numero  16  aprile 2001 Sommario

Nato male

I CENTO GIORNI DI BUSH IL GIOVANE
Isidoro D. Mortellaro  

È noto come la giovane nazione americana, vogliosa di radici forti, si sia sempre volta a interrogare i più classici momenti della storia occidentale, soprattutto Atene e Roma. Là ha cercato ispirazioni e simboli utili a orientare, intanto, la propria quasi subitanea vocazione imperiale. Non si è sottratto a questa tradizione il gruppo di uomini chiamati nel 1999 a rimpolpare di politiche l'esile candidatura alla presidenza di George W. Bush: il giovane governatore repubblicano, visibilmente azzoppato dal duplice imbarazzo di cotanto nome, simbolo dell'America solitaria superpotenza globale, e di gaffes clamorose nella conoscenza della scena mondiale. Preoccupati di contrassegnare subito questa dinastica discesa in campo con un segnale forte, già una sorta di appello e manifesto programmatico, quei consiglieri si diedero e fecero circolare il nomignolo di Vulcans, a rimembranza del dio del fuoco, l'oscuro e infaticabile fabbro di scudi e spade, corazze e troni per dei ed eroi.
Il salto era immediato rispetto al sofferto rapporto di Clinton con i militari: ex renitente alla leva del Vietnam, disinvolto stratega di un intervento nei Balcani, concepito senza strategie né obiettivi militari o politici – magari per inconfessabili interessi di parte. Ad altri orizzonti rinviava il Bush II che in campagna elettorale esibiva l'intelighenzia strategico-militare raccolta da almeno tre ex presidenti repubblicani degli Usa. Ulteriori certezze promette ora, all'indomani dell'avventurosa conquista della Casa Bianca, assemblando un governo accentrato attorno al ruolo propulsivo di più generazioni di cold warriors, soldati della guerra fredda: dai Cheney e Rumsfeld, già uomini chiave di Gerald Ford, ora assurti alla vice presidenza e al comando del Pentagono, a Powell, stratega della Guerra del Golfo divenuto segretario di Stato, alla Rice, consigliera di Bush I nei giorni esaltanti della caduta del Muro e ora musa ispiratrice del figlio sui temi della sicurezza. È qualcosa di più del semplice schieramento di un settore dell'establishment americano, compattato dalla figura chiave del vice, Richard Cheney, già ministro della difesa di papà Bush: il futuro dirà fino a che punto un nucleo così omogeneo, assemblato per rassicurare sull'inesperienza internazionale del neo-presidente, non possa mutarsi in danno peggiore del deficit di cui voleva esser cura.
A ferro di lancia della nuova amministrazione repubblicana stanno alcuni tra i rappresentanti più organici del pezzo d'America passato per la più radicale e sconvolgente delle mutazioni. L'esercito Usa contava nel 1939, quando Hitler lanciava la guerra, 174.000: al sedicesimo posto nel mondo, tra Portogallo e Romania, con appena l'1,6% del personale militare mondiale. Da allora, la popolazione si è raddoppiata, ma le forze armate americane, con 1.400.000 effettivi, esclusa la guardia costiera, si sono moltiplicate per 8. Considerando le riserve della Guardia Nazionale, per 22 volte. E il tutto dopo il grande taglio del post-'89, che nell'ultimo decennio del Novecento alleviava di poco meno di un terzo le spese militari Usa riducendo invece drasticamente a un decimo quelle degli eredi dell'Urss. In poco più di mezzo secolo, da questo mondo, dalle forze che esso organizza e che oggi producono il 50% delle armi del pianeta, è venuto l'assalto più organico ai nuovi continenti entro cui si è venuta disponendo la vita umana – lo spazio siderale, la comunicazione digitale – così come anche la minaccia finale, l'atomica. Nei soli silos americani ve ne è per dissolvere il mondo nel mortale splendore di 44.000 Hiroshima. Ancora oggi circa 250.000 soldati a stelle e strisce vanno per il globo: ma ve ne è per meno dell'1% tra i 37.000 militari schierati dall'Onu nell'opera di peacekeeping internazionale. Una forza imponente, continuamente sospinta a impegni e sofisticazioni ulteriori dagli inediti bisogni di sicurezza che il globo squassato da una mutazione epocale richiede a una superpotenza vogliosa di mantenere il proprio primato.
Lo scandalo di questi ultimi giorni – di un governo, in cui siede come ministro ai Trasporti un ex vice presidente della Lockheed, che tenta di affidare direttamente a quella società, senza gara o concorso, il controllo sul traffico aereo americano – si incarica di rivelarci fino a che punto vita e fortune, considerevoli, dei cold warriors siano profondamente intrecciate al `complesso militare-industriale». Annotando le loro biografie, punteggiate di continue giravolte tra incarichi governativi e poltrone di multinazionali della difesa, il pensiero corre al monito terribile sospeso a fine anni Cinquanta dal presidente Eisenhower sul futuro della democrazia americana: «Dobbiamo vigilare contro l'acquisizione di una influenza incontrollata, cercata o meno, da parte del complesso militare-industriale. Esiste e persisterà il rischio di una disastrosa ascesa di poteri mal riposti. Non dobbiamo permettere che possa mettere a rischio le nostre libertà o il processo democratico».
A rivelarci adesso di quanto siano cresciuti esponenzialmente quei rischi e su quale baratro sospendano la vita degli Usa e del mondo, contribuisce non tanto lo scavo nella rete delle cointeressenze, quanto l'esame del nuovo assetto politico-strategico proposto da questo universo.
Il quadro generale è ormai sbozzato nelle sue linee portanti e i primi atti dell'amministrazione Bush illimpidiscono un progetto già sommariamente delineato in campagna elettorale. Chiave di volta è la proposta di nuovo scudo spaziale, ripreso ora con le ambizioni delle star wars reaganiane e senza i limiti entro cui aveva provato a costruirlo Bill Clinton. Obbligato da un voto del Congresso del 1998 e dal lavoro di una commissione ad hoc, non a caso presieduta dall'attuale responsabile della Difesa, Donald Rumsfeld, Clinton aveva provato a percorrere la strada minima di un sistema di difesa nazionale, appunto National Missile Defense, compatibile magari con alcune modifiche del trattato Abm stipulato con l'Urss, ovvero di quel trattato che rispettoso della logica immobilizzante della Mutua Distruzione Assicurata, Mad, proibiva l'apprestamento di difese antimissile. D'altro tenore è la proposta avanzata dagli strateghi di Bush II. Attenersi al vincolo Mad è pericoloso e scandaloso: la scienza ormai dimostra che è tecnicamente possibile rispondere all'obbligo costituzionale di garantire la sicurezza degli americani rispetto a minacce, che non sono più quelle prevedibili, del nemico sovietico. Oggi si è esposti alla proliferazione dell'atomica e di armi di distruzioni di massa, in mano a platee più larghe ed imprevedibili: rogue states, `Stati fuorilegge'. Sono possibili defaillances nei sistemi di controllo. È questo caos che bisogna parare, senza limitazioni che non siano dettate dall'ottimizzazione delle possibilità. Perciò non ci si preoccupi dell'Abm, un trattato ormai superato anche perché la Russia attuale non può far fronte agli impegni globali messi in capo all'Urss del 1972. Altre sono le considerazioni di ordine politico che consigliano una trattativa con Putin, soprattutto per evitare un appesantimento di clima. Meglio far cadere allora quel `National' presente come limite nel progetto Clinton. Se ne avvantaggerà la possibile sicurezza del sistema di difesa, che così potrà mettere in campo più soluzioni. Si potrà soprattutto ampliarlo ad altre aree o teatri mondiali in accordo o cointeressenza con i vari alleati.
Su questa nuova pietra angolare bisogna ridisegnare l'intero sistema di difesa e sicurezza, assieme al quadro strategico e di alleanze. Il mondo in tumulto della globalizzazione neoliberista imporrà di correre ovunque a colpire abusi, sedare tumulti, sanare lacerazioni. È impensabile che gli Usa possano provvedere o partecipare all'opera complessiva di polizia o pronto soccorso internazionale. Possono ritagliarsi piuttosto, e con magnanimità, l'intervento nelle guerre e nei conflitti decisivi. Agli alleati, nei vari scenari regionali, spetta invece provvedere al mantenimento della pace una volta ripristinato l'ordine violato. Sono fondali che comportano il ripensamento di armi e moduli organizzativi. Ed ecco che il dipartimento della Difesa si lancia in ardite rivisitazioni di sistemi d'arma, a sviluppo ulteriore di quel controllo a distanza già sperimentato nel Golfo e sui Balcani. Si passa a simulazioni e saggi di cyberguerra, a presìdi di spazio e comunicazione molto più evoluti. Quanto alle istituzioni politiche e della sicurezza, è sul Vecchio Continente, là dove Nato e Unione europea hanno costruito il quadro di cooperazione più avanzato, che è possibile scorgere in filigrana gli assetti del futuro, con specificazioni che potranno dare il meglio, se sapranno evitare confusione e duplicazioni. Se, cioè, sapranno disporsi in ordinate gerarchie, tra l'altro già chiaramente disegnate da quel Nuovo Concetto Strategico dell'Alleanza atlantica in cui all'unisono Europa e America si sono già ritrovati, progettando la Pesc, la politica estera e di sicurezza comune dell'Ue, come pilastro e specializzazione della nuova Nato conquistata nei Balcani.
A illustrare l'unilateralismo evidente in questa proposta di riassetto hanno provveduto i primi atti concreti di Bush II: i bombardamenti in Iraq, il ripudio degli accordi di Kyoto sull'ambiente, la briglia sciolta a Sharon. Assieme ad altri passi emblematici della nuova amministrazione sul piano interno – tagli fiscali a favore dei più abbienti, riforma della legislazione sulla bancarotta a danno delle famiglie indebitate nei confronti del sistema finanziario, riforma delle normative di difesa da condizioni e mansioni di lavoro stressanti e ripetitive – rivelano che l'America che ha finora menato la danza della globalizzazione neoliberista non ha alcuna intenzione, specie quando s'abbrunano le bandiere della new economy, di venire a patti né sul piano interno né su quello internazionale. O almeno che prova a ridiscutere da nuove posizioni di forza, a contrattaccare rispetto al primo emergere, in questo passaggio di secolo, di un globalismo critico proprio della riduzione del mondo a mercato.
Per provare a capire il mutamento in atto si è parlato di ritorno al reaganismo o di tendenza divorante all'isolazionismo. Bisognerebbe riflettere maggiormente forse sul nuovismo strategico di questi vecchi guerrieri della guerra fredda, sul singolare paradosso per cui ad avventurarsi con più decisione nei caotici scenari del dopo '89 è una classe dirigente cresciuta nella fissità e nel gelo della morsa bipolare. Altro che isolazionismo! Si tratta delle élites che hanno più limpidamente appreso che sotto quella cappa di piombo mutava pelle e natura proprio il sistema internazionale; che si creavano gerarchie in cui il vecchio Stato nazione veniva cedendo i suoi poteri – far guerra, batter moneta, comunicare – a favore del socio forte, di nuove istituzioni sovranazionali. Per capire il salto che la proposta Bush prova a realizzare, conviene concentrarsi piuttosto sull'ossessione con cui quest'organica brigata di dottor Stranamore ha frequentato e provato a forzare la scena globale, soprattutto a partire dalla sconfitta in Vietnam. Nessuno dei vari tentativi di metter su difese o scudi missilistici ha mai avuto realistiche possibilità di successo. In realtà si provava a scardinare l'equilibrio bipolare, munendosi volta a volta di un volano utile intanto ad avviare e governare cicli economici e di imponente innovazione tecnologica. L'arma vera da sfoderare non è mai stata e non è lo scudo, ancora indefinito e implausibile. Allora – nel 1982 in cui i nostri cold warriors calcolavano i costi di un possibile conflitto nucleare con l'Urss – come oggi si provava a sdoganare l'atomica, a progettare il suo impiego come arma di teatro, first strike, primo colpo dissuasivo di future global wars. Del resto, a cosa hanno allenato le imprese nel Golfo e nei Balcani, se non alla gestione, con uranio impoverito e altri sottoprodotti atomici, di conflitti nucleari a bassa intensità?
Se questo è vero quanto ai reali sistemi d'arma messi in campo, v'è un ulteriore salto nella proposta di Bush II che va compreso e che fa giustizia d'ogni tentativo di retrodatare tutto a Reagan e a una sorta di rassicurante isolazionismo. Allora, c'era un nemico sicuro e missili da cui difendersi. Oggi gli Usa si lanciano in una corsa al riarmo con se stessi, nel tentativo di sviluppare forme ancor più sofisticate di controllo a distanza, di ricreare l'insularità annullata dagli stessi processi di globalizzazione imposti al mondo. L'Urss non c'è più. Ma serve sempre tenerla, pur nelle vesti stracciate della Russia odierna, tra i cattivi. In realtà, si teme il ribollire dell'Asia. Si mira alla Cina, come chiariscono i papers strategici verso quell'area elaborati da personaggi come Richard Armitage o Paul Wolfowitz, indicati di recente come vice di Powell e Rumsfeld. Ma all'orizzonte i nuovi dirigenti Usa non vedono alcuna carica sistemica alternativa. A terrorizzare è semplicemente l'ingresso sul mercato mondiale, l'impatto sugli equilibri globali di quell' umanità.
Qui è il tratto di radicale novità che Bush apporta al mondo del terzo millennio. Una linea di aggressivo ridisegno degli equilibri generali alimentata da una visione cupa della globalizzazione: il neoliberismo ha smarrito la sua spinta propulsiva. Abbisogna d'altri puntelli, per reggersi o resistere. Si è persa la speranza di Clinton che `una globalizzazione dal volto umano' possa alimentare l'allargamento della cosiddetta `area democratica', sfociare in una possibile concertazione attorno al metabolismo generale del pianeta. In questa soluzione di continuità, pesano le differenze politiche rispetto ai democratici, ma anche il mutamento di scenario determinato dal lungo regno clintoniano. Se miliardi di uomini giungono oggi su crinali della storia così aguzzi è anche per responsabilità di chi in questi anni si è attardato nelle laudi dell'innovazione neoliberista. Quanto alla decisione, o alla disperazione, con cui Bush cavalca lo strumento militare, in realtà utilizza armi approntate da un Clinton che su questo terreno non è mai riuscito, né in verità ha mai provato, a discostarsi dalla condivisione di una scelta bipartisan che nel `complesso militare-industriale' e nel suo sviluppo vede un architrave dell'american way of life.
Per le élites europee e in particolare per il centro-sinistra si tratta di uno shock tremendo da elaborare. Di colpo sono orfani di quella `globalizzazione dal volto umano', di quell'allargamento clintoniano dell'`area democratica', che permettevano di vivere l'atlantismo e la nuova Nato come terreno cooperativo tra le due sponde dell'Atlantico, orizzonte di un universalismo occidentale entro il quale spendere integralmente la propria missione di civiltà e innovazione, fino all'illusione e all'ossimoro perversi della guerra umanitaria. Oggi, quei gruppi dirigenti si recano in ordine sparso alla corte del nuovo sovrano: `pellegrini' alla Casa Bianca – come ha scritto «El Pais» – ansiosi magari di contrattare cascami stellari. Con la disarmante mancanza di strategia degli ultimi mesi, del resto, hanno contribuito a far maturare il realismo delle ultime prese di posizione di cinesi e russi, ben attenti a sfruttare il proprio peso al tavolo di nuove planetarie triangolazioni.
Eppure proprio il quadro disperato entro cui si consuma la svolta dei nuovi repubblicani americani permetterebbe di riprendere voce e spazio. Intanto, nella denuncia che il re è nudo, che questa volta più che mai le armi sono strumento di nuove gerarchie, che si rischia di scoprirsi un domani, piuttosto che al riparo di uno scudo, all'ombra di un malefico fungo. Negarsi ora la ricerca di un futuro altro da quello proposto da Bush II, significa spegnere le stelle che punteggiano il pavese europeo per vederle riapparire sfocate e disperse tra le nuove stars and stripes dell'impero americano.


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