La sinistra e il voto
ACCIDIA
Giacomo Schettini
Ho la sensazione che nella sinistra alternativa, dove anch'io sto, ci troviamo a vivere una situazione simile a quella dei personaggi di Buñuel, nell'Angelo sterminatore: reclusi in una stanza, una forza misteriosa impediva loro di valicarne la soglia. La forza misteriosa era forse `crisi di presenza' oltre quella soglia. Una caduta vera o supposta di ruolo, di identità.
Sotto l'urto dei processi che venivano dal mondo e dalla storia, non retto anche per debolezze soggettive, alla fine degli anni ottanta la crisi di fiducia nella prospettiva e nei soggetti del cambiamento assunse la forma acuta anche della crisi morale. Si aprì la stagione delle `resistenze' e delle `derive', delle depressioni e dei cinismi. Heinrich Böll scriveva dell'`abulia' e dell'`arrembaggio' che popolano i dopoterremoti. Sciascia, con intelligenza premonitrice e tragica, in un certo senso sembrava anticipare lo spirito della Bolognina: «C'è un punto nella vita in cui non è la speranza l'ultima a morire ma è il morire l'ultima speranza». Rossanda ha di recente parlato di `accidia'. Forse quegli umori agiscono ancora. Anche nel voto.
Le sinistre, inoltre, sono assediate da un senso comune, che culture e manipolazioni comunicative hanno orientato verso l'adorazione del vitello d'oro, il `fai da te', la competitività sfrenata (da cui, sostiene Alain Ehrenberg1 nuove forme di depressione). D'altra parte, le trasformazioni sconvolgenti intervenute nel mondo del lavoro e nella formazione della ricchezza (lavoro cognitivo, comunicativo, di fabbrica, deterritorializzazione, assorbimento dei soggetti negli apparati dell'organizzazione tecnologica della produzione e della vita) rendono tutto più difficile: le controparti si rendono imprendibili. Tutto questo ha costi pesanti, apre squilibri profondi nel mondo e nelle società. Il 20% della popolazione planetaria consuma l'85% della ricchezza prodotta nel mondo.
I costi ambientali annui per la formazione della ricchezza mondiale sono calcolati2 in 33.000 miliardi di dollari Usa, mentre la ricchezza prodotta ammonta a 18.000 miliardi di dollari Usa. Come mai di fronte a tali abissi le sinistre si dibattono dentro `la crisi di presenza'? Non si dovrebbe forse ascoltare di più il faustiano «in principio era l'azione» o, più giustamente,`la pratica' del pensiero femminile, che depurando l'`azione' dalla volontà di dominio, combina riconoscimento e comunicazione, il pensare e il fare?
I processi in atto provocano e spingono verso una riorganizzazione dei poteri. Essa investe momenti e luoghi diversi. Il voto, certo, non è tutto ma, in Italia anche simbolicamente, rivela di essere un pezzo di quel riassetto: il massimo della potenza economica, comunicativa e politica possono, con qualche probabilità, concentrarsi in una sola persona. Dopo il partito azienda, lo Stato azienda. Emanuele Severino fa notare che la finalità dell'azienda è il profitto, il quale si fonda sul rischio; Schumpeter affermava che il profitto è direttamente proporzionale al rischio. Per l'azienda il rischio è una risorsa, per lo Stato è un pericolo.
Ha ragione, quindi, Lucio Magri a porre la questione del voto in rapporto all'astensionismo e a un processo politico che operi e si sviluppi oltre il voto. Sono convinto, come Lucio, che l'astensionismo è un fenomeno composito. In esso confluiscono il rifiuto della politica (il capitale ha fatto una grande politica attraverso la `fine della politica', come ricordava Valentino Parlato, nel numero 12, dicembre 2000, della «rivista»), il `lusso dell'`indifferenza' (Dino Greco, id., n. 13, gennaio 2001), ma anche la critica consapevole e motivata di scelte politiche e non dall'interno della `crisi di presenza' ma contro di essa. In questa forma di intervento c'è, in positivo, la domanda di una soggettività politica che attivi lo scambio tra istituzioni, politica e società e «fronteggi adeguatamente l'onda liberista» (Rossanda, id., n. 12, dicembre 2000).
A fronteggiarla ora sono forze, da Rifondazione comunista a quelle altre formazioni a cui si rivolse, purtroppo senza grande fortuna, Luigi Pintor, significative ma separate e anche per questo con debole capacità di aggregazione e di influenza. Sono convinto che il momento elettorale dovrebbe, e deve, rappresentare l'occasione per avviare con più audacia – che nella presente situazione è l'unica saggezza cui riferirsi – un processo aggregativo (che forse si poteva esprimere – ma ora credo si sia fuori tempo – anche attraverso un'esposizione elettorale nella quota proporzionale: un sondaggio sarebbe stato incoraggiante!).
Dopo l'articolo di Magri sul voto, i rapporti di Rifondazione con il centro-sinistra si sono complicati in seguito ad alcune circostanze non secondarie intervenute nel frattempo. La rinunzia alla riforma elettorale, su cui comprensibilmente ma forse in modo troppo assorbente Rifondazione aveva fatto affidamento, dimostra le gravi responsabilità soprattutto dei Ds per il comportamento inetto tenuto dopo il referendum. Non si comprende la posizione del Pdci, che richiama allarmato il pericolo della destra e difende il sistema maggioritario, che è quanto di peggio si possa avere in presenza di una destra pericolosa.
La Finanziaria si è chiusa con scarsi risultati in riferimento alle ragionevoli richieste del Prc (la soppressione dei ticket è affidata alla prossima legislatura, l'aumento delle pensioni minime è stato accolto in una misura irrisoria, nulla di fatto per il salario sociale, che non è soltanto un sostegno materiale ma anche un rimedio contro il panico e l'angoscia che la precarietà e l'imprevedibile producono). Insomma proposte minime ma che andavano nel senso giusto: nell'ultimo decennio attraverso le leggi finanziarie si è depotenziata la prima parte della Costituzione. Nel mondo economico si è operato un massiccio spostamento di risorse dai redditi da lavoro a quelli da profitti e rendite: il 7% della popolazione possiede il 44% della ricchezza nazionale (1999).
Si sarebbe dovuto, quindi, operare una decisa correzione e inversione di rotta sia in politica interna sia in politica internazionale, dove pure si sono verificati fatti (questione dell'uranio, delle esercitazioni abusive sul Mar Tirreno, le posizioni filoisraeliane) che hanno ribadito una forte dipendenza dalla Nato e dagli Usa.
Nell'articolo di Cesare Salvi su questa rivista si ritrovano argomenti – tranne quelli riguardanti il livellamento delle responsabilità e la cosiddetta teoria delle `due sinistre' – che costituiscono un terreno utile di confronto e di iniziativa.
Bisogna dire, però, che nella situazione attuale non è realistico pensare a un'intesa in vista delle prossime elezioni tra il centrosinistra e Rifondazione, anche se non bisogna escludere comportamenti autonomi volti a non peggiorare i rapporti e lo sviluppo dell'azione politica delle sinistre. Non si può trascurare che l'elezione di Bush e il recente congresso del Ppe hanno dato una legittimazione al centrodestra come tale, inclusi `gli umori dell'estrema destra', che molto condizionano gli orientamenti generali di questo blocco. Lo dimostra il modo in cui da questo versante si è risposto all'episodio della bomba al «manifesto»: «un fatto clinico», «il fatto politico eversivo è costituito dalle spranghe dei Centri sociali», argomenti non soltanto di Storace e Gasparri. Si aggiunga che i Servizi non stanno a guardare. Sono convinto che per fronteggiare questi pericoli e per difendere e potenziare la democrazia partecipativa non è sufficiente il tradizionale appello antifascista, che pure conta. Occorre misurarsi con le cause reali, che vengono dalla nostra storia e dal mondo. Se il capitale globale, il 20% della popolazione mondiale e il 7% di quella nazionale debbono difendere grandi poteri e privilegi, allora guerre, razzismo, terrorismo, diventano ingredienti strategici. La risposta deve essere più diffusa e più radicale insieme.
§
Tornando a noi, ritengo, anche per queste ragioni, che si dovrebbe tentare nell'ambito delle sinistre alternative un atto, un'iniziativa che rendessero espliciti la volontà e l'impegno di avviare un processo aggregativo. In questo modo si parlerebbe anche all'astensionismo con il linguaggio della prospettiva e forse anche della fiducia (magari nell'assemblea proposta da Valentino Parlato). Risulterebbe anche più chiara e convincente l'utilità del voto contro il centro-destra. Un tale voto non sarebbe soltanto un voto per il meno peggio (`quantitativo'): ovvero il meno peggio solo per il meno peggio. Si potrebbe scorgere l'utilità di un terreno più avanzato di confronto, come si diceva una volta; anche perché si percepirebbero sia il discrimine dei contenuti sia il sorgere di un soggetto politico con potenzialità espansive e quindi con maggiore forza di contrasto, contrattuale e anche di governo.
So bene che è difficile ma non tentare è troppo facile.
note:
1 A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, 1999.
2 Cfr. R. Costanzo et Al., in: V. Sartogo, «Giano», 35, 2000.