Sulle domande di Rossanda
SOSTIENE RIFONDAZIONE
Alfonso Gianni
Si può e si deve, purtroppo, consentire con il severissimo incipit dell'articolo di Rossana Rossanda pubblicato sullo scorso numero di questa rivista: non si poteva andare in modo peggiore alle elezioni. Oltre a tutte le considerazioni già svolte, se ne è aggiunta un'altra, tutt'altro che trascurabile, sia per quanto rivela delle mutazioni ideali e culturali intervenute in tanta parte della sinistra, sia per le conseguenze pratiche che avrà sulla formazione della rappresentanza parlamentare. Mi riferisco alla dichiarata intenzione del centro-sinistra di ricorrere alla presentazione di liste `civetta', capaci di annullare l'effetto riequilibratore dello scorporo e di sopravvalutare così la rappresentanza delle coalizioni a scapito delle forze, come Rifondazione comunista, che si collocano in posizione autonoma rispetto ai Poli. Lo sciopero della fame condotto in modo collettivo dal gruppo dirigente di Rifondazione comunista ha bucato la coltre di silenzio dei mass-media, ma non è riuscito a smuovere le coscienze e le determinazioni del centro-sinistra. Malgrado che suoi autorevoli rappresentanti fossero tra i presentatori di una `leggina' che, se approvata – com'era possibile fare in poche ore, per generale, quanto ipocrita, riconoscimento – avrebbe evitato una nuova truffa ai danni dei cittadini. Ma ciò che è ancora più grave, se possibile, è la motivazione adottata per questo comportamento, che verrebbe giustificato dalla necessità di rispondere ad una scelta truffaldina dell'avversario con uguale moneta. Se vi era bisogno di un'ulteriore dimostrazione della subordinazione culturale del centro-sinistra alle destre, che giunge fino all'assunzione dei medesimi parametri psicologici e comportamentali, eccola servita, con l'aggravante che alla truffa si aggiunge il disprezzo della democrazia, visto che non molti mesi fa il massiccio non voto della maggioranza dei cittadini aveva bocciato il referendum che voleva introdurre un sistema elettorale integralmente maggioritario. La sinistra moderata non solo ha buttato alle ortiche la concreta possibilità di approvare una nuova legge elettorale di tipo proporzionale sul modello tedesco, per la quale dopo la clamorosa sconfitta dei pasdaran del maggioritario assoluto esistevano condizioni politiche e istituzionali favorevoli, ma è approdata all'imbroglio delle liste civetta.
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Discutere quindi di proposte e confronti programmatici sembrerebbe quasi organizzare un torneo di scacchi in una discarica abusiva di rifiuti. Eppure è opportuno e necessario farlo, non è affatto un'impresa disperata, e questo per diversi motivi.
Non c'è dubbio che le contese un po' vacue tra le due maggiori coalizioni, dalla eleggibilità o meno di alcuni protagonisti fino alla data delle elezioni, nascondevano complessi di colpa per non avere fatto ciò che in cinque anni era pur possibile fare – come, ad esempio, una seria legge sul conflitto d'interessi – e la sostanziale convergenza nelle proposte programmatiche, che, per questa ragione, ma soprattutto nel centro-sinistra, appaiono alquanto indeterminate. Ora però le schermaglie iniziali sono terminate, le foglie di fico sono state tolte e qualche spazio per avanzare elementi di contenuto si sta facendo strada, persino malgrado la volontà dei maggiori contendenti. La stessa presentazione annunciata delle liste civetta da parte del centro-sinistra rende un po' meno credibile e convincente, anche se non verrà abbandonato, il ricatto sul `voto utile' operato nei confronti dell'elettorato di Rifondazione comunista, poiché all'evidente tendenza all'omologazione sul piano programmatico si somma quella sul piano morale e comportamentale, rendendo ancora più indigeribile il tutto. Secondo un principio dialettico, anche se un po' semplificato ma che ogni tanto si verifica nella storia, si potrebbe anche sperare che da cosa cattiva nasca cosa buona.
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Ma questa non nasce da sola, tutt'altro. Se Rifondazione comunista non può che aspettarsi il peggio da questo sistema elettorale e dalle truffe che si aggiungono, l'unica possibilità di ottenere un risultato soddisfacente sta nella capacità di conquistare sul campo voti a sinistra e tra l'astensionismo. È impossibile farlo senza sapere convincere, è impossibile convincere senza avanzare progetti e proposte, è impossibile avanzarli senza costruire un percorso nel quale gli stessi soggetti sociali cui si vuole fare riferimento diventino in qualche modo protagonisti e autori della proposta a loro destinata.
Questo è il primo tratto distintivo del lavoro che abbiamo avviato. Si iscrive tradizionalmente nelle questioni di metodo, ma sono convinto che sia già sostanza. Infatti un programma, oggi meno che ieri per tante fin troppo discusse e illustrate ragioni, non nasce dalla testa di pochi, seppure esperti, competenti e aperti, ma si sviluppa solo a partire da una nuova conoscenza di ciò che è diventato il tessuto sociale di riferimento dopo i processi di scomposizione e frammentazione provocati dalla globalizzazione e dalle ristrutturazioni capitalistiche. Il lavoro che abbiamo condotto fin qui ci è di conforto. Il programma che presenteremo alle elettrici e agli elettori è frutto di un percorso completo che ha attraversato molte realtà e molti soggetti, sia quelle e quelli rappresentativi di una indispensabile resistenza alla ristrutturazione capitalistica, sia quelle e quelli che sono portatori di nuove istanze. Per queste ragioni il programma deve partire dall'inchiesta, nelle forme e nei modi anche empirici in cui essa può avvenire. Non può essere partorito sulla base dei bollettini dei centri studi e degli uffici statistici. L'inchiesta richiede già una capacità di sapersi connettere direttamente, sentimentalmente (mi si perdoni la rimembranza gramsciana) e politicamente con chi si vuole conoscere. È già iniziativa politica, pensiero inverato, coinvolgimento di intelligenze e energie. Un liberale come Luigi Einaudi diceva che il mercato esprime solo delle domande, non i bisogni reali, perché se gli uomini fossero liberi avanzerebbero ben altre richieste alla società. La conoscenza dei bisogni reali, su cui fondare un programma, può quindi avvenire solo con metodi alternativi a quelli con i quali è costruita la vulgata sociologica ufficiale. Richiede una relazione continua, anche contradditoria, fra l'iniziativa nel sociale e la ricerca intellettuale; necessita di un duplice e contemporaneo atto di umiltà da parte dei protagonisti dei movimenti, che non possono pensare di esaurire la ricerca della verità nell'azione contestativa, e da parte delle forze intellettuali, che devono comprendere che la costruzione di un pensiero e di un programma alternativo muove solo dalla negazione della frattura gerarchica tra resistenza e progetto. Quest'ultimo infatti non nasce se non in presenza della prima, non in base ad una logica consequenziale pure comprensibile al senso comune, cioè `prima la difesa poi l'attacco', ma per una ragione più profonda: i soggetti del cambiamento non sono e non possono essere diversi da quelli che subiscono l'aggressione da parte della rivoluzione restauratrice del capitale.
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Tuttavia, lo riconosco, stabilire un nesso logico e politico fra resistenza e progetto non significa ancora avere risolto e realizzato il problema del passaggio dall'una all'altro. In mezzo ci sta appunto la capacità di elaborare un programma, di stabilire un percorso nel quale le proposte maturano praticamente assieme alla condivisione delle stesse, di fare sentire queste ultime come proprie tra settori sociali ben più ampi e complessi di quanto non siano le espressioni dei vecchi e dei nuovi movimenti. Questo è il nostro sforzo e il buon esito non è certo garantito, ma considero ingiusta la rappresentazione che Rossanda ha dato su queste pagine di Rifondazione come una forza arroccata su una posizione di pura resistenza.
Per tutte queste ragioni l'idea di programma cui stiamo lavorando vuole partire dalla ricerca di una risposta alle condizioni materiali di vita e di lavoro. Può sembrare un'ovvietà, ma non lo è. Significa scartare precisamente quell'idea di `governo dei processi di globalizzazione' che, nelle sue articolazioni e riproduzioni successive, induce la sinistra moderata a farsi interprete e prigioniera dell'esistente, la porta a declinare un progetto che parte dall'alto della piramide dei rapporti sociali e geopolitici, la spinge verso l'imitazione di programmi e di comportamenti con il centro-destra. Significa, più in generale, sottoporre ad una critica radicale l'idea stessa di governo che è prevalsa nel campo della sinistra in questi anni e che è tanta parte della sua perdita di identità e della sua sconfitta, e che consiste nel pensare di potere gestire il potere in modo diverso entro un sistema di rapporti produttivi e sociali dato come sostanzialmente immodificabile.
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Significa anche tenere conto delle modificazioni di ruolo e di potenzialità che hanno subito i governi degli Stati in relazione ai processi di unificazione europea e di globalizzazione. Queste modificazioni non annullano ruolo e responsabilità degli Stati-nazione e dei rispettivi governi, e infatti le loro politiche economiche e sociali nel contesto europeo non sono identiche, pur dipendendo tutte dal Patto di stabilità, ma certamente li rendono meno esclusivi. È quindi necessaria una dimensione almeno europea del pensare e dell'agire politico delle forze dell'alternativa, un'attenzione per gli avvenimenti e i movimenti che si verificano in questo contesto.
Ho detto almeno ma solo per prudenza e per radicata coscienza dei nostri limiti. Ma se vogliamo fare un esempio, scegliendolo tra quelli stessi che fa Rossanda, vediamo che il problema immediatamente si allarga. Credo che oggi il discorso non può oscillare tra una richiesta di uscita dalla Nato e quella di una nostra supina permanenza, ma deve spingersi, per essere credibile e politicamente agibile, a porre il problema dello scioglimento della Nato, in quanto strumento di una realtà bipolare a livello mondiale non più attuale e che sopravvive solo grazie ad una modificazione di compiti e di ruolo che dobbiamo contrastare con tutte le forze. In altri termini un atteggiamento di indipendenza rispetto allo strapotere americano è realistico e possibile, senza che sia rimandato a trasformazioni epocali, ma oggi richiede di essere declinato in modo più radicale.
I margini per una politica riformatrice non sono definitivamente negati dai vincoli internazionali esistenti, anche se è questa già una buona ragione per una loro corposa revisione. Ma è altrettanto vero che la logica della competitività a livello internazionale spinge le imprese, ben disposte a lasciarsi spingere, a tenere per sé tutti i profitti, quindi a non operare nessuna, seppur diseguale, redistribuzione dei risultati dell'incremento di produttività. Allo stesso modo la sete di nuovi mercati per il capitale finanziario è un motore formidabile nei processi di privatizzazione e di smantellamento dello Stato sociale persino al di là e oltre i progetti di reazione politica che essi incarnano.
La riconquista di un nuovo spazio riformatore richiede perciò la difesa e lo sviluppo di un nuovo spazio pubblico e la ripresa del conflitto sociale.
Non sono realisticamente progettabili riforme in positivo senza che la lotta sociale introduca dei nuovi elementi di rigidità, dei nuovi vincoli, nell'attuale modalità dello sviluppo capitalistico. Questo può e deve essere fatto a partire dalla questione del lavoro, nel senso – cosa particolarmente urgente nel caso italiano – di incrementare i redditi del lavoro dipendente e delle pensioni, anche, ma non solo, attraverso una riforma fiscale, di ridurre l'orario di lavoro a parità di retribuzione, di dare un salario sociale ai giovani e ai disoccupati, di estendere i diritti dei lavoratori all'area del precariato, di impedire la totale flessibilità e precarizzazione del mercato del lavoro, di difendere la salute e la condizione del lavoratore durante la prestazione lavorativa, di fare valere gli elementi di soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori nell'organizzazione produttiva e sociale del lavoro.
Non è possibile ricostruire un nuovo spazio pubblico, senza rimettere in discussione la questione della proprietà, della sua pervasività in ogni ambito della sfera privata e sociale. E questo significa non solo opporsi alle massicce privatizzazioni in corso (di cui per rapidità e intensità il nostro paese negli ultimi tempi detiene un triste primato) ma ripensare un nuovo intervento pubblico nell'economia indirizzato verso quei settori produttori di beni non mercificabili che il mercato rifiuta; significa ridisegnare uno Stato sociale su basi universalistiche e capace di cogliere quel nuovo carattere dei bisogni sociali che non può essere trascurato né consegnato al consumo privato; significa ricostruire una nuova coscienza civile, capace di conservare la memoria della costruzione di una nazione e di una democrazia, e nello stesso tempo aperta al mondo, fondata perciò su un sistema formativo e informativo pubblico, gratuito negli accessi e pluralistico negli apporti.
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Di tutto questo, e di altro ancora che qui non è possibile dire, bisogna discutere da subito, anche nello scontro elettorale. Ma soprattutto su questo confronto vogliamo investire, necessariamente al di là della scadenza elettorale, qualunque sarà il suo esito, per la costruzione di una sinistra plurale, la cui forza in ogni caso non sta nella leva del governo o nella semplice nobiltà delle tradizioni, come è anche dimostrato dall'esito delle recenti elezioni amministrative in Francia, ma nell'innovazione profonda dei suoi contenuti culturali e programmatici e nella capacità di valorizzare assieme e unire vecchi e nuovi antagonismi sociali.