Ancora sulle biotecnologie
L'ERRORE DEL PROIBIZIONISMO
Francesco Lescai*
Il dibattito che si sta sviluppando sulle biotecnologie, anche su questa rivista, sembra proprio non riuscire a elevarsi ad analisi, anzi resta spesso fermo ad una sorta di incomunicabilità tra i punti di vista che dovrebbero aprire la discussione.
Non si tratta quindi di discutere, come dicono i compagni di Mobilitebio, 'in modo accademico': si tratta anzi di affrontare la tematica in modo analitico, scientifico ove necessario, e in certi casi anche rielaborando categorie concettuali utili di fronte ad un progresso della scienza che ci impone di confrontarci con questioni che solo fino a poco tempo fa potevano sembrare fantascienza.
Il punto di vista espresso dal professor Buiatti ("la rivista del manifesto", n. 7, giugno 2000) non credo affatto che rappresenti una posizione di neutralità.
Penso piuttosto, e sono d'accordo con lui, che si debba analizzare le cose con discernimento ed evitare di essere riduttivi nei confronti di problematiche complesse, che implicano una compresenza di fattori e richiedono talvolta anche una valutazione dei singoli casi specifici, evitando invece di agitare bandiere che ci impediscono una visione di più larga prospettiva.
Ecco allora che il dibattito sulle biotecnologie quasi sempre vede protagonisti coloro che fanno vera e propria 'pubblicità', per ovvie ragioni di interesse economico, e coloro che ne sollevano il tema in modo apocalittico, riducendo una nuova scienza a simbolo di tutt'altro, evitando così di affrontare il problema vero, certamente più complesso e radicato, e scegliendo la via più facile.
La questione delle multinazionali messa al centro del dibattito dal Coordinamento di Mobilitebio, ma non solo da loro, è certamente importante, ma deve essere inquadrata in un panorama di rapporti socioeconomici più ampio, che non da adesso regola la nostra società e gli scambi commerciali fra Stati.
Si rischia altrimenti di condannare a priori le biotecnologie per la sola ragione, pur rilevante, che organizzazioni economiche transnazionali ne fanno uno strumento ideale per controllare vaste fette di mercato mondiale: ma il nocciolo del problema non è allora il giudizio più o meno catastrofico circa l'introduzione su larga scala di pratiche biotecnologiche (su cui deve essere fatta una valutazione di impatto di ben altra natura), bensì l'insieme delle strutture economiche che regola l'intera nostra società.
Le biotecnologie come scienza non contengono in sé una sorta di 'principio di monopolio', o come altro lo si voglia chiamare, ma è il loro utilizzo e la capacità di accesso alle relative tecnologie e ai vantaggi che ne possono derivare, che deve essere discusso.
Questa sorta di rifiuto preconcetto che si osserva spesso nei confronti delle biotecnologie può essere utile, ad opinione di alcuni, a facilitare la comunicazione con il grande pubblico, certamente più colpito da un'espressione come 'cibo di Frankenstein' che da analisi sul ruolo delle multinazionali nelle nostre economie, ma tutto questo non consente una seria valutazione dei rischi ove sussistano davvero.
E soprattutto una mancata distinzione tra fenomeni e impatto non facilita, come sarebbe opportuno, l'affermazione di un modello diverso di utilizzo degli strumenti che questa scienza ci offre, perché
a priori
ne viene negata la possibilità, lasciando così spazio ai soli soggetti che già operano nel settore con metodi discutibili.
E in questo senso anche il cosiddetto 'principio di precauzione' non solo deve essere definito sulla base di criteri precisi a cui attenersi con severità, ma non può essere inteso come un divieto
a priori
anche della sperimentazione (nei termini che già la legge prevede), altrimenti diventerebbe una moratoria insuperabile, negando la possibilità di fornire proprio le risposte che si chiedono.
Ognuno di noi può anche continuare a ripetere la propria filastrocca a giornali e televisioni, visto che in realtà il dibattito non esiste, ma questo non ci aiuta a confrontarci con il modo corretto di utilizzare le grandi potenzialità offerte dalle biotecnologie, vero fulcro della questione, molto più dell'imposizione di divieti in una sorta di proibizionismo scientifico contrario fino a ieri anche alla cultura di chi li propone.
Dobbiamo essere in grado di assumerci delle responsabilità, che l'evoluzione stessa della nostra società rende più grandi quanto maggiori sono le possibilità di cui disponiamo.
Questo significa porci domande analitiche e serie sulle biotecnologie, adottando il metodo scientifico come guida (senza accenti neopositivistici), con il coraggio di scegliere cosa sarà giusto e cosa sarà sbagliato.
Rifuggendo naturalmente dai pregiudizi, e non ignorando che molto spesso abbiamo già gli strumenti per profilare soluzioni ad alcuni dei possibili rischi che vengono prospettati.
È difficile uscire dalle anse del senso comune e dell'immaginario collettivo, ma credo che anche questo sia l'ambizioso compito di elaborazione teorica e metodologica che questa rivista si è proposto.
*Presidente del Coordinamento nazionale degli studenti di biotecnologie