numero  16  aprile 2001 Sommario

Le riforme disordinate

IL PACCHETTO INSICUREZZA
Salvatore Senese  

Non sbagliano quanti individuano nel forte senso d'insicurezza che percorre la nostra società un terreno cruciale per lo scontro politico in atto, e più specificamente per l'aspra e decisiva partita elettorale in corso.
E quando parlo di senso d'insicurezza intendo riferirmi, in modo particolare, a quei fenomeni criminali, comunemente e impropriamente definiti di microcriminalità, che toccano la sicurezza del cittadino nella sua dimensione quotidiana, nel proprio domicilio, nella propria incolumità o nei propri averi. Una dimensione che è all'origine della stessa primordiale giustificazione teorica dello Stato moderno, nella quale il patto di soggezione del cittadino verso lo Stato si motiva con l'obbligo di protezione di quest'ultimo verso il primo.
E tuttavia s'ingannano quanti, e sono i più, a fronte dell'irrompere da alcuni anni a questa parte del tema della sicurezza sul proscenio delle tematiche politiche, si tengono paghi di queste elementari considerazioni e si gettano a capofitto nella confezione e nell'agitazione di risposte superficiali, ritagliate sull'emotività, del tutto inidonee a incidere sui fenomeni che turbano la pubblica opinione e anzi a non lungo termine foriere di un aggravamento di tali fenomeni, dispensandosi da un'analisi più affinata dei meccanismi che generano il senso d'insicurezza e dalla ricerca di strade più complesse per incidere su tali dinamiche di psicologia sociale e sui fattori che le alimentano. Provo schematicamente ad accennare ad alcuni spunti di analisi al riguardo e ad alcune risposte del centro-sinistra.
Innanzitutto, una prima ed elementare osservazione: il cosiddetto `allarme criminalità' diventa ogni giorno più virulento (si veda l'ultimo rapporto del Censis), anche se i dati oggettivi (si vedano le relazioni dei procuratori generali, a cominciare da quella del procuratore della Corte di Cassazione, e le tabelle statistiche della criminalpol) indicano un calo dei reati più gravi e un aumento delle sentenze di condanna per i delitti commessi; mentre, per altro verso, l'indice delle rapine a Roma, in rapporto alla popolazione, è meno di un quarto rispetto a Parigi e, a Milano, meno della metà; e l'indice dei furti, sempre rispetto a Parigi, a Roma è di poco superiore alla metà e a Milano, ove pure è elevato, è ancora inferiore a quello parigino.
Quali le ragioni di questo scarto tra percezione e realtà del fenomeno? È evidente, infatti, che sarebbe superficiale tenersi paghi di una realtà meno allarmante di quanto comunemente avvertito, dal momento che la percezione del fenomeno costituisce, essa stessa, un problema di cui farsi carico.
V'è, innanzitutto, una diversa composizione dei reati: diminuiscono quelli più gravi, per effetto di una più incisiva azione di contrasto, ma non quelli di più quotidiano impatto (quali furti e simili) ed è evidente che, in regioni tradizionalmente civili o sicure come la Toscana, ad esempio, dieci sequestri di persona all'anno creavano commozione e sdegno ma, paradossalmente, allarmavano meno di quanto possano allarmare migliaia di furti in appartamenti: l'indignazione o la commozione per il sequestro di persona nasce da un sentimento di civiltà ma, nella stragrande maggioranza, non dalla paura di rimanerne a propria volta vittima, posto che ciascuno immagina che tali forme delittuose si dirigano verso soggetti con i quali non s'identifica, diversamente da quanto avviene per il furto in appartamento o per lo scippo.
V'è poi una presenza ossessiva della cronaca nera sui media e in particolare nei notiziari televisivi. Non si tratta, certo, di rimpiangere forme di censura più o meno larvata, quali quelle documentate da Murialdi per il periodo fascista, quando la cronaca nera doveva essere contenuta in non più di trenta righe, non doveva avere titoli vistosi, doveva tendere a minimizzare i reati. Ma forse sarebbe lecito chiedere, almeno al servizio pubblico, una meno scadente qualità dell'informazione. Si provi a confrontare uno qualsiasi dei grandi telegiornali della Rai con il telegiornale del servizio pubblico francese (su France 2, alle 20): mentre quest'ultimo dà una serie d'informazioni su quanto avviene in Francia e nel mondo, offrendo un passabile quadro d'insieme della realtà nella quale siamo immersi e dalla quale in definitiva dipende la nostra condizione, i primi – assai poveri ai fini della formazione di un quadro d'insieme della realtà nazionale e internazionale – sembrano invece bollettini di guerra, tanto è lo spazio e l'enfasi accordati alla cronaca nera.
V'è, ancora, sul versante istituzionale, una carente cultura della protezione delle vittime, che non significa – come rozzamente si afferma anche da parte di esponenti del centro-sinistra – un livello particolarmente duro e sproporzionato delle pene, ma una maggiore attenzione verso la situazione della vittima del reato, a cominciare dal momento in cui essa si presenta alla polizia per la denuncia sino a quello in cui viene chiamata in tribunale per testimoniare.
Si aggiungano le innegabili inefficienze e disfunzioni del nostro sistema giudiziario, nel quale le non disprezzabili riforme avviate dal centro-sinistra, in molti casi non completate a causa di un selvaggio ostruzionismo del centro-destra, hanno inserito un clima di provvisorietà e d'incompiutezza amplificato dalle lamentazioni degli operatori. A proposito dei quali non si sottolineerà mai abbastanza l'effetto devastante che sulla percezione della sicurezza di larghi strati di pubblica opinione hanno alcune esternazioni di magistrati noti, con riferimento a riforme che essi giudicano criticamente. Riforme che è più che lecito dibattere e criticare da parte di chiunque, ma che quando vengono denunciate da personalità della magistratura, anziché con argomenti, con interventi gridati e volti a creare allarmi del tipo `la mafia abolita per legge' o `da oggi siamo meno sicuri', inducono l'impressione di un lassismo generalizzato e ingiustificato che provoca frustrazione nel senso di sicurezza.
Anche al di là di tali episodi, avviene che esternazioni pur pacate contengano frammenti d'improvvisata filosofia del processo penale e della difesa sociale che, proprio in ragione dell'autorevolezza dell'autore dell'intervento, s'insinuano al di sotto della zona lucida della coscienza dei lettori favorendo uno stravolgimento del senso comune su fondamentali acquisizioni di civiltà. Esempio di tali interventi, l'intervista rilasciata, domenica 16 marzo scorso, al «Corsera» dal procuratore di Palermo, Grasso, a proposito della recente legge sui pentiti e della riforma sul giusto processo ove – a chiusura di una serie di considerazioni perfettamente legittime e opinabili – può leggersi questa aurea massima: «Processo giusto è quello che fa assolvere gli innocenti, ma soprattutto (corsivo nostro) che fa condannare i colpevoli». Il principio `meglio un colpevole in libertà che un innocente in carcere', che sembrava acquisito dalla coscienza civile ed anche dalla saggezza popolare europea, viene così ad essere sottilmente ma irrimediabilmente capovolto.
Il risultato complessivo dei fattori sopra accennati è un diffuso sentimento secondo cui un colpevole lassismo e un beota permissivismo segnerebbero la situazione del paese.
E il senso d'insicurezza, che tale messaggio diffonde, è esaltato dalla paura del diverso, che inducono l'immigrazione, l'impreparazione del nostro paese a fronte del fenomeno, il clamore della stampa sugli episodi di cronaca nera relativi agli immigrati, la propaganda xenofoba e razzista.
Un problema comune all'Europa Tuttavia sarebbe ancora riduttivo esaurire l'analisi delle radici del sentimento d'insicurezza all'insieme dei fattori sin qui considerati. Perché tali fattori sono in gran parte specifici del nostro paese, mentre il sentimento d'insicurezza rappresenta un dato comune ai paesi europei e un problema col quale i vari governi dei paesi dell'Unione sono chiamati a fare i conti. La centralità e l'incidenza del tema nel corso della campagna elettorale per le amministrative in Francia, e l'esito di queste, ne sono l'ultima riprova.
In Francia il sistema repressivo lascia pochi spazi alle accuse di lassismo. In occasione della clamorosa protesta dei magistrati, conclusasi con il lancio del codice penale all'entrata del ministero della Giustizia, è stato spiegato che la macchina della giustizia penale funziona come uno schiacciasassi: «…i giudici non motivano più le decisioni che prendono…. si ha l'impressione di fare un lavoro sporco… i giudici penali iniziano le udienze alle 14 e terminano a mezzanotte con un carico di lavoro di cinquanta processi per volta… rendendo un'apparenza di decisione… spesso con l'irrogazione di pene detentive». («Le Monde», 10marzo 2001, p.10, la révolte des juges). Le sentenze sono immediatamente esecutive. I ricorsi per cassazione non hanno effetto sospensivo e sono soggetti a un filtro rigoroso. Per altro verso, la disoccupazione è in forte calo e l'immigrazione è ben più consistente che in Italia. A differenza di qui, la destra ha elevato, bene o male, un cordone sanitario intorno alle posizioni razziste e xenofobe. Del servizio pubblico televisivo, si è già detto. Le politiche di attenzione verso le vittime sono sviluppate. Nondimeno, il dibattito sull'insicurezza è stato tra i temi centrali della campagna elettorale amministrativa e la risposta al problema, peraltro sempre giocato in termini di politica locale contro l'esclusione e la marginalizzazione, ha costituito uno dei fattori che, insieme a vari altri, ha determinato l'esito molto frastagliato del voto. Nello spazio di queste note non si riesce nemmeno ad accennare agli altri paesi. Ma non sembra azzardato affermare che il problema, in forme e con specificità diverse quanto alle sue cause immediate, è parte di un più generale sentimento d'insicurezza che investe i popoli dell'Unione europea.
Forse è banale ricordarlo, ma occorre tener sempre presente il quadro più generale nel quale si colloca il problema. Viviamo un tempo di grandi e profondissime trasformazioni, indotte da una mutazione epocale del mondo: trasformazioni nei modi di produzione e di scambio, nel rapporto tra la politica e l'economia, nelle comunicazioni e nella formazione del simbolico, nel costume e nell'immaginario collettivo, negli assetti geopolitici e nelle forme stesse di configurazione del potere politico che vede ogni giorno di più deperire lo Stato-nazione, quello strumento che nell'evo moderno e contemporaneo era stato forgiato per dare risposta alle esigenze di convivenza, di sicurezza e, nelle esperienze più avanzate, di progresso civile e sociale. La conseguenza di tutto ciò è una crisi d'identità del cittadino, delle sue coordinate di appartenenza e di cittadinanza, un offuscarsi delle prospettive di destino comune, un'incertezza e un senso d'insicurezza globale che va oltre i timori indotti dal rischio di eventi specifici e affonda le proprie radici nel sentimento di perdita di senso di quei valori che fondano l'identità collettiva e di destrutturazione del filo che unisce passato e presente.
Le risposte del centro-sinistra in Italia.
Questo è lo sfondo sul quale si colloca il tema della sicurezza quotidiana del cittadino. Uno sfondo, la cui consapevolezza non può certo bastare ad offrire una risposta in nessun paese ma che è necessaria per evitare di dare risposte sbagliate o di muoversi come mosche impazzite, aggravando lo stato d'insicurezza. La consapevolezza del quadro generale deve insomma servire a rendere avvertiti che il problema s'innesta su di un complicato groviglio che esige di procedere con grande razionalità, anche perché la razionalità dell'intervento è essa stessa fattore di rassicurazione.
Non sembra che una tale consapevolezza assista le forze del centro-sinistra.
Certo, sarebbe ingiusto disconoscere interventi razionali e di forte impatto rassicurante, messi in campo su questo versante da molte amministrazioni locali e anche regionali (penso alla Regione Toscana). Interventi essenzialmente volti, da un lato, a creare spazi di vivibilità nel tessuto urbano, idonei a scoraggiare delitti e aggressioni, a bonificare e drenare luoghi di aggregazione; dall'altro, ad assistere le possibili vittime e a prestare assistenza a categorie maggiormente a rischio di attentati (soprattutto gli anziani). Ma, accanto e direi al di sopra di tale linea, si è anche sviluppata una pericolosa tendenza ad assecondare le pulsioni più rozzamente emotive dell'opinione pubblica, fatalmente destinate a riproporre nei termini più sommari ciò che oltre vent'anni fa Ingrao definiva `l'illusione repressiva'.
Nasce da questa tendenza il cosiddetto `pacchetto sicurezza', accozzaglia di misure diverse (delle quali alcune anche condivisibili), la cui cifra complessiva era un'accentuazione repressiva; nell'illusione di offrire un'offa alla pubblica opinione e di contenerne le spinte peggiori. Un espediente modesto e grossolano che, abbandonato alle dinamiche senza governo della Camera dei deputati, ha partorito, dopo due anni, un testo irriconoscibile, votato anche dal centro-destra, del quale il contrassegno più evidente è la perdita di ogni ragionevolezza e leggibilità. Contro un testo siffatto, la destra ha avuto buon gioco a scatenarsi in Senato (salvo poi astenersi nella votazione finale).
Non mi soffermo sulle norme inutilmente repressive del `pacchetto', come la creazione di un reato autonomo dei furti in abitazioni e degli scippi con sensibili aggravamenti dei minimi di pena. Né sull'inaccettabilità, da un punto di vista di etica civile, di norme come quella che consente, dopo il passaggio in giudicato della sentenza, la revoca della sospensione condizionale al condannato – che ha concordato la pena con il pubblico ministero ed il giudice subordinandola esplicitamente alla concessione della condizionale – qualora risulti che a suo carico esistevano precedenti ostativi (che lo stesso imputato poteva non conoscere). Si può discutere dell'istituto del patteggiamento, ma, una volta che esso sia entrato nell'ordinamento, consentire che il patto sia modificato unilateralmente dallo Stato, anche senza che vi sia stato dolo o frode del patteggiante, risulta odioso e, da un punto di vista di politica processuale, condurrà a ridurre sensibilmente il ricorso a tale strumento deflativo.
Mi interessa maggiormente segnalare disposizioni prive di senso come quella che prevede che «la Corte di Cassazione, nel caso di annullamento della sentenza d'appello, dispone la cessazione delle misure cautelari». Disposizione che potrebbe condurre, nel caso di annullamento con rinvio per vizio di motivazione di una sentenza di appello che conferma una condanna inflitta in primo grado a un imputato di reati gravissimi, all'immediata scarcerazione dell'imputato, con allarme per la pubblica opinione, prevedibile ricorso a decreti-legge e quant'altro. Qui la norma, rimasta nel testo per la fretta e l'approssimazione della Camera dopo l'abrogazione della disposizione nella quale aveva senso (che prevedeva la criticabile esecutività della sentenza d'appello indipendentemente da ogni esigenza cautelare), si rivela addirittura contraria ad ogni ragionevole esigenza repressiva, frutto di una sciatteria inammissibile e deleteria. O ancora disposizioni la cui applicazione va nel senso esattamente opposto a quello perseguito, come quella che, nell'intento di snellire il lavoro della Cassazione, istituisce una speciale sezione ed un apposito procedimento che finirà per rendere molto più farraginoso e lento il lavoro della Corte, come lo stesso presidente – con un'iniziativa inusuale ma dettata da grande senso di responsabilità – ha segnalato in una lettera ufficiale al presidente del Senato, al ministro di Grazia e Giustizia ed al presidente della Commissione giustizia del Senato, dopo aver sentito tutti i presidenti delle sezioni penali e la procura generale presso la stessa corte.
Questi ed altri rilievi non hanno impedito di varare comunque un provvedimento che possa entrare, come un manifesto sulla sicurezza, nella campagna elettorale in corso.
La posta elettorale è certo molto importante. La sicurezza è un tema centrale dello scontro. Il carattere estremamente specialistico della materia farà sì che solo una frazione insignificante dell'elettorato potrà rendersi conto delle storture e della insensata inconcludenza di questo provvedimento, che sarà pertanto agitato come segno tangibile di un'azione governativa a favore della sicurezza dei cittadini. Ma è da chiedersi se questa sia la strada per contrapporsi al centro-destra o se, ad onta delle intenzioni, questa strada non apporti un robusto alimento ad una cultura, che è propria della destra, che tutto subordina – anche le regole – al raggiungimento dell'obiettivo. Infatti, usare la legislazione processualpenale, a dispetto di ogni elementare razionalità, non per confezionare norme magari discutibili nel merito ma come materiale grezzo per manifesti elettorali, non è un contrassegno di quella cultura?


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