numero  14  febbraio 2001 Sommario

Un libro di Luciano Gallino

IL MONDO DISEGUALE
Guglielmo Ragozzino  

Narrano Le vite dei più illustri sociologi italiani che il giovane Luciano Gallino si trovava al suo lavoro di meccanico, come ogni mattina. Passò di lì un illustre olivettiano, per fare il pieno di benzina, o cambiare il filtro, o quello che fosse, e vide il giovane che invece di leggere «Tuttosport», aveva tra le mani Stato e rivoluzione. Colpito, gli parlò, lo convinse, lo prese con sé, lo portò in bottega, a Ivrea, perché imparasse l'arte.
Vero o falso che sia l'episodio, Gallino mostra di avere imparato piuttosto bene l'arte, come è possibile vedere nei suoi libri precedenti, ma senza aver dimenticato il resto della vita, il lavoro, l'importanza dell'istruzione, la mobilità sociale, mantenendo anzi una diversità di interessi e un ordine di valori non sempre coincidente con quello di altri suoi colleghi accademici. Uno scienziato sociale un po' anomalo che cerca di capire il mondo partendo dalle persone che ci sono e da quello che fanno e non di spiegare cosa fanno le persone, partendo dalle categorie stabilite a priori dall'ideologia. In passato, trattando di occupazione e disoccupazione (o di distribuzione del lavoro tra chi ha due o più lavori e chi ne manca) è arrivato a risultati che a sinistra e nel sindacato non sono sempre piaciuti e si sono fatti strada solo con una successiva presa di realtà.
Una dimostrazione di un metodo pratico, utile per i lettori, è proprio in questo recente saggio, Globalizzazione e disuguaglianze, nel quale si dà a una materia ancora in formazione, il modello economico mondiale, una sistemazione scientifica accurata e al tempo stesso aperta a ulteriori riflessioni; per poi esaminarne le conseguenze umane e sociali e infine il possibile intervento di un'autorità politica e morale superiore in grado di ridistribuire vantaggi e carichi della globalizzazione. Il libro è breve e consta di tre capitoli: i primi due anzi nascono come voci di un'enciclopedia. Il primo capitolo delinea origini e aspetti salienti della globalizzazione, il secondo descrive la stratificazione umana che alla globalizzazione consegue, il terzo è dedicato a una futura attività di controllo e di governo, la Governance, come remota possibilità di non finire tutti in un disastro generale.
La globalizzazione descritta da Gallino è un modello aperto. Ci viene anche suggerito per comprendere la crescita e le sostanziali differenze che hanno portato alla globalizzazione, di immaginare uno spazio sociale di rapporti di scambio delimitato da quattro lati: a) quantità di individui coinvolti, b) ampiezza del territorio occupato, c) quantità di merci scambiata, d) tipologia delle merci. I lati sono diversi per lunghezza e lo spazio non è tutto coperto, ma è fatto di pieni e di vuoti, a pelle di leopardo; o, se si preferisce, a nicchie. Così non conta tanto quel particolare giudizio di valore che fa dire a uno che il sistema è la perfezione in terra, a un altro che non c'è niente di nuovo, a un terzo che si tratta della fine della civiltà e a un quarto che a fianco di aspetti apprezzabili, ve ne sono di pericolosi. Hanno ragione tutti, torto tutti, dipende dal punto di vista. Gallino si dichiara per il quarto partito, ma di passaggio, senza dare troppa importanza alle precondizioni dell'ideologia. Di nuovo, quello che gli interessa non sono i giudizi di valore, ma la descrizione di quel che c'è, vuole solo percorrere la strada più breve per capire e per spiegare.
C'è un mercato; e si intende quel particolare mercato sul quale riflette Max Weber, una formazione prima di tutto sociale, `una successione di associazioni razionali' in cui però non tutto si risolve trasferendo `i beni oggetto dello scambio'. Esiste infatti un contesto, `il mercanteggiamento preparatorio' durante il quale i due contraenti del mercato si guardano intorno, come se cercassero alternative a quella particolare compravendita. Ne nasce una serie di rapporti, di informazioni, di regole, di `concorrenti reali e immaginari'. Ora tutto questo non è nato in una volta sola e già armato, come Minerva dalla testa di Giove, ma nel corso di secoli: si è modificato e si è allargato. Lo stato nelle sue varie forme ha fatto la sua parte, dirigendo il mercato verso gli obiettivi voluti, ampliando e restringendo, liberalizzando e proteggendo, senza trascurare la possibilità di fare spesso le due cose, apparentemente contraddittorie, in uno stesso momento. Nel mercato entrano il denaro, poi la terra, poi il lavoro, ogni volta portando sconquassi tremendi, eliminando intere classi sociali, creandone altre (operai al posto di contadini, per citare la trasformazione più evidente). Il mercato si allarga a nuovi territori, prima le coste, poi, con l'avvento di tecniche per il trasporto e la comunicazione, a sempre più larghi territori interni a ogni continente, a ogni territorio di ogni continente, a ogni attività relazionale; e soprattutto a ogni persona. Ed è proprio la globalizzazione del lavoro, alla sostanziale unicità di quel particolare aspetto del mercato mondiale, alle sue conseguenze in ordine alle classi, alle stratificazioni, alle disuguaglianze, che si rivolge soprattutto l'attenzione dell'autore. E per spiegare, senza che rimanga ombra di dubbio cosa intenda dire, fa parlare di nuovo l'amato Max Weber: «Dove il mercato è abbandonato alla sua auto-normatività esso conosce una dignità della cosa e non della persona, non doveri di fratellanza e di pietà, non relazioni umane originarie, di cui le comunità originarie siano portatrici».
Un primo aspetto esaminato da Gallino a proposito del nuovo ordine instaurato dalla globalizzazione in tema di lavori è la diversità di paga, oltre che di orari, di diritti, di qualità del lavoro nella varie parti del mondo. I dati non sono nuovi, perfino la Banca mondiale li ha suggeriti in varie occasioni. Dentro questo impressionante ventaglio di retribuzioni che va da 40 a 1, per lo stesso lavoro, senza tenere conto che il lavoro pagato quaranta, per esempio quello di un operaio in Germania, è poi accompagnato da una serie di misure, il cosiddetto welfare, che rendono ancora maggiore il divario rispetto alla retribuzione e al costo del lavoro all'altro capo del mondo, in Indonesia. Tra gli estremi, si situano tutti gli altri paesi, tutte le altre nicchie produttive, consentendo alle imprese dotate di un surplus di informazione e di capacità finanziaria di scegliere la situazione o il mix più favorevole. Gallino esamina anche la risposta che Stati, imprese, sindacati, lavoratori, persone senza lavoro `formale' scelgono di dare – o sono costretti a dare – alla nuova domanda di lavoro e alla eliminazione dei lavori abituali o tradizionali. Un aspetto su cui viene richiamata l'attenzione del lettore è la trasformazione del senso stesso del lavoro, da sicuro e a tempo indeterminato a precario (quella che un altro autore, Ulrich Beck, indica come `modello brasiliano', nel senso di imprevedibile, senza regole) nel futuro prossimo e probabile di tutti i lavoratori dipendenti dei paesi più ricchi, in una rincorsa all'indietro del costo del lavoro di paesi di recentissima industrializzazione. Gallino fa notare una conseguenza: il carico delle assicurazioni sociali che era statale o gravava sull'impresa, diventa sempre più individuale, affidato alla `libera scelta' dell'interessato, in forme diverse nei vari paesi ma con un'unica destinazione, in vista di un necessario sostegno alle imprese nazionali. Altri modi per ridurre lo scarto di costi produttivi sono l'importazione di manodopera, la delocalizzazione di impianti o di parti della produzione, la finanziarizzazione dell'attività. Quest'ultima vale in due direzioni: nel rendere minima la produzione vera e propria, cercando in ogni caso di comprare sul mercato quella di altri e contemporaneamente tagliare gli investimenti produttivi, utilizzando il capitale disponibile nella compravendita di titoli, futures, derivati, monete, opzioni. Gallino non si mette in cattedra a rimproverare questi comportamenti, che bene o male rispondono al mercato, ma il suo disagio di fronte a questi stravolgimenti è palese. Tra i tanti, cita i 200 milioni di bambini tenuti al lavoro nelle imprese e osserva che nonostante l'asserita ripugnanza dei governi nel Nord del mondo, l'abitudine di sfruttare il lavoro infantile si sta allargando negli Usa e in Europa, piuttosto che ridursi altrove, come effetto finale della concorrenza e del mercato. Un altro effetto finale è indicato nei 600 mila senza tetto francesi.
Un utile strumento può essere il tentativo di descrivere la stratificazione che accompagna l'economia globale. Gallino suggerisce tredici strati nei quali si ripartisce l'intera umanità, almeno nella sua parte maschile. Forse in una seconda edizione dello studio le categorie potrebbero diventare venti o ventisei, inserendo adeguate sottocategorie per l'universo femminile. In ogni caso la riflessione che l'indicazione degli strati suggerisce è davvero drammatica. Il mondo, nel momento alto della diffusione di culture, informazione, tecnologie senza confini, è davvero un posto deformato dagli steccati – difficilmente superabili con ogni forma di mobilità – che dividono gli strati della popolazione come se fossero caste. Potrebbe essere un utile esercizio, per ogni persona che si interessi di politica o semplicemente intenda capire i suoi tempi e il prossimo futuro, quello di costruire un sistema di strati o di caste globalizzato e poi confrontarlo con quello originale di Gallino.
Il quale Gallino non offre soluzioni. Le organizzazioni internazionali sono troppo deboli, eterodirette, disinformate per offrire un governo al mondo. Il tentativo di istituire un Consiglio permanente economico a fianco di quello politico non ha avuto troppa fortuna. Ne è nato solamente un ufficio che ogni anno registra le novità, per non dire i danni, della globalizzazione: l'Undp. E con l'Undp, che Gallino sembra suggerire come embrione di una possibile struttura di Governance, rimane la sconsolata visione di un mondo nel quale, all'aumento della globalizzazione, di pari passo, aumentano le disparità e il sequestro delle risorse da parte di coloro che già nel 1980, all'inizio della fase, erano di gran lunga i più ricchi. Ormai tocca al cinque per cento di prima categoria il possesso, il controllo, l'agio, dell'80 per cento di tutto.
* Luciano Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Editori Laterza, pp. 130, lire 24.000.


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