Dopo Messico e Brasile, l'Argentina
IL PESO DEL DOLLARO
Maurizio Matteuzzi
Un anno dopo aver vinto in carrozza le elezioni con la promessa di provocare `uno choc etico', cancellare le distorsioni e la corruzione del decennio menemista (sempre di più al sempre minor numero di inclusi, sempre di meno ai sempre più esclusi) e promuovere un cambio di politica economica capace di superare la recessione e rendere meno iniqua la ripartizione della torta, la Alianza fra il vecchio partito radicale e l'ala socialdemocratica è praticamente morta e il governo del presidente Fernando de la Rua si trova in mezzo a un terremoto in cui gli impegni che lo hanno catapultato alla Casa rosada giacciono sotto un cumulo di macerie.
Eletto nell'ottobre `99 ed entrato in carica nel dicembre successivo, il presidente della UCR, Union Civica Radical, di fronte alla crisi economica, alla stagnazione e alla recessione – eredità avvelenata del suo predecessore peronista-liberista Carlos Saul Menem ma ulteriormente aggravata durante il primo dei suoi quattro anni alla presidenza – non ha trovato di meglio che tornare alle vecchie e consolidate ricette: aumento delle tasse e tagli della spesa pubblica, dei salari e delle pensioni (generalmente, e fatte salve scandalose eccezioni di una minoranza burocratica privilegiata, già a livelli miserabili).
L'aumento delle tasse – preteso dal Fondo Monetario ma visto di malocchio dall'Organizzazione Mondiale del Commercio – è stato tuttavia accompagnato da una serie di provvedimenti che sono molto piaciuti alla vecchia e nuova oligarchia economica argentina (nota come la Patria financiera) e agli organismi finanziari internazionali: sussidi alle imprese, diminuzione degli obblighi previdenziali, legalizzazione dei pagamenti in nero, libertà di assunzione e licenziamento, privatizzazione della sanità e di quei residui pubblici risparmiati dalle svendite di Menem (come le compagnie di assicurazione del Banco de la Nacion Argentina o la Lotteria nazionale).
I tagli della spesa pubblica sono stati visti e inevitabilmente sentiti come la continuazione del liberismo selvaggio e della deregulation spinta del decennio menemista. Una nuova mazzata in un paese in cui la disoccupazione – storicamente mai un problema per la grande, ricca e piuttosto spopolata Argentina – è ancora aumentata nel corso del 2000, superando ufficialmente la soglia del 15%; in cui un altro 15% di popolazione si trova alle prese con problemi che vanno sotto il nome pudico di sotto-occupazione; in cui ormai il 30% dei complessivi 33-34 milioni di argentini è precipitato in condizioni che gli standard dell'Onu definiscono di povertà. In questo senso Menem prima e adesso De la Rua hanno ridato all'Argentina e agli argentini, che da sempre si sono compiaciuti di pensarsi `europei' finiti chissà perché lontano dall'Europa, la loro piena connotazione latino-americana.
De la Rua difende la sua linea di ortodossia economica con il disastroso stato dei conti lasciatigli da Menem e con la necessità di ripristinare la fiducia `dei mercati' e degli investitori stranieri. Il deficit pubblico del `99 è stato pari a 7,1 miliardi di dollari, ridotto a 5,3-6 miliardi nel 2000, ma in aumento a 6,4 miliardi nel 2001 fino al previsto azzeramento nel 2003, l'ultimo anno del mandato presidenziale. Il debito estero, che nell'86 era di 53 miliardi di dollari e ora è di 145 miliardi (praticamente la metà del Pil e anche del debito pubblico, di importo equivalente), nel corso del 2001 richiederà per il suo servizio quasi 20 miliardi di dollari. Mettete tutti questi numeri economici e questi dati sociali insieme e shakerate e vi salterà fuori un frullato esplosivo pronto a far saltare in aria tutto da un momento all'altro.
Il pericolo della bancarotta della terza maggiore economia dell'America latina (con un Pil annuo intorno ai 300 miliardi di dollari) era stato immediatamente fiutato dai capitali stranieri che durante l'anno scorso hanno cambiato rotta o sono volati via, moltiplicando i rischi di un crack del tipo di quello messicano del `94-'95 e brasiliano del `98-'99. Gli effetti a catena di una terza crisi finanziaria nel giro di cinque anni su un continente sempre in bilico a causa delle sue condizioni sociali precarie, delle sue economie liberalizzate ma sempre instabili e delle sue democrazie ristabilite ma sempre troppo formali, sarebbero (stati) devastanti.
Tanto concreto il pericolo, tanto critica la situazione – a metà novembre De la Rua ha parlato di `turbolenze finanziarie' che potrebbero portare l'Argentina `a una vera catastrofe' – che la comunità finanziaria internazionale si è di nuovo mobilitata per mettere in piedi un'altra cordata di soccorso. A metà dicembre Fmi, Banca Mondiale, Banca Inter-Americana di Sviluppo, banche private e il governo spagnolo (la Spagna, con un miliardo di dollari, pensa di difendere i suoi investimenti in Argentina e America latina, ormai pari o superiori a quelli statunitensi) hanno raccolto quasi 40 miliardi di dollari, messi a disposizione dell'Argentina per i prossimi tre anni. Una somma enorme, praticamente uguale a quelle mobitate a suo tempo dalle cordate Usa-Fmi per evitare la bancarotta del Messico e del Brasile.
Questo vuol dire che la malattia argentina veniva (veniva?) diagnosticata come molto grave dai soliti dottori di fama internazionale chiamati al suo capezzale. Soliti i dottori, solite le medicine e in dosi tanto massicce quanto richiesto dalla consistenza dell'intervento. Fra novembre e dicembre De la Rua, spesso ricorrendo al decreto presidenziale per superare dubbi e opposizioni parlamentari, ha abolito le pensioni statali, aumentato l'età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni, ma soprattutto ha privatizzato la sanità e imposto il congelamento della spesa pubblica per cinque anni. Un insieme di misure definito a Washington investors-friendly reforms; condizioni sine qua non imposte dal Fmi per sganciare il pacchettone d'emergenza. Che però non è affatto piaciuto né alla Chiesa cattolica (pur tradizionalmente molto conservatrice) né ai sindacati `combattivi' (la Cta di Victor De Gennaro e l'ala della tradizionale Cgt peronista che fa capo a Hugo Moyano). «Non possiamo rassegnarci ad accettare passivamente la tirannia dell'aspetto economico che si è installata da tutte le parti», ha scritto la Conferenza episcopale argentina in un suo documento.
L'opposizione peronista, che conta 14 dei 23 governatori di provincia e controlla la maggioranza al Senato, si è dimostrata per l'occasione molto `responsabile', accettando l'impegno del congelamento della spesa proposto dal presidente radicale, che – ha detto Carlos Ruckauf, governatore giustizialista della poderosissima provincia di Buenos Aires – «è sull'orlo del baratro e non saremo noi a spingercelo dentro».
D'altronde è stato il peronismo, per quanto di un peronista sui generis come Menem, a gettare le fondamenta del sistema economico che De la Rua, nonostante gli impegni elettorali, ha accettato e nel cui ambito si muove. Prima di tutto con quella Legge di convertibilità che dal `91 ha agganciato il peso al dollaro USA: un peso uguale a un dollaro e l'iperinflazione è stata stroncata (nel 2000, per il secondo anno consecutivo, l'Argentina è andata in deflazione). Ma i prezzi e servizi sono balzati a livello di Primo mondo mentre i salari e le pensioni sono restati da Terzo mondo.
La Legge di convertibilità non si tocca, dicono De la Rua e il suo ministro dell'economia José Luis Machinea. Non si tocca, dicono gli oppositori peronisti, mentre l'ex presidente Menem – fra un avventura galante e l'altra: ora è ufficialmente fidanzato con una fiammeggiante ex Miss Cile – va in tournée per l'America latina a perorare la sua idea di dollarizzare in tempi rapidi tutto il subcontinente che va dal Rio Grande alla Terra del Fuoco (un'idea che sta prendendo piede: oltre all'Argentina e a Panama, anche l'Ecuador e El Salvador hanno già adottato il dollaro come moneta, e il primo maggio sarà il turno del Guatemala).
Così è toccato al vecchio ex presidente radicale Raul Alfonsin, predecessore di Menem, alzarsi per sparare contro il tabù della Legge di convertibilità, che ha osato definire «una trappola» da cui un certo giorno «sarebbe bene» uscire, come «sarebbe bene» sospendere il pagamento degli interessi sul debito estero almeno «per due anni e riservare quelle risorse alla riattivazione dell'economia».
Un'economia che non dà segni di ripresa, nonostante le cure (o forse a causa di esse): meno 3,5% nel `99, più 0,5% o probabilmente zero per cento nel 2000, in attesa del preventivato più 2,5% del 2001 tuttavia già ridotto rispetto al più 3,5% annunciato. E questo a fronte di una crescita che a livello latino-americano nel 2000 è stata intorno al 4%, secondo le statistiche date dalla Cepal (la Commissione economica dell'Onu per l'America Latina e il Caribe).
Ma De la Rua va avanti per la sua strada. E Domingo Cavallo, il mefitico guru del `miracolo economico' argentino-menemista, oggi parlamentare alla testa di un suo partito in attesa di cimentarsi nelle presidenziali del 2003, si dice naturalmente d'accordo con la linea Fmi-De la Rua, mentre di tanto in tanto rimbalzano voci, da quando la Alianza perde pezzi, di una possibile entrata di Cavallo nello staff economico del governo di...centro-sinistra. Dove certo non stonerebbe.
In meno di un anno gli impegni di De la Rua sono andati a farsi benedire e il suo indice di gradimento li ha seguiti: dal 70% del dicembre `99, al momento dell'entrata alla Casa rosada, al 7% del dicembre 2000.
In una situazione economica così complicata, la Alleanza fra Ucr e Frepaso (sigla che sta per Frente por un pais solidario, coagulo di ex peronisti, ex radicali, ex di sinistra), peraltro mai apparsa troppo solida, politicamente non ha retto. E sul piano sociale i sindacati – almeno i `combattivi' della Cta di De Gennaro e della Cgt di Moyano – hanno organizzato un primo sciopero generale il 23 e 24 novembre e un'altro è stato proclamato per l'1 e 2 marzo.
La Alianza aveva già perso senso e spinta fin da quando Graciela Fernandez Meijide – la `novità' entrata tardi in politica sull'onda della sua condizione di madre di desaparecidos – era stata stritolata dalla oliata macchina di partito della Ucr nelle primarie per le candidature presidenziali. La vittoria del grigio e ortodosso De la Rua riportava tutto nell'alveo della Unione Civica Radicale, vecchio partito piccolo-borghese argentino ora con venature socialdemocratiche (fa parte dell'Internazionale socialista). Poi, dopo la vittoria elettorale dovuta molto anche al discredito di Menem e alle divisioni interne del Partido Justicialista, sono venuti i primi scandali – voti-contro-soldi al Senato per approvare la riforma in senso liberalizzante del codice del lavoro – per cui il vicepresidente della repubblica e leader del Frepaso, Chacho Alvarez, popolare ex peronista, ai primi di ottobre aveva chiesto a De la Rua «di far volare delle teste», sia peroniste ma anche alianziste. In nome dello `choc etico' promesso qualche mese prima, se non altro. Ma De la Rua aveva fatto orecchie da mercante privilegiando la governabilità. Tagliata qualche testa minore, i principali indiziati avevano conservato la loro sulle spalle. Anzi un paio di loro erano addirittura stati promossi in posti-chiave della struttura presidenziale e per l'occasione De la Rua aveva anche aggiunto in sovrapprezzo la nomina di Chrystian Colombo, un ex banchiere, come capo di gabinetto, una sorta di primo ministro ombra.
Il 6 ottobre Alvarez si è dimesso dalla vicepresidenza, la Alianza formalmente non si è rotta (perché se e quando si rompesse i peronisti potrebbero riprendersi la maggioranza anche alla Camera federale senza neppure dover aspettare le elezioni parlamentari di mediotermine previste nell'ottobre prossimo) ma di fatto è morta e sepolta – almeno nelle sue velleità riformatrici e di rinnovamento. E serve a poco a De la Rua, soprannominato `il noioso', farsi vedere in pubblico insieme alla Fernandez Meijide, divenuta ministro per il benessere sociale, e Anibal Ibarra, sindaco di Buenos Aires, le due figure di spicco residue del Frepaso.
Fine 1994 inizi 1995 il Messico, fine 1998 inizi 1999 il Brasile, fine 2000 inizi 2001 l'Argentina. In poco più di 5 anni i tre più grandi e importanti paesi dell'America latina sono precipitati sull'orlo del crack e sono stati salvati da (costose) spedizioni internazionali di soccorso. Ma tre crisi così drammatiche in così poco tempo sono troppe. Per non chiedersi quando sarà la prossima e come finirà.