben oltre il limite al di là del quale il populismo si risolve nel razzismo. E queste analisi (qui appena citate ma sostenute da una mole enorme di lavori empirici) dovrebbero bastare a chiarire quanto sia insufficiente (pericoloso?) definire `populisti' fenomeni politici di natura diversa. A meno che nella cultura democratica non prevalga una nozione tradizionale di razzismo, legittima sul piano storico, ma oggi insufficiente sul piano teorico e analitico. Uno storico francese delle idee, poco conosciuto in Italia ma sin dagli anni '80 ben noto in Europa, Pierre-André Taguieff 4, ha già definito i caratteri teorici e culturali del razzismo contemporaneo, distinguendo nettamente dalla tradizione del razzismo biologico le forme attuali di `razzismo differenzialista e culturale', destinate a esercitare una precisa funzione di esclusione, gerarchizzazione, dominio nelle società occidentali di fine secolo, segnate da un aumento senza precedenti delle disuguaglianze, da grandi ondate immigratorie, dalla velocità delle trasformazioni in senso multietnico e multiculturale, e tutte egualmente bisognose di nuovi e raffinati strumenti di controllo sociale.
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Mi guardo bene dal far scattare un corto circuito tra filologia e politica, e dal tracciare una linea continua fra storia delle idee e attualità politica. Ma è noto che sono proprio le mediazioni culturali (quelle più complesse) che trasferiscono nel senso comune diffuso le ideologie delle élites dirigenti, e traslocano anche nella cultura democratica e di sinistra convinzioni e idealtipi elaborati in aree radicalmente diverse. Per esempio, fanno declinare in politiche di `sicurezza' i problemi che nascono dalla fase attuale delle immigrazioni. E si comprendono meglio anche gli apparenti paradossi che popolano il campo politico presente nel nostro paese: le trasformazioni del pensiero `liberale' che celebra alleanze, certamente non solo elettorali, con i laboratori più pericolosi del razzismo (lo scandalo maggiore viene sollevato più nelle capitali europee che nelle agenzie di comunicazione italiane); ma anche, perché no?, un pensiero di sinistra che riconosce in quei laboratori `una costola della sinistra'.
Siamo di fronte a un'irresistibile metamorfosi di opinione su posizioni di destra? Un sondaggio annuale Sofres/Cevipof-«Le Monde»-Rtl 2000 documenta che negli ultimi cinque anni (la stagione della `gauche plurielle') le paure xenofobe e le reazioni `securitarie' al problema dell'immigrazione sono diminuite in Francia del 15%. Rinnovamento generazionale? Aumento del livello di istruzione? Nuove e più favorevoli condizioni economiche e di occupazione dovute alle politiche del governo Jospin? Difficile decidere. È però possibile pensare che l'avanzata delle idee di destra non è inarrestabile, e che un'adeguata controffensiva culturale e politica sui problemi concreti nei quali esse mettono radici ha qualche maggiore chance di successo che l'illusione di un inseguimento cui non è dato concepire il punto d'arresto.
note:
1 Mi riferisco al noto episodio delle sanzioni decretate dall'Unione europea contro il governo `nero-blu' del cancelliere Schüssel. Nelle conclusioni generali del Rapporto (che motiverà la revoca, decisa dopo qualche giorno, delle sanzioni) consegnato l'8 settembre 2000 a Chirac i tre Saggi – l'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, l'ex vice presidente della Commissione europea dei diritti dell'uomo Jochen Frowein, e l'ex ministro spagnolo agli Affari esteri Marcelino Oreja – dopo uno studio approfondito, si dicono convinti che «il governo austriaco è rispettoso dei valori comuni europei». I tre Saggi non hanno avuto modo di esaminare i sarcasmi antisemiti di Jörg Haider durante la campagna elettorale per le prossime elezioni comunali di Vienna.
2 Cfr. La relazione di Glyn Ford del 1990 della Commissione d'inchiesta sul razzismo e la xenofobia, Parlamento europeo, Lussemburgo 1991, p. 42.
3 cfr. M. Wieviorka (direttore del Centre d'Analyse e d'Intervention Sociologiques a Parigi), La démocratie à l'épreuve. Nationalisme, populisme, ethnicité, La Découverte/Essais, Paris 1993.
4 Di P.-A. Taguieff cfr. in particolare: Sur la Nouvelle Droite, Descartes & C., Paris 1994, e l'opera tradotta in italiano La forza del pregiudizio. Saggio sul razzismo e sull'antirazzismo, il mulino, 1994.