Le `nuove destre' in Europa
HAIDER & C.
Paolo Cacciari
Rispetto a una discussione che conosce posizioni assai varie* la tesi che espongo in queste pagine può apparire azzardata e in certa misura semplificante, ma ci aiuta a fare meglio i conti con la realtà.
Le `nuove' destre, l'haiderismo, la ventata xenofoba che attraversa l'Europa, la riscoperta delle `piccole patrie' con tutto il corredo di integralismo che accompagna questi fenomeni, possono risultare molto utili al neoliberismo imperante. Non ci troviamo di fronte a vergognosi cascami nostalgici del secolo appena concluso, e nemmeno a una comprensibile reazione a difesa delle tradizioni, delle culture, delle identità dei luoghi messe a rischio dall'irrompere omologante dei modi di produzione e degli stili di vita del capitalismo internazionale, ma, al contrario, all'altra faccia di questa pervasività. Fittizia e solo apparente è quindi la contrapposizione tra il localismo dalle grandi ambizioni e gli interessi delle centrali del capitale multinazionale. Se questa analisi, come penso, trovasse conferma, i punti di possibile contatto e compenetrazione tra le `due' destre – quella ormai esanime di tradizione borghese e liberale e quella aggressiva populista ed etno-centrica – potrebbero essere molto profondi. L'alleanza tra Berlusconi e Bossi, così come la coalizione `neroblu' che governa da un anno l'Austria, non costituirebbero solo degli espedienti tattici, ma veri e propri laboratori politici avanzati che elaborano eventi politici potenzialmente capaci di modificare il quadro complessivo delle forze politiche a dimensione continentale. L'analisi accurata della loro natura e del loro movimento non rischia perciò di perdersi in zone marginali della vicenda politica europea.
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Le `nuove' destre europee sono una realtà in evoluzione, molto diversificata. Di diversa formazione culturale, nient'affatto unite, esse hanno molti e significativi denominatori comuni; nel concetto di popolo, nell'idea di individuo-maschio, che si autorealizza, nell'atteggiamento verso la politica e lo Stato, nei programmi economico-sociali.
È perciò importante seguire con attenzione (come da tempo fanno alcuni studiosi, tra cui: Guido Caldiron, Robero Biorcio, Saverio Ferrari, Piero Ignazi) il `doppio movimento' che stanno compiendo le destre radicali in ogni parte d'Europa nel tentativo di uscire dalla marginalità, assumere un ruolo politico di utilità generale per tutte le destre, tentare di influenzare e, persino, di egemonizzare l'intera cultura conservatrice e prestare i propri servigi non solo nelle piazze, ma fin dentro i governi di molte regioni, Länder, Stati. Da una parte un pezzo del vecchio estremismo neofascista e neonazista si sta riaggregando attorno alle idee etno-regionaliste e al razzismo differenzialista, dall'altra un pezzo di separatismo nazionalista si scopre euro-federalista.
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In Austria il percorso di Jörg Haider dentro la Freiheitliche Partei Österreich è diventato emblematico perché coronato dal successo con la determinante partecipazione al governo di coalizione con i Cristiano-democratici. Ma è chiaro a tutti che la benedizione all'esperimento è venuta dalla Cdu bavarese di Edmund Stoiber. Così come il successivo scontro sulle sanzioni promosse da Chirac si è consumato dentro il Partito popolare europeo.
In Italia il secondo tentativo di associazione della Lega al Polo è maturato non solo a partire da interessi elettorali e spartitori, ma anche da una lunga frequentazione dal basso – nel governo delle regioni – e da una reciproca contaminazione. Lega e Alleanza nazionale, con altre formazioni più estreme, quali Forza nuova e alcuni gruppi skinheads, si sono impegnate fianco a fianco, mischiando camicie verdi e brune, nelle più truci campagne contro gli immigrati e gli zingari, la prostituzione e gli omosessuali, la libertà di culto degli islamici e per l'`ordine e la sicurezza', vero cavallo di battaglia delle politiche delle destre di tutti i tipi e di tutti i tempi.
Il successo dei movimenti xenofobi e ultranazionalisti nell'arco alpino è suggellato in Svizzera dall'Unione di centro di Cristoph Blocher.
La Francia rimane la patria delle elaborazioni della nuova destra post-fascista. I centri studi di Guy Hernaud sono i primi ad aver scritto la Teoria generale del diritto etnico. Mentre i tentativi di utilizzazione moderata del serbatoio di voti del Front national di Jean Marie Le Pen sono dovuti passare attraverso la scissione di Bruno Megret che ha fondato il Movimento nazionale repubblicano e poi la creazione del Rassemblement pour la France formato da ex gollisti e cattolici ultrà.
Le Pen ha esportato nel Belgio delle province fiamminghe il suo modello con il Vlaams Blok il cui giovane leader Filip Dewionter ha però già stretto alleanze con la destra moderata.
A partire dalla Danimarca, con il Partito del popolo fondato da Pia Kjaersgaard, in tutta la penisola scandinava le destre si sono ben radicate. In Norvegia il Partito del progresso di Carl Hagen collabora fattivamente con i conservatori.
Una caratteristica comune dei vari leader populisti da Haider, Blocher, Dewinter fino al nostro Bossi, è aver abbracciato il credo liberista nelle politiche economiche interne (privatizzazioni, lotta al fisco, libertà di impresa, ecc.), solo un poco mitigato da velleità protezioniste, non certo per limitare la libera concorrenza e il dominio delle ragioni dell'impresa, semmai per privilegiare i nativi e difendere le tradizioni culturali dei luoghi.
Le nuove destre populiste che imperversano in Europa stanno facendo di tutto per accreditarsi come le forze più efficaci nel fornire risposte alle necessità della modernizzazione capitalistica imperante. Per meglio dispiegarsi, la rivoluzione capitalistica in atto ha bisogno di destrutturare i sistemi di garanzia dei diritti sociali, all'interno delle società dei paesi sviluppati, e di perpetrare un sistema di esclusioni e di gerarchie verso il resto del mondo. In altre parole; mettere in competizione tra loro i sistemi territoriali (all'interno di ciascuno dei quali tutte le attività umane, ridotte a `risorse', vengono messe al lavoro e a profitto); rimarcare e difendere con la forza, se necessario, i confini occidentali. L'impressione è che la «dominazione unilaterale del capitale» – per dirla con Samir Amin – i giganteschi processi di integrazione finanziaria in corso siano talmente rapidi e violenti da aver svuotato di senso e messo fuori corso le vecchie, grandi costruzioni politiche liberal-democratiche del Novecento, che hanno conservato memoria dell'idea della rappresentanza politica e dell'inclusione sociale. Se la politica della sicurezza internazionale (leggi: militare, con la nuova Nato e le sue guerre costituenti) si è già resa autonoma dalla sfera del controllo delle istituzioni politiche, così avviene con l'economia globalizzata, autogovernata dalle sue tecnostrutture finanziarie sovranazionali.
Non è stato sempre così. Mai come in questa fase dello sviluppo delle forze produttive si è assistito a una forma di economia così invasiva, totalizzante, dispotica. Così come l'intreccio imperialismo/razzismo assume oggi caratteristiche particolarmente acute. Non a caso, e in centri molto autorevoli di analisi geopolitica (penso, per esempio, ai «Foreign Affairs» di Samuel Huntington, e ai suoi scenari di `scontro delle civiltà'1) si disegna e si alimenta un clima da guerra tra civiltà, di mobilitazione generale contro un nemico indistinto ma in procinto di invaderci, o di `staccarci la spina' del petrolio, o di far strame dei `diritti umani' dei suoi oppositori interni.
Tutto ciò pone alle élites politiche che si sono scelte il compito di accompagnare il processo di modernizzazione/rivoluzione capitalistica un problema enorme di organizzazione del consenso e di legittimazione dei governi. Ne è la massima prova la crisi che attraversa l'idea stessa di Europa. Il percorso dell'Unione sta perdendo di slancio e di finalità, proprio alla vigilia del trionfo della `moneta unica'. Non si vede all'orizzonte un superamento lineare dei vecchi Stati nazionali in una nuova forma politica europea e in un ordinamento statuale più o meno federato, più o meno unitario. Mentre gli eurocostituzionalisti si interrogano se verrà prima l'Europa o gli europei, i valori o i diritti, gli individui o le comunità, le destre occupano il vuoto di demos, di anima e di identità collettive comunitarie, offrendo la loro miracolosa pozione avvelenata: l'etnos, il portato identitario del popolo elevato a fondamento naturale delle nazioni. Quindi necessariamente tante, piccole, fortemente coese al loro interno, debolmente associate tra loro. «Padrone in casa mia, – recita il più riuscito adagio coniato da Miglio – libero di scegliere con chi stare». Apoteosi della concezione privatistica della sovranità; dove la comunità sociale viene identificata come naturale – famiglia e proprietà – e le relazioni sono regolate da rapporti di tipo contrattuale, mercantile, di convenienza.
Un'Europa dei popoli, regionale e su basi etniche, il più possibile disarticolata su più livelli di autonomia, rappresenta sicuramente l'assetto politico-istituzionale più vantaggioso per le corporations, per i fondi finanziari transnazionali, per le grandi istituzioni del commercio mondiale, che – come è noto – sono sempre più organizzate centralmente. Quasi la realizzazione di un sogno plurisecolare del capitale: potersi sbarazzare degli orpelli della mediazione politica tra interessi e finalità `verticali', socialmente riconoscibili e confliggenti. Annotava una decina d'anni fa Alex Langer: «La capacità di coinvolgimento e di mobilitazione che fattori nazionali, etnici, religiosi e razziali esercitano verso larghe masse superano di parecchio l'intensità che può venire dal richiamo del conflitto sociale».
È noto che globalizzazione e localismo, accentramento delle funzioni strategiche e delocalizzazione produttiva, reti lunghe e reti corte d'impresa, non sottendono affatto modelli politico-sociali in alternativa. Semmai sono il `respiro' del movimento perpetuo della ristrutturazione capitalistica. Nella globalizzazione le unità territoriali di business, i sistemi produttivi locali, sono continuamente sollecitati alla conquista di posizioni più vantaggiose negli atlanti competitivi dell'economia-mondo. La disuguaglianza è il motore dell'economia mercato, quindi i territori vanno continuamente rigerarchizzati. Il localismo riesce a determinare le condizioni più favorevoli a ciò di cui ha bisogno la ristrutturazione planetaria delle produzioni industriali: mettere al lavoro i territori, spingerli a trovare convenienze attrattive, facilitazioni insediative, dumpings sociali. L'orgoglio etnopopulista è una buona trovata poiché rende i territori socialmente coesi e pronti alla competizione globale. L'obiettivo è determinare un forte disciplinamento sociale; il risultato sarà la etnicizzazione del conflitto e la corporativizzazione dei gruppi sociali.
Gli strumenti compattanti, identificanti la comunità locale sono, ovviamente, i diversi, gli immigrati, i bersagli di tutte le ansie e le insicurezze. Le nuove destre si presentano come imprenditori politici del razzismo. Con una mano si alimenta il senso comune secondo il quale gli immigrati sono intrusi, corpi estranei, `vite diverse', oggettivamente pericolosi perché cercano qualcosa che è qui e che quindi ci appartiene. Dall'altra si fornisce la soluzione: erigere barriere, escludere, differenziare, asservire. Se proprio ci sono utili, allora gli immigrati vanno selezionati, schedati, sfruttati nei modi e nelle quantità che consentono di non disturbare i residenti ed entrare in concorrenza con i lavoratori autoctoni. Il modello è quello tedesco del `lavoratore ospite', il salariato autorizzato, senza cittadinanza, privo di diritti soggettivi. Il sogno è quello di potersi scegliere gli immigrati, così come un tempo si compravano gli schiavi. Attenzione: questa visione è già diventata egemone in tutte le destre e si è spinta fin dentro la sinistra di governo, teorizzata dal politologo nazionale Giovanni Sartori e messa in pratica da ministri, sottosegretari, prefetti.
Le concrete iniziative politiche delle regioni del Nord governate dal Polo si caratterizzano sempre più per una valenza `leghista', si sarebbe detto qualche anno fa. Nel Veneto il presidente Galan, imprestato da Fininvest alla politica, ha presentato una proposta di legge a sua personale firma (per evitare mediazioni all'interno della sua stessa giunta e per rafforzare l'immagine del `governatore') di nuovo statuto. Si tratta di un vero manifesto politico della nuova destra etnocentrica. A fondamento della regione sono state poste le «comunità territoriali» la cui somma costituirebbe «il popolo veneto». Non persone, uomini e donne, ma «residenti nei territori». L'«autogoverno» non è dei cittadini, ma della «comunità… in forme rispondenti alle caratteristiche e alle tradizioni della sua storia», nella quale, ovviamente, non c'è Risorgimento, non c'è Resistenza, non c'è lavoro, non c'è eguaglianza. Unici diritti sono alcuni «diritti umani»: «il pluralismo etnico, culturale e religioso». Le etnie, quindi, entrano nella Costituzione, probabilmente con l'intento di censirle. Fuori invece rimangono i «non residenti», gli immigrati, che qui sono già il 5% della popolazione e il 20% di tutte le nuove immissioni annuali al lavoro. «La legge regionale riconosce i diritti e determina i doveri dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea». Si postula così una doppia legislazione per i cittadini non comunitari, in deroga all'indivisibilità dei diritti costituzionali, e si stabilisce che sia la regione a stabilire i flussi di immigrazione, inevitabilmente anche quelli provenienti dalle altre regioni.
Il presidente del Veneto aveva già avuto modo di esporre il proprio pensiero sul problema dell'immigrazione la scorsa estate quando, accogliendo un suggerimento del suo assessore alle `politiche della sicurezza', di nuova istituzione, retto da un ex fascista nient'affatto pentito, propose di creare un mercato del lavoro etnicamente protetto e pulito: «Agli industriali che hanno giustamente bisogno di mano d'opera […] c'è una preferenza morale, una graduatoria ideale dei soggetti a cui aziende e comuni potrebbero rivolgersi: per primi i nostri emigranti, i veneti nel mondo e i loro discendenti; secondi gli altri italiani all'estero; terzi i nostri meridionali, quindi gli extracomunitari» («Il Gazzettino» 1.9.2000). Se alle teorie di Galan aggiungiamo quelle del cardinale Biffi sulle preferenze religiose, la gerarchia si potrebbe allungare suddividendo gli extracomunitari in battezzati e non. Il potente mito settecentesco della `Catena dell'essere' non ha perso la sua forza suggestiva! Ricordiamo solo che il mito razzista prevedeva anche un anello di congiunzione tra l'ultimo uomo (lo schiavo nero) e il primo animale (individuato nell'orang-utan): quest'anello era la donna negra.
La Regione Friuli si sta contraddistinguendo, invece, per `prevenire' la domanda di immigrati favorendo la procreazione di friulani doc. Con tecniche mutuate dalle politiche demografiche zootecniche, per il secondo anno, nella Finanziaria regionale, su proposta della leghista Alessandra Guerra, ministra padana, si prevedono sussidi (fino a 10 milioni di lire) alle donne residenti e regolarmente sposate o in procinto di sposarsi che abbiano un figlio. Ciò, ovviamente al fine di «valorizzare il ruolo della donna nella famiglia».
In Lombardia Formigoni ha varato il Programma della VII legislatura, inteso come «contratto stipulato tra i cittadini e il loro presidente». Qui, sempre in nome e in ragione delle specifiche tradizioni lombarde, la chiave di volta dell'incontro tra le vecchie e le nuove destre è la sussidiarietà. Il concetto passepartout «per spingere sul mercato diritti costituzionali, pezzi decisivi dello Stato sociale, come quello alla salute e all'istruzione che si vorrebbero `devoluti'»; come ha commentato Mario Agostinelli su «il manifesto» del 19 settembre dell'anno scorso.
Sul «Corrieconomia» del 13.11.2000 così Roberto Morelli ha sintetizzato i programmi economici comuni alle nuove destre europee: «Dal Nord Italia alla Scandinavia, passando per Austria, Svizzera e Fiandre: privatizzazioni a tappeto, disimpegno dello Stato dai settori produttivi, riduzione dei dipendenti pubblici, alleggerimento dello Stato sociale, abbattimento delle tasse e della progressività delle aliquote, federalismo economico su base etnica, forti contributi alle famiglie numerose per arginare il calo demografico. Nasce così il fenomeno dell'etno-liberismo»
Infine, la nuova e più inquietante caratteristica delle `nuove' destre è l'aver abbracciato un risorgente integralismo cattolico. Lo jus sanguinis si addice all'Homo religiosus. La supremazia della religione cattolica proclamata da Ratzinger e la torsione integralista del pontificato di Wojtila hanno scatenato lo spirito di crociata delle destre: «L'ortodossia ritorna nella Chiesa», acclama felice Baget Bozzo. La non integrabilità dei migranti extraeuropei viene teorizzata e praticata. Il `ministro alla cultura del governo padano', tal Albero Mazzonetto di Venezia, ha scritto: «Osservare un'altra legge, significa per il musulmano violare le norme della propria religione; per questa ragione egli tende a non accettare la normativa vigente nel paese che lo ospita». Insomma, l'immigrato non può fare a meno di delinquere: delinque per fede. Ovviamente l'Islam non c'entra nulla; ciò di cui ci si vuole sbarazzare sono le posizioni conciliari, dialoganti e aperturiste che ancora sopravvivono nella Chiesa. Il pino di Haider in Piazza San Pietro, il ritorno di gruppi fanatici che coniugano `fede e patria', fino all'attentato al «manifesto», sono segni di una regressione di civiltà, di un potenziale reale pericolo di radicamento di una subcultura di massa portante e funzionale ai prossimi futuri governi delle destre.
note:
* Questo articolo riprende, rielabora e aggiorna alcuni temi trattati al seminario della Direzione nazionale del Prc su Haiderismo, ideologie razziste e liberismo, organizzato a Venezia il 23 ottobre 2000, i cui atti sono stati in parte pubblicati sullo «Speciale» di «Liberazione» del 27 ottobre 2000.
1 Cfr in particolare S.P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997.