numero  14  febbraio 2001 Sommario

La sinistra e il voto

AUTOCRITICHE NECESSARIE
Emanuele Macaluso  

Il Congresso del Partito popolare europeo, svoltosi recentemente a Berlino, ha incoronato Silvio Berlusconi come uno dei leader del partito che fu di Adenauer e De Gasperi. Sappiamo quale trasformazione ha subito il Ppe nel momento in cui i suoi dirigenti decisero di farne un grande contenitore di forze conservatrici di diversa estrazione politica e culturale. Sappiamo anche che con questa operazione la Democrazia cristiana tedesca, che l'ha pilotata, ha dato un obiettivo comune a tutti i partiti che alloggiano nella stessa casa: `liberare' l'Europa dall'egemonia socialista, costruire un'alternativa ai governi di 13 paesi della comunità.
In questo quadro l'incoronazione di Berlusconi ha avuto un particolare significato, dato che in Italia è praticamente aperta la campagna elettorale. Questa operazione accentua, a mio avviso, la dimensione europea dello scontro elettorale italiano. Il Ppe ha rilanciato la torsione europea della sua politica con un indirizzo netto: liberista e antisocialista. Il Cavaliere, issato sul cavallo bianco del Ppe, sventola quelle bandiere e chiarisce che l'alternativa non è ai `comunisti', ma ai partiti socialisti in Italia e in Europa. L'assalto, ripeto, ha una dimensione europea.
Ecco il punto che mi sembra del tutto assente nell'utile dibattito avviato con l'articolo di Lucio Magri. So bene qual è la risposta che alcuni gruppi di sinistra danno alla domanda sul significato che ha assunto l'offensiva conservatrice in Europa: i governi socialisti hanno adottato politiche liberiste e antipopolari e la loro eventuale sconfitta è frutto del loro spostamento a destra. In definitiva il successo dei moderati, raccolti sotto l'ombrello del Ppe, è inevitabile e, del resto, nella politica sociale non cambierebbe nulla o quasi nulla. Ora io vedo gli errori commessi dai partiti socialisti, non solo sul piano sociale (spesso però corretti), ma sul piano politico, se penso al loro comportamento nell'affrontare con l'intervento armato il nodo del Kossovo e del potere dispotico e antipopolare che regnava a Belgrado. Ma a me sembra che si ripeta un vecchio e terribile errore della sinistra italiana: non distinguere la lotta politica, anche aspra, che va condotta nella sinistra, con la rottura della sinistra stessa. Infatti in nessun altro paese europeo oggi c'è una forza di sinistra che si contrappone ai governi socialisti in forme così radicali da pregiudicarne l'esistenza (così fu per il governo Prodi) o un successo elettorale.
Debbo anche osservare che, sempre in Italia, il partito di sinistra più grande tende sempre a non tenere conto dei `minori', e la stessa logica si manifesta nel regime interno dei partiti. La cultura pluralista non esiste: non esisteva nel Pci, esisteva nel vecchio Psi, non esisteva nel Psi di Craxi, non esiste oggi nei Ds, non esiste in Rifondazione comunista (la scissione di Cossutta è il segno estremo), non esiste nel piccolo partito di Boselli, lo Sdi. Ebbene, caro Lucio, una delle cause dell'astensionismo a sinistra consiste nella frammentazione, nella incapacità di stare insieme, nell'assenza di un grande partito con più anime e una politica comprensibile e accettata perché democraticamente decisa.
L'immagine che oggi proietta all'esterno, e soprattutto ai giovani, questa sinistra (tutta) è disastrosa. L'astensionismo comincia con la svolta non digerita e con la scissione di Rifondazione comunista, si manifesta, in altra area di sinistra, con la distruzione del Psi, con le altalene uliviste e quelle della Cosa 2, con la fragilità e la rissosità (non politica) dei gruppi dirigenti, con i ripiegamenti ministerialisti che sono il sottoprodotto del partito di governo. Insomma, i comportamenti contano – e come contano – in una società mediatizzata supinamente accettata.
Mancando un grande partito della sinistra a vocazione maggioritaria (anche quando è in minoranza), in Italia abbiamo e soffriamo un'altra anomalia: i governi sono espressi da una coalizione di centro-sinistra. Con un `centro' più frastagliato della sinistra.
Le analisi di Bertinotti e anche quelle di Magri partono da un assunto a mio avviso errato, come se in Italia avessimo un governo di sinistra del tipo di quelli presenti negli altri paesi europei. In Italia c'è un governo di centro-sinistra, con la sinistra che ha, con lo Sdi e il partito di Cossutta, il 20-21% dei voti. E un `centro' che è quello di cui abbiamo parlato.
E allora bisognerebbe tornare indietro, e cioè chiedersi se fu giusto mettere in crisi il governo Prodi come fece Rifondazione comunista; e se fu giusta la scelta dei Ds di mettere in piedi il governo D'Alema, provocando un'ulteriore frantumazione nel sistema politico, a destra e a sinistra. Mi domandai allora, e mi domando ora, perché non si ricorse al voto, come richiede un sistema che vuole essere maggioritario. Nella politica i nodi, prima o dopo, vengono al pettine. E gli errori che fecero prima Rc, e poi i Ds, si pagano.
Il bilancio del governo non è né esaltante, come vanno ripetendo i dirigenti del centro-sinistra, né disastroso e antipopolare, come dice Rifondazione. Manca un bilancio critico e serio, e gli elettori lo capiscono. La demagogia oggi a sinistra paga meno di ieri, e paga invece a destra. Per anni, dal 1963, abbiamo avuto governi di centro-sinistra con un grande `centro' e un modesto Psi. Oggi la situazione non si è rovesciata, nonostante la formazione sia di un grande partito di sinistra e uno modesto di centro. Questo frastagliamento al `centro' è pagato anche con l'astensionismo a sinistra.
Nell'articolo di Bertinotti c'è una amara constatazione, senza però che se ne traggano le conseguenze: «La crisi di consenso del centro-sinistra non dà luogo ad uno spostamento del voto critico a sinistra perché la crisi della politica arma l'astensionismo e favorisce la dispersione e la frantumazione delle risposte a quella crisi». Scaricare sulla «crisi della politica», come se si trattasse di un evento extraterrestre, lo spostamento di voti a sinistra significa eludere la questione. Il Pci usufruì della crisi del centro-sinistra, prima negli anni sessanta e poi negli anni settanta, grazie alla sua politica. Bertinotti non si chiede se non vi sia, nei contenuti e nelle forme della sua opposizione, una delle cause di questo fenomeno. La stessa domanda non se la pongono i dirigenti dei Ds. Ebbene, io credo che senza dare risposte critiche alle domande che i fatti pongono non si farà un passo avanti.
Se volgiamo lo sguardo sull'altra sponda, vediamo che il centro-destra ha un leader indiscusso, un partito oramai grande (Fi.), una politica, un collante per sconfiggere la sinistra e governare. Non dico che quella del Cavaliere sia una coalizione omogenea e senza contraddizioni; dico che ha un elettorato più omogeneo del centro-sinistra negli interessi e nei valori; inoltre c'è maggiore consapevolezza nel contenere le contraddizioni entro i limiti tali da non farle esplodere. L'esempio più evidente è offerto da Bossi. Questa `unità' ridurrà al minimo le astensioni, nell'area di centro-destra, che non siano quelle fisiologiche.
Cosa fare oggi alla vigilia delle elezioni? È possibile un'intesa minima a sinistra? Ho letto l'articolo di Bertinotti e trovo sconfortante la sua analisi: non c'è – dice – nulla che ci unisca all'altra sinistra, ma è possibile fare una legge elettorale che consenta la `non belligeranza' attraverso un accordo minimo solo per sottrarre alcuni seggi alla destra. Se non c'è la correzione della legge elettorale (e non ci sarà) allora si andrà verso la belligeranza? Insomma, quel che non si vuole capire è che i nodi politici non si sciolgono con le leggi elettorali, e non si sciolgono mettendo, come lo struzzo, la testa sotto la sabbia.
Se non c'è un esame critico, non solo dell'azione del governo, come ho detto, ma dell'opera e dei comportamenti dei partiti della sinistra, non c'è scampo. Se non si delinea – sulla base di correzioni della sinistra che è stata al governo e di quella che è stata all'opposizione – una prospettiva, anche non immediata, di incontro, non c'è speranza. La sinistra italiana non può separarsi da quella europea, deve stare – questa è la mia opinione – nel Partito socialista europeo, con la sua storia, i suoi problemi, la sua identità e non con le sue `anomalie'.
Sono in campo da una parte una sinistra che con il 5% dei voti vuole rifondare il comunismo; e dall'altra i Ds che con meno del 20% parlano come se avessero la maggioranza, e oscillano tra la costruzione di un partito socialista (va notato che c'è anche un piccolo partito socialista, lo Sdi, alleato ai Ds) e un partito democratico o dell'Ulivo. Non ci si può stupire se cresce l'astensionismo.
Discutere sulla prospettiva non significa evadere dai temi pre-elettorali. Anzi. Se non si danno segnali reali e compatibili di un mutamento dell'asse strategico della sinistra, non vi sono serie possibilità di recuperare l'astensionismo. La sinistra al governo e quella all'opposizione, se non hanno, come mi pare, la possibilità di stare insieme alle elezioni, ci vadano senza arroganza e con un discorso tale da richiamare il voto di appartenenza alla sinistra nel suo insieme. La vita – si vinca o si perda – non finisce con queste elezioni. Avviare un discorso sull'avvenire è utile per il risultato di oggi e per gli scenari di domani.


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