numero  16  aprile 2001 Sommario

Federalismo conflittuale

SARDEGNA DOCET
Marco Ligas  

Mai come negli ultimi anni i temi delle riforme costituzionali hanno avuto una forte accelerazione, assumendo spesso un ruolo di centralità nel dibattito politico del paese. La recente approvazione della legge sul federalismo, avvenuta in un clima di forte polemica, è una conferma di questa tendenza.
Anche in Sardegna l'interesse per il federalismo è elevato, persino sproporzionato, e recentemente si è manifestato con una richiesta di revisione dello statuto regionale. Diversi consiglieri regionali, appartenenti a diverse aree politiche, hanno presentato proposte di legge in tal senso. C'è da aspettarsi che durante la campagna elettorale la riforma federalistica verrà presentata come essenziale per lo sviluppo dell'isola anche da chi ha sempre praticato politiche centralistiche e clientelari.
Chi, come noi, ha vissuto l'esperienza autonomistica di questo dopoguerra, largamente dominata dal sistema di potere democristiano, non può non seguire con diffidenza questo dibattito. Non vogliamo dire che una seria riforma federale, basata sulla solidarietà e sull'autogoverno, non meriti la massima considerazione e il massimo sostegno. Tutto quel che può migliorare la partecipazione alla vita democratica di un paese attraverso il pluralismo politico, la separazione dei poteri, la creazione e il rafforzamento di una rete di assemblee elettive, l'inclusione di popolazioni e di realtà territoriali marginali all'interno dell'organizzazione di uno Stato merita il massimo consenso. Del resto nessuno può dimenticare o sottovalutare il contributo teorico offerto da diversi esponenti della sinistra, da Gramsci a Lussu, sui temi delle autonomie regionali. Fondamentale è stata la loro elaborazione, soprattutto l'aver messo in evidenza l'intreccio tra la lotta delle classi subalterne e i problemi particolari delle regioni sino a sottolineare l'esigenza di un'autonomia politico-territoriale di queste ultime.
La nostra diffidenza deriva da altre ragioni, dal fatto che il federalismo che si cerca di imporre oggi ha ben poco in comune sia con i valori della solidarietà e della giustizia sociale, sia con gli obiettivi tesi al superamento degli squilibri territoriali.
Si sottovaluta, o con malizia o con troppa superficialità, che anche il federalismo, così come l'autonomismo, è una forma istituzionale che non è valida di per sé e che ha referenti storici contrastanti: si può coniugare infatti sia con lo Stato liberista che con quello sociale, sia con un regime parlamentare che con uno presidenziale. Insomma, da solo, non dà connotazione ad una istituzione politica: deve accompagnarsi ad altri valori.
È significativo che già 50 anni fa un tenace sostenitore dell'autonomia regionale come Renzo Laconi sostenesse che l'autonomia non ha un valore per se stessa, ma lo assume se viene correlata ad una legislazione speciale che agevoli la nascita di strutture e di `classi' capaci di dar vita ad iniziative locali di trasformazione e di progresso economico e sociale. Senza queste condizioni – continuava Laconi – «gli istituti autonomistici si trasformano in un apparato oneroso e inutile e non è escluso che larghi strati della popolazione ricadano nell'errore di un falso unitarismo».
Pur non nascondendo un giudizio critico sullo statuto del 1948, Laconi sottolineava come esso offrisse sia alla giunta regionale che al consiglio gli strumenti per contrastare gli interessi consolidati del blocco conservatore, allora rappresentato dagli agrari, dagli industriali e dai commercianti del formaggio. Nel riconoscere questa opportunità allo statuto speciale, non ci sembra arbitrario sostenere che le preoccupazioni di Laconi più che sul terreno legislativo (della qualità della legge) si manifestassero su quello proprio della politica, ovvero della volontà dei partiti di rispettare le indicazioni presenti nello statuto, scaturite dalle lotte popolari sviluppatesi nell'immediato dopoguerra.
Dobbiamo riconoscere che nell'analisi di Laconi c'era lungimiranza. Non solo è mancata la legislazione capace di favorire l'emancipazione delle classi sociali subalterne, ma sono mancate anche le iniziative perché si creasse in Sardegna una struttura economica in grado di promuovere uno sviluppo autonomo. Le stesse componenti della sinistra sono state via via imbrigliate in una politica contestativa `unitaria', abilmente orchestrata dalla Democrazia cristiana locale, nei confronti dello Stato che disattendeva i bisogni del popolo sardo.
Sono emblematici gli interventi realizzati allora in un settore chiave dell'economia isolana, quello dell'agricoltura.
Nell'immediato dopoguerra in tutto il Mezzogiorno e in Sardegna le lotte dei braccianti e dei contadini per l'uso delle terre incolte furono molto intense e a volte drammatiche. Diverse persone conobbero il carcere in seguito agli scontri con le forze dell'ordine e qualcuna perse la vita. La riforma agraria che ne seguì, anche se in un certo senso apprezzabile per avere colpito rapporti di produzione feudali, ha creato al tempo stesso le basi di un nuovo sistema di potere nelle campagne. La legge dell'ottobre del '50, che dettava le norme per la espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini, era una estensione di quella precedente (maggio '50) che prevedeva provvedimenti per la colonizzazione della Sila. Essa aveva come obiettivo la ridistribuzione della proprietà terriera attraverso la concessione delle terre ai contadini purché i territori fossero suscettibili di trasformazione fondiaria e agraria. A chi fu affidato il compito degli espropri e delle nuove concessioni? Agli enti di colonizzazione o di trasformazione fondiaria: in Sardegna all'Etfas e all'Ente per il Flumendosa. È attorno a questi enti e alla loro politica clientelare (espropri, assegnazione delle terre, contributi innumerevoli ai contadini) che si creò in Sardegna una nuova classe politica e sociale su cui fece perno la struttura del potere della Dc sarda. Tutte queste iniziative non solo non sono riuscite a risanare l'agricoltura ma non hanno modificato neppure i rapporti di produzione nella pastorizia dove, per alcuni decenni ancora, la rendita fondiaria ha avuto un ruolo decisivo e devastante nei confronti dei pastori che possedevano piccole greggi senza le terre per i pascoli. È corretto allora attribuire alla inadeguatezza dello statuto speciale questo esito della riforma agraria o non si è trattato piuttosto di una scelta contraria all'ispirazione autonomistica, funzionale soltanto alla difesa degli interessi della nuova borghesia sarda?
Nel settore industriale le cose non sono andate in modo diverso. Abbandonata progressivamente la produzione del carbone nel bacino del Sulcis, dove esisteva la seconda concentrazione operaia del paese con circa 18.000 lavoratori, i nuovi interventi hanno avuto come caratteristiche principali la lavorazione di materie prime importate (petrolchimica) e il perdurante disinteresse verso un sistema industriale che valorizzasse le risorse locali e al tempo stesso creasse le infrastrutture necessarie ad alimentare la famosa rinascita (pensiamo al problema che l'isola ha sempre avuto in tema di trasporti).
Certamente nessuno può negare come l'atteggiamento del governo nazionale abbia contrastato ripetutamente l'esercizio autonomo della giunta regionale. Al tempo stesso però sembra giustificatoria della propria inettitudine l'accusa secondo cui l'autonomia di cui ha goduto la Sardegna sia stata molto parziale al punto da determinare la mancata rinascita dell'isola. Non dimentichiamo che lo statuto ha offerto alla giunta e al consiglio regionali la possibilità di legiferare in diversi settori dell'attività produttiva. Il torto di chi ha governato è quello di avere in buona misura ignorato questi strumenti o di averli usati a fini clientelari o, nella migliore delle ipotesi, con la mentalità di amministratori aziendali.
Oggi le cose sono cambiate notevolmente a tutti i livelli. La stessa specialità dello statuto sardo ha perso la sua funzione originaria; ci troviamo infatti in una fase di transizione che ha già modificato e modificherà ulteriormente i rapporti tra centro e periferia. Il parlamento ha approvato nuove forme di decentramento e le stesse regioni a statuto ordinario godono di un'autonomia per certi aspetti maggiore di quella della regione sarda. L'esigenza di una revisione statutaria anche per la Sardegna non è infondata anche se appaiono ridondanti e demagogici gli strumenti ipotizzati per realizzare questa riforma. Che bisogno c'è di un'assemblea costituente? Non potrebbe il consiglio nominare apposite commissioni di studio stabilendo indirizzi, tempi di lavoro e apposite maggioranze al fine di presentare una proposta di legge nazionale per la revisione straordinaria dello statuto?
Ciò che viene ancora una volta sottovalutato è il tipo di federalismo auspicato. Si parte dal presupposto, tutto da dimostrare, che federalismo e autonomismo si trovino lungo un continuum e che entrambi abbiano lo stesso verso. E invece non è così, potendo essere anche tendenzialmente opposti. Non bisogna dimenticare infatti che le autonomie regionali nascono con lo scopo di realizzare una politica redistributiva volta a favorire un eguale trattamento dei cittadini in tutte le regioni del paese. Il federalismo che oggi si sta affermando, quello fiscale, non ha la stessa finalità e intende limitare al massimo il ruolo dello Stato federale attraverso un indebolimento progressivo del legame sociale che tiene uniti i cittadini. Lo stesso articolo 119 della Costituzione, rivisto e approvato recentemente dal Parlamento, pur salvando l'esigenza di perequazione delle situazioni meno avvantaggiate, introduce il principio secondo cui le regioni e gli enti locali devono reggersi con la finanza propria e al tempo stesso cancella il riferimento specifico al Mezzogiorno e alle isole.
Si premia in questo modo l'arroganza delle regioni forti del Nord che in passato hanno incrementato le proprie ricchezze incorporando il frutto del lavoro di centinaia di migliaia di emigrati del Sud e delle isole e oggi protestano perché la copertura fiscale della spesa pubblica ricade in modo rilevante sulle loro spalle. In questa visione municipalistica del federalismo il discorso sugli sprechi dell'amministrazione pubblica è pretestuoso; gli sprechi che ci sono stati in passato, e tutti sappiamo quanto abbiano penalizzato soprattutto lo sviluppo del Mezzogiorno, occorre eliminarli; ma questa scelta, fondamentale sia sotto il profilo della moralità che della buona amministrazione, non può portare al blocco della spesa pubblica e soprattutto non può porre fine alle politiche sociali e redistributive.
A sinistra abbiamo la tendenza a sottovalutare alcuni problemi contingenti con la preoccupazione che siano di destra. Motiviamo questo atteggiamento dicendo che è opportuno non abbassare la guardia, soprattutto in periodi come quello attuale, dove la prospettiva comunista si è allontanata dai nostri orizzonti e tutti o quasi concorrono a presentarla come una sciagura. Però non sempre le questioni contingenti possono essere considerate arretrate. Voglio citare, a titolo d'esempio, il problema dell'acqua in Sardegna. Ormai, sia d'inverno che d'estate, le città e i centri minori dell'isola vivono nella penuria dell'acqua. Vengono organizzate persino processioni per invocarla. Poi succede che piove e l'acqua delle piogge non solo viene dispersa sistematicamente ma provoca disastri ambientali. Alla sete si aggiungono così le difficoltà della ricostruzione del territorio. Perché avviene tutto questo? Perché mancano i bacini di raccolta delle acque, perché quelli esistenti non sono collaudati per ricevere grandi quantità di acqua, perché la rete di distribuzione è un colabrodo e l'acqua si disperde lungo il percorso. Quale federalismo fiscale potrà modificare questa situazione? In realtà questi problemi, dell'approvvigionamento delle acque e della tutela e della ricostruzione ambientale, hanno raggiunto una tale drammaticità, soprattutto nel Mezzogiorno, che solo se verranno considerati e assunti come problemi di una vera e propria questione nazionale potranno essere risolti, talmente ampio è l'investimento di risorse che richiedono. Ecco dunque un esempio di come la modifica dell'articolo 119 andrà incontro agli interessi più corporativi delle regioni del Nord.
In questa situazione è poco comprensibile che in Sardegna tutti si battano per il federalismo senza soffermarsi adeguatamente sul tipo di federalismo compatibile con i bisogni dell'isola e delle regioni del Sud. La stessa richiesta di un' `assemblea costituente' appare fuorviante rispetto alle esigenze delle popolazioni isolane. Troviamo naturale che questa demagogia la faccia la destra che propone di riscrivere lo statuto sardo ampliando le condizioni di garanzia delle libertà individuali e del mercato indispensabili, a suo dire, per la rinascita della Sardegna. È meno comprensibile l'atteggiamento dei sardisti e di altre componenti della sinistra.
Nei sardisti questa posizione sembra attribuibile almeno in parte a certe suggestioni identitarie. I tentativi di difendere dai tentacoli sempre più invasivi della globalizzazione alcuni caratteri ritenuti fondamentali della specificità sarda quali quelli di nazione, di popolo, della lingua e della etnia, se per un verso risultano legittimi, per un altro verso non possono prestarsi a strumentalizzazioni che indeboliscono il contesto più generale delle riforme istituzionali da realizzare in una prospettiva neomeridionalista. E anche il concetto di identità ha bisogno di essere rivisitato alla luce dei processi di rinnovamento che sono in corso nella società contemporanea, in quanto l'appartenenza ad una cultura non significa accettazione acritica della stessa per considerarsene parte integrante una volta per tutte ma piuttosto difenderne i tratti distintivi rapportandoli, in modo dinamico, alla realtà politica e ai suoi continui mutamenti.
Diverso è il discorso che riguarda i partiti della sinistra sarda. Rimasti prigionieri della politica contestativa e dell'unità artificiosa che ha creato, la loro azione non solo è diventata sterile ma ha provocato contraccolpi e incomprensioni in tutto lo schieramento progressista. In realtà al fondo di questa scelta c'era la sottovalutazione della natura di classe della regione e il convincimento che la radicalizzazione della lotta parlamentare avrebbe alla lunga pagato. In seguito alla crisi delle ideologie, oggi si porta alle estreme conseguenze la scelta di allora col rischio di subire, più o meno consapevolmente, le ipotesi di decentramento che appartengono alla cultura avversaria.


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