numero  16  aprile 2001 Sommario

Elezioni francesi

SCHEDA
Redazione  

Almeno a prima vista, nelle elezioni amministrative francesi sulle quali si era concentrata una certa attenzione – perché fra un anno ci saranno le presidenziali e le legislative e perché in tutti i grandi paesi europei non è facile prevedere il prossimo futuro politico – non è successo granché.
L'astensionismo è cresciuto come ovunque, ma molto meno che altrove; le percentuali di voto alle due coalizioni in lotta restano quelle registrate nelle precedenti elezioni del 1995; la sinistra ha conquistato dopo decenni la città di Parigi e Lione, ma la destra ne ha conservato e conquistato altre; l'estrema destra lepenista è in totale crisi, ma nel senso che è ormai divisa in molte frazioni pur conservando nell'insieme il 10,1% dei voti; il Pcf perde i più grandi comuni che amministrava e che erano da sempre per lui molto importanti, ma non ha il tracollo di voti di cui molti parlano; l'estrema sinistra ha avuto alcuni veri successi, ma era presente solo in un numero limitato di località.
E tuttavia è proprio questa apparente stabilità a costituire di per sé un fatto non scontato, e nel contempo dietro di essa affiorano nuove tendenze di notevole interesse, comunque da interpretare.
1) I rapporti di forza tra le due coalizioni non sono sensibilmente mutati. La sinistra plurale ha guadagnato qualcosa di consistente nelle elezioni cantonali, meno in quelle comunali. Ma la destra resta leggermente maggioritaria come era accaduto in tutte le recenti elezioni, salvo che nelle legislative del 1998 (anche a Parigi e a Lione ha preso più voti della sinistra). Il che è di per sé un fatto politicamente rilevante perché in tutti gli altri grandi paesi europei, nelle recenti elezioni politiche locali di medio termine, si è avuto un vero crollo della sinistra che aveva ancora di recente conquistato il governo nazionale (Germania, Inghilterra, Italia, Spagna, Austria, Svizzera, Parlamento europeo). Ciò vuol dire che la `linea Jospin', per quanto un po' oscurata e corretta, risulta comunque in Europa più condivisa delle altre.
2) Molti indizi mostrano però che se il totale dei voti si ripete, i voti non sono esattamente gli stessi. Il caso del Comune di Parigi (che, va ricordato, è solo piccola parte della ben più grande Parigi metropolitana) mostra una notevole avanzata della `sinistra plurale' tra i settori intermedi e professionalmente qualificati della società, ma anche una crescente difficoltà tra l'elettorato popolare. Sul versante della destra: la sua tenuta, e in particolare i suoi successi in certe regioni, corrispondono a un rilevante recupero di voti nell'area lepenista. Questa tendenza a una riunificazione del blocco conservatore è ancora solo ai primi passi. Le contraddizioni, e spesso le faide, al suo interno sono ancora tanto acute da aver provocato di recente la sconfitta alle europee (la lista Pasqua), e questa volta a Parigi e a Lione, dove il tormentato accordo al secondo turno non è bastato a superare la Gauche. Non è facile prevedere se e quanto questa tendenza alla riunificazione possa procedere nel prossimo futuro; perché se per un verso ragioni acute di conflitto (il razzismo, l'esclusione) appaiono per ora aver perso peso in Francia, la questione che lì è principale (Europa federale o Europa dei popoli) sembra destinata a riproporsi in forme nuove.
3) Ancor più rilevanti sono i movimenti in atto nella `sinistra plurale'. All'arretramento del Pcf si accompagna una flessione del partito socialista (malgrado la indiscussa popolarità di Jospin) e si aggiungono sonori insuccessi di molti ministri. L'aspetto più significativo del voto della sinistra è una avanzata – molto forte nelle comunali a Parigi, più contenuta nell'insieme – dei Verdi che sono divenuti la seconda forza della coalizione. Ed è un fatto difficile da leggere, perché intimamente contraddittorio. Ai Verdi francesi hanno certamente giovato molto in questi mesi alcune emergenze ambientali (gli organismi transgenici, le scorie nucleari, la mucca pazza, la globalizzazione senza regole) che in Francia hanno dato forma e forza a movimenti di massa (quello di Attac, e soprattuto quello animato da Bovet, che per la prima volta è riuscito a saldare le preoccupazioni dei consumatori e la protesta contadina su un discorso progressista). Ma è anche vero che quello francese era dalle origini e tuttora resta il partito verde più spostato al centro in Europa, e viene ad occupare – al di là delle questioni strettamente ambientali – lo spazio di rappresentanza di una borghesia e di una intellettualità moderata e laica, tradizionale in quel paese (i radicali di un tempo). Anche sull'altro versante della sinistra – quella estrema – sono aumentati i voti. Ma si tratta di forze tuttora molto minoritarie (2-3 per cento Lo, 2% Lcr), aspramente divise tra loro, e che rifiutano in radice un raccordo con la `sinistra plurale'. In sostanza la coalizione di sinistra francese potrebbe assumere gradualmente il carattere composito, e difficilmente governabile, di quella italiana. E rischia di ripeterne i non esaltanti percorsi.
In un sondaggio del dopo voto alla domanda: «il governo deve fare una politica più di sinistra?» hanno risposto sì il 71% degli elettori comunisti, il 41% di quelli socialisti, solo il 26% dei Verdi. Questo corrisponde anche ad un sondaggio sulle astensioni: esse sono state più numerose a sinistra che a destra, tra gli impiegati (35% di astenuti), soprattutto tra gli operai (40%), tra i giovani (53% tra i 18–24 anni, 35% tra i 25-34 anni).
Già l'anno prossimo, per le presidenziali, si misureranno le conseguenze di tutto ciò. Il risultato non è scontato malgrado l'attuale stabilità: il problema dei programmi, delle alleanze, del rapporto con il paese con cui affrontarle, è aperto in Francia quanto in tutta Europa.
I fogli di diario che pubblichiamo qui di seguito, fra l'altro, qualcosa dimostrano: che in un paese certamente non meno cablato e telematico dell'Italia, la campagna elettorale può a volte mobilitare e, perché no?, divertire molti cittadini e militanti. (ndr)

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