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l'Unità, dossier
DIALOGHETTO SUL '56
Pietro Ingrao
Giuseppe
Quanti anni son passati?
Pietro
Diciamo mezzo secolo. Esattamente cinquantaquattro anni e undici mesi.
Giuseppe
Già... Tu lo chiamasti: "l'indimenticabile 1956". Esageravamo sempre. Esagerati e apocalittici.
Pietro
C'entrava il cinema anche in quel caso. Rammentavo il titolo di un film del primo cinema sovietico:
L'indimenticabile 1919
. Riguardava la guerra civile contro i bianchi. Il nome di quel regista cercalo tu. L'occasione in cui ricorsi a quella civetteria letteraria era amarissima. Discutevamo alla Camera dei deputati sulla impiccagione di Imre Nagy, il leader della rivolta ungherese del '56, caduto nelle mani dei sovietici dopo il soffocamento della rivolta popolare di fine ottobre...
Giuseppe
Questo è l'epilogo. Partiamo dall'inizio. Se ricordo bene, il XX Congresso del Pcus si aprì a Mosca nel febbraio del 1956.
Pietro
Sì. Alla fine del congresso, in una seduta a porte chiuse e riservata solo ai delegati sovietici, Kruscev tenne il famoso rapporto segreto sui crimini di Stalin.
Dopo la seduta Kruscev ne diede a leggere il testo a Togliatti e Scoccimarro, che guidavano la delegazione italiana. Non seppi, anzi non sapemmo mai, se Togliatti, in via di rientro in Italia, ne portò con sé una copia. A me, quando lo vidi al suo ritorno, non disse parola sull'evento.
Ma come "Unità" noi avevamo a Mosca un corrispondente molto intelligente e attivo, che aveva le sue fonti nel partito e nella società moscovita: Giuseppe Boffa. Ebbi da lui le prime notizie e indiscrezioni (se vogliamo usare questa parola curiosa) sul rapporto di Kruscev. Ne parlai subito con Togliatti, che fu assolutamente sibillino. Né disse in proposito alcunché nemmeno in quella sua relazione sul XX Congresso che tenne al Comitato centrale del partito in febbraio.
Furono giorni incredibili per noi all'"Unità". Avevamo la precisa, ripetuta conferma da Boffa. E tutta la stampa d'Occidente ormai discuteva sull'evento clamoroso: l'eco era enorme.
Solo a marzo potemmo dare la notizia che il rapporto sui crimini di Stalin, sì, esisteva. Fummo il primo e unico giornale comunista a dirlo in quell'inizio di primavera. Davvero una triste consolazione.
Ad aprile, quando già il mondo era in subbuglio, si tenne a Livorno il Consiglio nazionale del partito, convocato per le elezioni amministrative di primavera. Togliatti fece la relazione, e ancora una volta, tra lo stupore e lo sconforto generale, tenne la bocca chiusa sull'evento che scuoteva l'Urss e il mondo.
Nei corridoi di quella sala livornese si riversò una massa di delegati sconcertata e in rivolta. Poi il dibattito esplose nell'assemblea, Amendola e Pajetta avanti a tutti.
Giuseppe
Hai capito in seguito il perché di quel silenzio assurdo?
Pietro
Sono convinto che Togliatti attendesse un'iniziativa da Mosca. Da ex-cominternista, avvezzo al segreto e però anche alla corresponsabilità, di sicuro attendeva una convocazione, o un incontro, dove discutere insieme l'accaduto e il da farsi: il modo con cui gestire insieme l'evento incredibile. C'era poi in lui – lo vedemmo pressoché subito – il dissenso sul modo e sui contenuti. Ma di certo gli sembrava impossibile che il vertice comunista mondiale non fosse chiamato a discutere – se mai in forma ristrettissima – come gestire le rivelazioni su Stalin (la storia di mezzo secolo, in fondo).
Quando poi egli verificò amaramente che la chiamata a Mosca, o in qualche altra capitale dell'Est d'Europa, non veniva, decise di rompere lui il silenzio del comunismo d'Occidente. Fu l'intervista a "Nuovi argomenti". La mandò in lettura ai membri della direzione, con l'aggiunta (riottosa e furente) che in ogni modo egli non era disponibile per alcuna modifica.
Ma perché mi trascini a ripetere cose che ormai stanno in tutti i manuali di storia europea del Novecento?
Giuseppe
Dimmi però perché mantieni ancora l'aggettivo 'indimenticabile' vicino a quel '56.
Pietro
Perché dal seggio più alto del mondo comunista veniva gettata una macchia terribile sulla mutazione più grande del primo mezzo secolo.
Giuseppe
Per me, per te la più grande...
Pietro
Diciamo allora la più eversiva. Quel giornalista americano, che intitolò il suo libro
Dieci giorni che sconvolsero il mondo
, nei suoi modi aveva ragione. In quel fatidico 1917 una minoranza politica abbastanza ristretta – e pressoché sconosciuta al mondo – conquistava il potere nella Russia zarista, e dopo, in poco meno di un trentennio, estendeva il suo comando dall'Elba e da Vienna all'Asia centrale. Il mito di Stalin prima di tutto reggeva su questo dato nudo, brullo.
Giuseppe
I costi però erano stati enormi. Si parla di trenta milioni di morti per l'Urss nell'urto con Hitler, ed è solo il dato della grande 'guerra patriottica'. C'erano poi i caduti di prima, nelle guerre civili e nelle repressioni. Bagni di sangue.
Pietro
Cerco di capire perché quei costi e quelle catastrofi non fermarono la nostra fede.
Un secolo prima che io nascessi, all'alba dell'Ottocento, il socialismo quasi ancora non esisteva, o esisteva solo in piccole avanguardie, e progetti solitari. Nel 1956 invece, socialismo era la parola usata per indicare uno spazio che si spingeva fino alla grande Cina. Mao aveva vinto nel '49 non solo contro Chiang Kai-scek, ma contro l'America dell'atomica, e aveva fermato l'esercito dell'americano MacArthur sullo Yalu. Tre anni dopo, uno sconosciuto alla grande maggioranza degli abitanti del pianeta, Ho Chi Minh, a Dien Bien Phu umiliava la grande potenza coloniale francese e la espelleva dall'Indocina. Le forze che si dicevano comuniste ormai non erano più piccole avanguardie. Ma sistemi infracontinentali.
Giuseppe
La vicenda dell'Urss però era tragica. Non solo quei morti di cui dicevamo prima. Le carestie, le prigioni. I lager.
Pietro
Ricordo con amarezza il velo che accettai di stendere su quelle moltitudini di scomparsi.
Cerco di annotare gli eventi che sorressero le mie convinzioni, la fede, l'apologetica del Capo, il carisma del Partito politico. Ti ricordi il grumo di sentimenti, l'onda di simboli, evocati da quel soldato dell'Armata sovietica che issava la bandiera rossa sulla cima del
Reichstag
?
C'erano stati due grandiosi scontri nel cinquantennio: due guerre mai immaginate nella loro furia dirompente. Una aveva veduto per la prima volta la minoranza comunista conquistare il potere in un grande Stato d'Europa. L'altra faceva dell'Urss la testa della seconda coalizione del globo. Su questo mutamento inaudito dei rapporti di forza mondiali poggiava il carisma di Stalin che veniva mandato in frantumi in quell'inizio del 1956.
Kruscev gettava un'ombra terribile e insanguinata sulla mutazione politica mondiale, avvenuta incredibilmente in appena mezzo secolo. Questo era il tema che veniva in campo col 'rapporto segreto'. E fatalmente scavalcava Stalin. L'avversario di classe aveva ragione nell'agitarlo clamorosamente.
Ed era abbastanza bizzarro spiegare l'anatema che si gettava su quell'uomo, attore fondamentale in un simile mutamento, con l'oscura categoria del 'culto della personalità'. Per materialisti, come noi ci definivamo, che diceva quella parola così lontana dalle categorie marxiane che c'erano care, quel termine: culto della personalità? Un difetto di strutture sociali, e quali, e come collocate, visto che quel vizio era stato capace di inquinare il percorso di una formazione storica che noi definivamo protagonista del secolo, e costitutiva di un ordine nuovo?
Giuseppe Ma perché allora fu così difficile avviare una discussione piena, a tutto campo? Era il retaggio dello stalinismo? Tu affermi che fu "l'Unità" l'unico giornale comunista che informò di quel fatto che pure veniva direttamente dai capi del Cremlino.
E tuttavia si può dire che pure voi dell'"Unità" davate l'impressione sconsolante di mettere una toppa? Lo dico io che nel tumulto di quei giorni cercai disperatamente di difendere Stalin...
Pietro
Non solo tu. Io che pure nel partito stavo, per così dire, coi rinnovatori, difesi rabbiosamente l'Urss dagli intellettuali (quelli della lettera dei 'centouno'...), che invasero le stanze dell'"Unità".
E l'urto entrò anche in casa. Ricordi Lucio Lombardo Radice? Fu nel Pci un antistalinista che fra i primissimi praticò non solo la difesa, ma l'aiuto concreto alla dissidenza dell'Est. Esisteva fra noi un forte vincolo affettivo. Eppure fu la discussione acerba dentro casa.
Questo avvenne in cento città, in molte, tante organizzazioni del Pci; e ci furono molti, tanti difensori di Stalin in nome della rivoluzione e della tutela di classe.
Giuseppe
Però le cose furono più intricate. Io ho nella memoria un velocissimo, incredibile intreccio di eventi. Rammento come mi aggrappai alla vicenda di Suez, quando l'Urss schierò la sua flotta contro gli inglesi e francesi sbarcati a Suez per rovesciare Nasser. Improvvisamente, a un passo da casa, tornava l'immagine dei sovietici come baluardo contro gli odiosi imperi coloniali.
Pietro
Lo prevedesse o no, il rapporto segreto di Kruscev metteva in discussione gli assetti del mondo. E Togliatti era furente contro Kruscev, proprio perché aveva aperto quel terribile capitolo, senza calcolarne implicazioni ed esiti.
Del resto in ottobre quando scrissi sull'"Unità" quell'editoriale pessimo che aveva per titolo
Da una parte della barricata
, io stesso più o meno questo avevo in mente: piacesse o no, era venuta la prova delle armi (quella prova ultima che stava sempre nei nostri pensieri). E c'era da schierarsi nel proprio campo di classe.
Era elementare, ma in qualche modo coglieva il livello a cui era giunto o poteva arrivare il conflitto. Del resto ricordo nitidamente come io (e non solo io), quando ragionavo sul domani, avevo fermo nella mente che a un certo momento sarebbe venuta la prova dell'insorgenza, dell'urto armato.
Prima di Budapest c'era stata la rivolta di Poznan. Togliatti già allora aveva scritto un articolo furente che in pratica diceva: ecco i frutti amari, ecco il pericolo.
D'altra parte lo scontro armato, l'urto eversivo non poteva sorprenderci. Esso traeva le conseguenze della 'rivelazione' compiuta da Kruscev, dallo squarcio amarissimo aperto e sul senso e sulla natura del potere sovietico. Questo spiegava anche l'allarme dei fedeli di Stalin, si potrebbe dire: dei 'legittimisti'. Ma tutto ciò fatalmente conduceva a una risposta sbagliata.
Nelle cose che in quelle ore tragiche disse e scrisse Togliatti sicuramente restava ancora un vocabolario antico, quasi certamente consumato. E tuttavia penso che in lui, in quei giorni così dubbi, ciò che prevalse non fu la difesa del passato (anche del
suo
passato), ma la preoccupazione sul presente.
Spiego così lo scarto pesante che c'era tra l'apertura sulla ricerca critica, che egli mise in campo nel Comitato centrale del luglio '56, e la chiusa durezza che correva nell'articolo sulla rivolta di Poznan. La stessa durezza ingiusta che – parecchio dopo – egli ebbe (ti ricordi quell'articolo intitolato
Irodalmi Ujsag
?) verso gli intellettuali ungheresi tragicamente coinvolti nella crisi e nella rivolta.
Sicuramente in quell'autunno, nell'area dei giovani dirigenti, io fui il più prudente, nonostante non fossi proprio uno stalinista, o tra gli amici di Secchia. Anzi non mi tranquillizzava che i krusceviani più scatenati fossero della destra del partito, anche i più riluttanti poi allo sviluppo della democrazia interna.
In ogni caso fu Togliatti – nel suo linguaggio un po' manierato, e calcolato – a segnalare il nodo storico messo in gioco. Lo enunciò asciuttamente prima ancora della ribellione ungherese, nell'intervista che rilasciò al "Borba", l'organo del Partito comunista jugoslavo.
Giuseppe
Quando stava per incontrare Tito...
Pietro
In quella intervista Togliatti ragiona sulle prospettive (o possibilità, o necessità) in Italia del 'salto rivoluzionario'. E a un certo punto afferma: "vi è [in Italia] una tradizione di vita parlamentare. Vi sono diversi partiti che affondano le loro radici in strati sociali della stessa natura... Tutto questo non può essere distrutto e bisogna tenerne conto... Proporsi di tagliare con l'azione violenta di una minoranza di avanguardia l'attuale nodo di soluzioni politiche e di organizzazioni della più diversa natura, da cui risulta la struttura della società e dello Stato, è impossibile [...].
Il ragionamento è tutto volto a motivare le ragioni (e diversità) delle vie nazionali. In questo senso era un ragionamento parecchio arretrato, in buona parte superato dal costituirsi dei due campi e dai processi irruenti di internazionalizzazione. Ma il suo discorso alla fine scavalcava la questione nazionale: affrontava nitidamente il nodo cruciale della relazione tra l'Urss e il blocco di nazioni raccolte nel suo 'campo'. Proponeva un 'policentrismo': la parola più avanzata – a mio avviso – che egli pronunziò in quei mesi. Ma rimase una frase presto appassita. L'Urss la respingeva furiosamente.
In ogni modo le nazioni che insorgono, ardono, in quel cruciale momento di verità sullo stalinismo, furono Polonia e Ungheria. Tragicamente nel '68 sarà la volta anche della Cecoslovacchia. E prima c'era stata la crisi con la Jugoslavia di Tito. Infine verrà anche l'urto con l'enorme Cina, dove una tradizione di 'vita parlamentare' non esisteva (o era stata diversa e brevissima) e storia e culture segnavano una differenza profonda dall'Europa.
Tutto questo non poteva essere tagliato con l'accetta dell'azione armata, per usare ancora una volta il linguaggio di Togliatti.
Giuseppe
Se ricordo bene però Togliatti non solleva quel tema in termini di libertà...
Pietro
La sua cultura è quella: un marxismo segnato prepotentemente dallo storicismo di casa nostra. Solo che il nodo che egli segnalava in quegli anni – a mio avviso – chiamava clamorosamente in causa non solo Stalin, ma lo stesso Lenin, e la sua pratica della minoranza armata che spacca in due il nodo della storia. Non era questo il volto dell'Ottobre del '17? E dunque era il leninismo, e non solo la degenerazione staliniana che veniva messo in discussione: la minoranza armata che risolve il conflitto.
Giuseppe
Però il leninismo è anche la Nep: il soggetto rivoluzionario che misura le condizioni e le forze dello schieramento di classe, inventa e modula il compromesso. E sa anche arretrare al momento giusto. Togliatti era intriso di questo leninismo. E aveva letto anche Gramsci e il suo ragionamento sull'egemonia.
Soprattutto, se guardiamo fuori d'Italia, e proprio all'Urss, gli anni che immediatamente seguirono alla morte di Stalin furono tempi di grande apertura e di iniziativa mondiale. Non solo ci fu l'
appeasement
con Tito e il riconoscimento degli errori commessi, ma l'iniziativa in Oriente, la visita in India e l'incontro con Nerhu, tutta l'apertura verso il mondo dei 'non allineati', il sostegno all'indipendentismo africano, e poi ancora l'appoggio al Vietnam.
Pietro
Sì, però gran parte di queste aperture presto, troppo presto si raggricciano. Nel continente latino-americano, dove pure esistevano radici terzinternazionaliste, via via esse rinsecchiscono, scavalcate dal 'guevarismo' o addirittura dal comunismo italianizzante. Ressero invece le alleanze con i movimenti di liberazione africani, ma più come aiuto materiale che come rapporto dialettico con le nuove insorgenze, che cercavano faticosamente una strada nell'enorme arretratezza di quel continente, dissanguato dal lascito dell' imperialismo europeo.
L'Urss dette soldi e armi. Ma non leggeva le culture africane. Non si misurava con le incredibili differenze e molteplicità di religioni e di livelli nei vari comparti di quel continente. Non c'era in ciò una conferma clamorosa della difficoltà a leggere e a reggere la diversità, e, forse ancora di più, a fecondare le culture di liberazione? In Algeria – luogo chiave del Nord Africa – Mosca non feconda nulla. Fa di più la sinistra europea...
Giuseppe
Lì però c'entra il fondamentalismo islamico, un mondo a cui l'esperienza del sovietismo dice quasi nulla. Mi pare che il Partito comunista iraniano muore abbastanza presto.
Pietro
In ogni modo i carri armati e la repressione a Budapest, e poi l'occupazione della Cecoslovacchia, prima ancora che diniego di libertà, sono una incomprensione clamorosa delle storie nazionali. L'attacco alle religioni cristiane ignorava grossolanamente le radici di credi millenari, e semplificava paurosamente lo scontro di classe. Scartava con mano pesante le vie di pensiero che in quella straordinaria metà del Novecento aveva sconvolto saperi, linguaggi, sentieri dell'espressione artistica.
È un particolare, ma è tragicamente illuminante, la solitudine di Brecht tornato dall'esilio americano nella Germania dell'Est duramente aggregata al campo sovietico.
Qui, per me, viene il nodo più intricato e tenace: in quegli anni della repressione ungherese e della aggressione alla Cecoslovacchia, come poteva reggere o addirittura concepirsi un 'campo' a guida di Mosca, che non sapesse comprendere e almeno rispettare la nuova complessità del Novecento, nelle sue sofisticate (proprio così) costruzioni politiche, o intrecci di convinzioni? E non solo modi di suscitare lavoro e innovazione, ma i grandi saperi della vita, le letture nuove della condizione femminile, le coesistenze di religioni, le ricerche inventive dell'espressione artistica. Sino al dilatarsi impetuoso delle forme di consumo e di servizi, che allora incantavano l'Occidente. Insomma non era in causa solo il principio di libertà, ma il volto della società novecentesca in Europa.
La questione del secolo, il grande tema del riscatto del lavoro – così significativo per la nostra identità di comunisti – non poteva camminare e tanto meno essere affrontato vittoriosamente se non si connetteva duttilmente a un progetto di vita, che parlasse ai molti volti e mondi in cui ormai si esprimeva il moderno. E per me in ciò stava la verifica della fecondità e capacità di presa del nostro classismo.
Giuseppe
Va bene: insomma il cimento più largo col capitalismo. Noi però parliamo di un tempo in cui la grande fabbrica fordista è egemone nella società, in qualche modo ci coinvolge e ci affascina tutti. Aveva trascinato anche Gramsci.
Pietro
Bene, io sostengo che quel nodo – così centrale, essenziale nel confronto di classe – non poteva essere letto e affrontato in separazione dal largo campo in cui si sviluppava e dilatava il ciclo vitale. Teniamoci a quel '56, lo sbaglio profondo delle barricate, che io pure evocavo per Budapest, stava nella dimenticanza colpevole di questa complessità del terreno e degli attori sociali e delle culture in campo. Quella complessità che pure io rivendicavo in Italia per la mia storia privata e le mie passioni civili.
Ricordi le cose che noi dicevamo sul cinema in Italia, a volte evocando proprio i primi maestri sovietici? Se non si trattava di un ghiribizzo personale, erano ricerche, discussioni, e progetti espressivi che investivano questioni di identità e libertà dei moderni. Come non vedere allora che Mosca nemmeno afferrava il sugo di queste domande e bisogni? E anche quando non li reprimeva, essi non stavano nella sua agenda... E allora come si poteva governare, o 'guidare' una parte così significativa d'Europa, se questi bisogni e questi mondi non stavano nell'alfabeto moscovita del tempo, e nel soggetto politico 'rosso' che ambiva addirittura a orientare metà del mondo? Qui era il punto vero in cui anche io e te sbagliavamo, o in ogni modo eravamo in grave ritardo.
Giuseppe
Io però nel mio paese ho lottato per un altro comunismo. Fui duramente contro, quando Togliatti praticamente cacciò Vittorini. Ma ti faccio un'altra domanda: senza l'Urss e il suo peso militare e politico si poteva vincere in Vietnam?
Pietro
Ti rispondo: no. E non si poteva nemmeno senza la Cina, che pure oggi sembra non avere più nulla a che fare con il comunismo. Infatti non per caso oggi il Vietnam – quel Paese incredibile che ha sconfitto non solo gli imperialisti francesi, ma anche l'aggressore americano – vive una rinascita difficile.
In ogni modo qui stiamo discutendo sulle cause della sconfitta storica subita dai comunisti di tutto il mondo, e se essa ebbe una tappa grave ed eloquente nella vicenda ungherese del 1956: proprio quando sembrava che l'Urss krusceviana e poi i suoi eredi stessero recuperando nello sviluppo dell'economia sovietica dopo la crisi spaventosa degli ultimi anni di Stalin, dimostrando anche forza e mente e iniziativa per promuovere quell'
appeasement
con il grande antagonista d'Occidente.
Quelle dirigenze purtroppo restavano glacialmente irrigidite (e anche rinsecchite) nella incomprensione delle differenze e delle articolazioni, in cui ormai si dispiegavano le straordinarie invenzioni del Novecento.
Il monolitismo, la potenza armata, la passione dei pionieri, che avevano sorretto il successo e l'ardimento di quella minoranza comunista germinata nel '17, risultavano poi incapaci di reggere la vastità del loro potere: prima di tutto la varietà e la complicazione dei livelli in cui si articola la drammatica vicenda del Novecento.
Giuseppe
Beh, l'antagonista americano non era dolce. E non sto parlando dell'Fbi e della 'Gladio' italiana. Vedemmo nel Vietnam l'assurda brutalità con cui gli Usa intervennero a sostenere un potere impossibile: sino all'ultimo minuto, all'ultima goccia di sangue.
Pietro
Stiamo discutendo dei nostri errori, e degli errori della mia parte. Anche perché noi, più dei nostri avversari, avevamo bisogno di alleanze e fratellanze cento volte più estese, cento volte più inventive di quelle che il capitalismo s'era costruito per sé in secoli e secoli di storia.
Prima, a riguardo di Togliatti, parlavamo ancora di vie nazionali al socialismo, e ci sembrò una lettura ardita, e originale. Queste parole oggi, all'inizio del Duemila, appaiono così vaghe, malinconiche...
Giuseppe
Mi dà un po' di fastidio questa reprimenda fatta, per dire così, ai nostri padri. Infine essi hanno dovuto combattere dispersi nell'esilio, e quando non era affatto sicuro che l'Urss potesse reggere, quasi isolata com'era nel mondo, dinanzi al dilagare del fascismo. Noi oggi in Italia non siamo capaci nemmeno di riunirci in una robusta minoranza: ci dividiamo in chiese e chiesine, abbrancati alle nostre varianze e divergenze. E non abbiamo più nemmeno un collegamento internazionale riconoscibile. Va bene l'apologia di Seattle. E tuttavia è ancora solo un incontro di frammenti, divisi nella ideologia e nella pratica.
Pietro
Hai nostalgia del monolitismo?
Giuseppe
Non dire stupidaggini. Dimmi invece: per te la forma 'partito' è proprio morta?
Pietro
Ti sbagli. Non m'incanta per nulla la frantumazione, o – se preferisci – addirittura la dissipazione attuale a sinistra. Cerco soltanto di capire perché e dove sbagliammo in quella metà del secolo cruciale, quando pressoché un terzo del mondo appariva sotto egemonia comunista (almeno tale era il nome). In quella fascia enorme del globo le differenze di lingue, costumi, relazioni sociali erano quasi abissali.
E a leggere differenze e vicinanze era indispensabile un vocabolario politico articolato, che tenesse estremo conto delle varietà di suoni e di segni, di livelli di saperi, di molteplicità di credi, e mescolanze di città e di campagna. La vittoria militare si sarebbe dovuta presto tramutare in invenzione civile, in capacità di articolazione dei progetti sociali. Sia chiaro. Sto facendo autocritica. Parlo di me prima di tutto.
Ma tale era il tema vero con cui era chiamata a misurarsi la vicenda della rivolta di Budapest, in quell'"indimenticabile 1956". E così tenace esso era che presto, prestissimo tornò nelle vie di Praga. E più tardi l'esercito sovietico non entrò in Polonia, solo perché – come disse poi Suslov: in Polonia no: non si poteva.
A Budapest, in quel '56, più ancora che una questione di libertà, veniva in livida luce la capacità o meno dei bolscevichi, e anche di noi, piccoli comunisti italiani, di ragionare e agire su questa varianza di culture e di saperi, in cui si articola la modernità al punto in cui l'avevano condotta il capitalismo, e anche l'iniziativa e la pressione dei proletari di tutto il mondo, se è vero che parte di quell'invenzione sgorgava dalle lotte del movimento operaio. E il tema era talmente ineludibile, e così depositato, che il non averlo affrontato nella sua polivalenza portò alla sconfitta totale. L'Afghanistan era Asia. Ma in fondo parlava anche dell'Europa, e seguiva alla vicenda europea.
Questo, per me, era profondamente sotteso alla vicenda di Budapest, che io ridicolmente in quell'ottobre '56 rappresentavo con la letteratura della 'barricata': parola così suggestiva nelle memorie sentimentali, e così cara agli europei. E tuttavia così semplificante rispetto alla corrusca ricchezza di relazioni al tempo del fordismo. Figuriamoci quando poi è venuta quella versione ancora più articolata e cangiante del capitalismo, che tuttora ci limitiamo a segnare con un 'post'. Appunto: post-fordismo. E non siamo nemmeno d'accordo veramente nell'indicare il reale che sta dentro quel 'post'.
Giuseppe
C'era allora una verità nella tesi della diversità delle vie del socialismo?
Pietro
A dirla tutta su questo problema delle vie io, alla mia età, brancolo; e non mi aiuta gran che nemmeno il bastone. Ho compreso tardi, e a fatica, che in Unione Sovietica c'era soltanto una forma assolutamente inedita di capitalismo di Stato, cosa parecchio diversa da qualche avvio, sinora a noi sconosciuto o almeno dubbio, di socialismo. Lo slancio propulsivo di quella stella rossa sul Cremlino era finito parecchio prima che lo riconoscesse Berlinguer.
Ma anche qui le semplificazioni unilaterali non aiutano. È innegabile – almeno per me – che dal '17 sovietico sia venuto uno straordinario impulso alle lotte del movimento operaio mondiale, anche quelle che respingevano l'ideologia dell'Ottobre sovietico. Inoltre quel capitalismo di Stato, impiantato nella Russia dagli zar, di fatto è risultato decisivo e necessario per strozzare la violenza apocalittica dello hitlerismo. E tante persone in questo vasto mondo hanno strappato conquiste democratiche e dato la vita per la libertà, avendo – come si dice – il nome di Lenin o di Stalin sulle labbra.
Infine, quando l'Unione Sovietica si è sfasciata in cento pezzi, tutta la sinistra del mondo ha pagato per quella sconfitta. La parola socialismo si è impallidita e ha perduto credito. Oggi viene ancora usata, ma per indicare un'altra cosa. Oggi Enrico Boselli si chiama socialista, e forse – credo – anche Massimo D'Alema. Ma tutti sanno che parlano d'altro. Per non dire di Bobo Craxi.
Giuseppe
Tu pensi che sia incominciato da quel '56 l'impallidirsi di questa parola...
Pietro
Non proprio. Guasti profondi c'erano già prima, quando io nella mia gracile fede non li sapevo vedere.
Ma la prova del '56 fu dirompente, proprio perché essa sgorgava dopo una grande vittoria militare e politica sulla 'reazione' (secondo il vocabolario che usavamo allora), e un incredibile dilatarsi della bandiera rossa (questo simbolo che ancora oggi regge: dopo secoli!) su quasi la metà del globo.
Ma il '56 fu una grave cartina di tornasole per verificare quanta capacità c'era in noi tutti di consolidare e dilatare la vittoria enorme che era stata strappata sulla reazione, e lo spazio che si apriva all'invenzione e alla verifica di noi stessi.
Invece persino sul comunismo eretico all'italiana, quanto faticai io per giungere a rivendicare il 'diritto al dubbio', pure così necessario vista la straordinarietà e l'azzardo di quella nuova società da costruire.
A dire la verità quel quattro novembre del '56, quando – sfondate le barricate (vere) ungheresi – i carri armati sovietici entravano a Budapest, girai per ore e ore per le vie di Roma prima di presentarmi all'appuntamento con Togliatti, e dirgli il mio sconcerto e il mio dissenso. Ed era appena un barlume, presto – in me stesso – lasciato in un canto, in attesa di giorni belli da venire.
Giuseppe
Non metterla al patetico. Questo fummo.
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