Revisionismo e senso comune
IL PROCESSO AL NOVECENTO
Alessandro Portelli
Qua1che tempo dopo l'uscita del mio libro sulle Fosse Ardeatine, mia moglie lo menzionò con una signora incontrata per caso. Immediatamente, questa reagì: "Quei vigliacchi dei comunisti! Non si sono presentati e hanno fatto ammazzare quei poveretti! C'erano manifesti in tutta Roma che gli dicevano di presentarsi e loro invece si sono nascosti...". Cautamente, mia moglie le fece notare che nel mio libro si dimostrava, fra l'altro, che quei manifesti non erano mai esistiti. E la signora rispose: "Io c'ero e me li ricordo. Se suo marito avesse parlato con me, quel libro non l'avrebbe scritto".
È un buon esempio di cattiva memoria, e della tensione fra memoria e storia. Parlo di cattiva memoria non tanto nel senso che si tratta di una memoria fattualmente sbagliata (i manifesti non ci furono), ma nel senso di una memoria che rifiuta di uscire da sé e di elaborarsi: quello che il singolo ricorda (o crede di ricordare, magari con il sostegno di una narrazione socialmente diffusa) diventa esperienza intangibile e inconfrontabile. È il tipo di memoria di cui hanno parlato Gianpasquale Santomassimo e David Bidussa a proposito del libro di Vivarelli: una memoria in cui una soggettività congelata nel tempo e chiusa nell'ambito personale si trasforma in negazione della storia, in attiva difesa dal cambiamento.
La storiografia ha privilegiato un'idea di memoria come mero riflesso, labile e inattendibile e quindi di scarsa rilevanza per il lavoro storico. Ha perciò trascurato sia la memoria come oggetto di ricerca e fatto storico in sé, sia soprattutto la cattiva memoria che, agendo incontrastata, continua a produrre effetti, azioni, aggregazioni, ideologie, riemergendo dalla contrapposizione gerarchizzata fra storia 'scientifica' e memoria 'arbitraria' con tutta la forza del represso e del non detto, rivendicando sia il potere dell'esperienza negata, sia una funzione antagonista rispetto alle narrazioni 'ufficiali'.
Per di più, questa cattiva memoria l'abbiamo alimentata anche da sinistra nella misura in cui abbiamo preso per buone le sue stesse categorie: la 'buona fede', la 'pari dignità' di tutti i morti, la confusione fra oggettività ed equidistanza. L'interlocutrice di mia moglie si sbagliava ma era sicuramente 'in buona fede': non peraltro come rispecchiamento di un vissuto (non può ricordare di avere visto dei manifesti che non sono mai esistiti), ma di un'esperienza vicaria, cioè dell'aver sentito tanti racconti di quel genere, che ha finito per scambiarli con la propria esperienza. L'oggettività dello storico non può dunque consistere nell'equidistanza fra il suo racconto sbagliato e altri più attendibili. Allo stesso modo, non solo c'è differenza fra chi è morto combattendo per la democrazia e per l'uguaglianza, e chi è morto per Hitler, ma anche la differenza tra chi andava a 'cercar la bella morte' e quella di chi non voleva morire e ha corso il rischio e pagato il prezzo, perché lo riteneva necessario e inevitabile. Anche nella morte, insomma, esiste la soggettività. Peraltro, le orribili scritte comparse a Roma dopo la morte di Carla Capponi, e la lunga storia di profanazioni di cimiteri ebraici, mostrano quanto rispetto abbiano per i morti costoro che adesso ne rivendicano l'equivalenza.
La memoria si trasforma in cattiva memoria anche per effetto di un approccio storiografico, che la tratta come mero deposito di dati, anziché come un processo, quindi una conservazione, anziché come una produzione e rielaborazione costante. Proprio perché la memoria è un lavoro del presente e non un documento del passato essa istituisce una relazione, una ricerca del senso attuale del passato. Una memoria senza storia non è in grado di capire il passato, perché rimane ancorata nei propri confini; ma una storia che riconosca il lavoro della memoria rischia di venire percepita come un repertorio di conoscenze accademiche, anziché come qualcosa che ci riguarda tutti, anche quando non tratta di eventi in cui non siamo personalmente coinvolti.
§
In parecchi incontri, assemblee, dibattiti nelle scuole romane dopo la delibera della regione Lazio sulla verifica del contenuto dei testi scolastici di storia (fatta propria anche dalla provincia di Roma e adottata in varie forme da altri enti locali amministrati dal centro-destra), ho visto venire al pettine questi nodi: una cattiva memoria, che si fa senso comune e pretende di dettare gli orientamenti per l'agire sociale nel presente. Il fatto che quasi sempre anche gli interlocutori e i ragazzi di destra finissero con l'ammettere che una commissione amministrativa di 'verifica' è improponibile, rischia infatti di farci sfuggire l'impatto più profondo e duraturo della campagna di centro-destra: l'affermarsi di un senso comune, che crede possibile e desiderabile una memoria unificata, contenibile in un libro solo buono per tutti.
I manifesti affissi per Roma dai giovani di Alleanza nazionale recano una bella citazione da Tommaso d'Aquino: "guardati dall'uomo di un solo libro". È paradossale che questo avvertimento sia usato a sostegno di una campagna per
il
libro di testo; ma ci aiuta a mettere questa discussione in una prospettiva più ampia. Stando ai dati ricordati da un grande linguista e didatta come Tullio De Mauro, più della metà delle famiglie italiane non ha nemmeno un libro in casa; più di un terzo degli italiani non sono in grado di capire il senso di una pagina a stampa. L'autoritarismo e arretratezza del libro di testo è stata oggetto di critica dai
Pampini bugiardi
di Eco fino alla
Lettera a una professoressa
di don Milani; oggi la cosa diventa più grave, nella misura in cui leggere libri non è più un'abitudine, e quindi il libro di scuola letto per obbligo resterà l'unico libro letto dalla maggioranza delle persone. La pretesa del libro 'neutrale' si fonda anche su questa percezione. Anche per questo, la nostra risposta dovrebbe includere un lavoro a largo raggio, per ricostruire dentro e fuori la scuola uno spazio per la lettura e per il rapporto impegnativo con la parola, che essa implica.
Dico rapporto impegnativo, anche perché uno degli ostacoli alla lettura è l'abitudine televisiva alla ricezione distratta di messaggi fatti in maniera da non richiedere alcun lavoro. Infatti mi è parso di taglio televisivo anche il senso comune espresso nelle discussioni sull'obiettività dei testi: un'idea di obiettività che coincide con l'equidistanza e un'idea di pluralismo che consiste nell'ascolto avalutativo di una varietà di opinioni che si elidono fra loro. Il buon senso dice che la 'virtus' sta sempre 'in medio': dalla polemica fra destra e sinistra esce sempre vincente l'ideologia del centro – e dovremmo anche chiederci: del centro fra che? Dove sta il centro infatti dipende da dove stanno gli 'estremi'; perciò, a mano a mano che si annacqua la posizione di sinistra, il 'centro' si sposta sempre più verso verso destra. Da un tempo in cui il centro era antifascista, siamo infatti scivolati in un tempo in cui il centro è anti-antifascista. Così, spesso troviamo rispettabili storici defeliciani, come Sabbatucci, accomunati agli Istituti della Resistenza nell'accusa di faziosità: credevano di essere di centro e si trovano bollati come 'marxisti'.
Anche per questo, si tratta di un'equidistanza il più delle volte fittizia: la pretesa di una narrazione a-ideologica finisce per produrre sempre anticomunismo e antifascismo quasi mai (i fascisti avevano 'valori', i partigiani avevano solo 'ideologie'). È questo il risultato di un'idea di ideologia come appartenenza identitaria a priori, fissata una volta per tutte, anziché come esito provvisorio di una ricerca personale di valori e di senso – come se si diventasse comunisti, liberali, fascisti, cattolici allo stesso modo imponderabile per cui si diventa romanisti o laziali (ma non dimentichiamo che lo stadio è un bacino di reclutamento della destra, che ne trasferisce le modalità al terreno politico e culturale). Da qui quell'orribile parola, 'fazioso', che presuppone che uno parli sempre per partito preso, per propaganda di una fazione, e mai per fare un ragionamento, per cui è inutile starlo a sentire. Ne vengono fuori dibattiti surreali: parla un ragazzo di destra e dice "foibe e obiettività", gli rispondi con un ragionamento, parla un altro ragazzo di destra e ridice "foibe e obiettività" come se tu non avessi parlato per niente; gli fai un altro ragionamento, parla un altro ragazzo di destra e ridice ancora "foibe e obiettività", all'infinito, con l'eventuale intermezzo di qualche ragazzo di sinistra che dice "foibe sì, ma..., obiettività sì, ma...".
§
All'interno di questo scivolamento a destra del centro 'a-ideologico' sta anche la straordinaria idea che i testi scolastici siano 'contaminati' dal marxismo. Ora, a parte che il marxismo non è ancora un pensiero vietato, uno ci resta di stucco dopo che per decenni da sinistra abbiamo detto il contrario (persino io ho criticato il famoso Giardina-Sabbatucci-Vidotto per la scarsa chiarezza antifascista di un loro passo). In una discussione al Visconti di Roma, sia l'interlocutore fascista repubblichino sia quello antifascista pannelliano concordavano sul fatto che per cinquant'anni ci è stata imposta una verità unica e di regime. Io trasecolavo ricordando la mia esperienza scolastica e quella dei miei figli, ma facevo anche uno sforzo per capire che cosa avessero in mente: sono sicuro che erano 'in buona fede', e quindi più pericolosi.
Intanto, c'è l'incapacità di concepire una società pluralista: per chi riesce a pensare solo in termini di regime, se non c'è il regime proprio deve esserci quello di qualcun altro. Ma c'è anche la memorabile
gag
berlusconiana, secondo cui l'Italia è stata governata per cinquant'anni dall'egemonia comunista. L'ho ricordata a un'assemblea nazionale di studenti di ambito Ds, e loro hanno fatto come me la prima volta che la sentii: si sono messi a ridere. Che sbaglio: mentre noi ridevamo e pensavamo che fosse troppo ridicola per controbatterla, milioni di italiani ci hanno creduto e non hanno riso affatto. La campagna attuale del centro-destra è una continuazione di quella affermazione, una menzogna 'in buona fede' di un campione dell'autoinganno, penetrata nelle vene del buonsenso nazionale.
C'entrano, certamente, la debolezza della memoria sociale e il potere ipnotico di uno slogan ripetuto in Tv (la tecnica della pubblicità, con la differenza che i pubblicitari non fanno mostra di credere a quello che dicono – gli basta che ci crediamo noi). Spesso c'entra lo strabismo alla Edgardo Sogno, che scambia per comunisti pure Taviani e Andreotti. Ma c'è anche qualcosa di più profondo. Quando lavoravo alla ricerca sulle Ardeatine, sentivo dire (per lo più da familiari di militari caduti alle Fosse) che alle commemorazioni negli anni '50 e dopo c'erano "solo bandiere rosse". Sono andato a guardare i documenti e mi sono accorto che tutti gli anni tutti gli oratori erano solo democristiani. C'è dunque una distorsione della percezione, che rende invisibile l'oratore democristiano, il vescovo sul palco, i militari col 'presentat'arm', e fissa nella memoria solo le bandiere rosse – un po' quella goccia di 'sangue nero', che nell'ideologia razziale americana rende tutto nero chi se la porta dentro.
È un po' come la storia per cui fa notizia l'uomo che morde il cane e non viceversa: si vede l'eccezione, non la normalità. La sinistra è, appunto, l'uomo che morde il cane: è il discorso controintuitivo, che dice che la terra non è piatta, il granello di polvere nella naturalizzazione dei rapporti di potere e dell'ordine politico e ideologico. Il solo fatto che la sinistra esista dunque oscura l'orizzonte intero: per il solo fatto di esistere, la sinistra è automaticamente egemone e dominante. Per questo, nessuno si sofferma sulle distorsioni e i silenzi di stampo nazionalista e religioso nei libri di testo - dove sta il massacro fascista di Devrà Libanòs, milleduecento etiopi uccisi per un attentato fallito a Graziani? dove sono i dodicimila sloveni ammazzati dagli italiani prima delle foibe? quanto sono equidistanti i libri fra i crociati e gli arabi, fra la Chiesa e le streghe? Ma nazionalismo e cattolicesimo sono senso comune, quindi non inquinano.
Ho sentito diverse risposte alle argomentazioni di centro destra sull'obiettività, tutte sensate ma anche insoddisfacenti perché interiorizzano in parte le categorie del discorso e finiscono quindi sulla difensiva. La più immediata e logica è: se non vi piace il libro di testo, leggetene (o scrivetene altri); dopotutto siamo in democrazia. Giustissima, ma ancora suscettibile di una pratica del pluralismo televisivo e di mercato, e specialmente rischiosa quando include l'argomento che la verità e l'obiettività non esistono e si può solo giustapporre delle faziosità. Ne viene fuori allora un intreccio fra la vulgata postmoderna, per cui tutte le narrazioni si equivalgono (Claudio Pavone alla pari con Giorgio Pisanò) e l'ideologia del libro di testo fai-da-te e della scuola privata fai-da-te (ognuno si tenga la faziosità che gli fa piacere).
Più articolata è l'argomentazione secondo cui l'impossibilità di raggiungere sempre verità certe e obiettive non esime lo storico dal dedicarsi con tutti gli strumenti disponibili alla loro ricerca: l'elusività della verità non è un alibi per rinunciare a cercarla, bensì la fonte di una coscienza utopica e tragica nel lavoro intellettuale. Perciò il libro 'obiettivo' sarà quello che avrà applicato nel modo più corretto gli strumenti metodologici della ricerca storica, a partire dal reperimento delle fonti fino alle modalità di interpretazione e di presentazione. Tuttavia, come faceva notare in un dibattito Pietro Scoppola, neanche questo lavoro è riconducibile a un'oggettività astratta: la ricerca storica, come tutto il lavoro intellettuale, non è soltanto applicazione scrupolosa dei protocolli professionali, ma è soprattutto ricerca di conoscenza. Non è mossa solo da fini professionali, ma anche da pulsioni etiche: per quanto neutrali nelle procedure, la ricerca parte sempre da domande che derivano da quello che il ricercatore ritiene necessario conoscere, quindi dalla sua soggettività e dalla domanda sociale proveniente dal contesto storico-sociale (come notava Scoppola: fino a trent'anni fa chi si sarebbe sognato di esigere che i libri di storia interagissero col punto di vista e l'esperienza delle donne?).
§
Sulla qualità di questo desiderio di conoscenza si misura la distanza dal revisionismo. Va bene, la revisione permanente è la sostanza del lavoro intellettuale, che sempre rivede il sapere ricevuto e le conclusioni stabilite. Ma è una verità di buon senso, vera ma scivolosa perché rischia di legittimare il revisionismo sul piano intellettuale, senza distinguere fra una revisione storica ha per fine quello di tenere aperto il discorso e il revisionismo di centro-destra che invece ha per fine quello di chiuderlo (e per questo parla tanto di 'riconciliazione' e di memoria nazionale unitaria, che ponga fine alla sventura della 'memoria divisa' e possa quindi essere contenuta in un libro unico approvato dalle autorità).
L'intento di chiudere il discorso nega il desiderio di conoscenza, ha per fine il silenzio. La destra non ha prodotto storiografia decente neanche sui temi che le sono più cari, come le foibe (sia su questo, sia su Porzus e sul triangolo della morte le ricerche le hanno fatte gli Istituti della Resistenza o storici antifascisti come Scoppola) perché le servivano soprattutto come arma per un 'uso pubblico della storia' di breve respiro. Più sento parlare ragazzi ed esponenti di destra, più ho la sensazione che in realtà delle foibe non gli interessa gran che: gli servono solo per contrapporle, mettiamo, alle Fosse Ardeatine, in una specie di partita doppia che azzera i conti e li chiude per sempre (voi dite le Ardeatine, noi diciamo le foibe; voi dite la Shoà, noi diciamo Stalin...), una gigantesca chiamata di correo: non potete dirci colpevoli perché lo siete anche voi, lo siamo tutti e quindi nessuno (e nel reciproco rinfacciarsi di colpe fra sinistra e destra trionfa la faziosità di centro, gli orrori invisibili, perché a-ideologici e centristi, del liberalismo).
Ora, a me pare utile che i ragazzi sappiano degli sloveni ammazzati dagli italiani prima delle foibe, e glielo faccio presente. Ma la differenza fra noi e loro è che la contabilità dei morti non ci esime dall'interrogarci anche dolorosamente sia su che cosa esattamente è successo alle foibe e su che cosa significa per noi che dalla nostra parte siano state compiute azioni orribili. Il fatto che sia esistito Hitler non ci fa sentire autorizzati a chiudere il discorso su Stalin. Anche i partigiani hanno sparato e ucciso; ma ricordo con quanta intensità Carla Capponi parlava, senza rinnegare e senza pentirsi, della sofferenza di dover ricorrere a una pratica così infine aliena alle ragioni della sua scelta politica e morale, come la violenza. Sono ragionamenti che è difficile fare negli spazi affollati e irrequieti delle assemblee studentesche, in luoghi dall'acustica assurda dove è impossibile sentire due frasi di fila; ma dobbiamo sforzarci di farlo, perché qui sta infine la differenza.
Non mi sembra che i miei interlocutori di destra provino sofferenza nel parlare di Auschwitz o di Marzabotto; ma la rimozione di eventi analoghi dall'uso pubblico della storia a sinistra è derivata (oltre che da altre più opportunistiche ragioni) proprio dal fatto che sono fonte di sofferenza. Ci siamo difesi dalla sofferenza con la rimozione, relegando la ricerca alle coscienze individuali o a una storiografia poco ascoltata dagli opinionisti e dai vertici. Ma il rimosso ha i suoi modi di tornare; il revisionismo è uno di questi e non lo sconfiggiamo rovesciando il suo discorso (l'alibi contabile degli orrori) e tanto meno dandogli ragione (sì, il comunismo era un'ideologia criminale ma adesso siamo democratici). Sono solo altre forme di rimozione del dolore. L'unica arma contro il revisionismo è accettare il dolore, e trarne la capacità egemonica di conoscere e spiegare senza bisogno di alibi e giustificazioni, di criticarci in nome dei nostri valori e dei nostri sogni, e non di quelli presi a prestito da qualcun altro.
In ultima analisi, il discorso contabile della somma zero dei massacri e dei crimini sfocia in un altro luogo comune: il Novecento come secolo degli orrori. È una cosa che mi dà un fastidio tremendo. Non capisco perché dovrei essere chiamato a essere orgoglioso del mio spazio (il posto dove sono nato) e a vergognarmi del mio tempo (il secolo in cui c'ero anch'io); perché dovrei essere solidale con i miei connazionali e non con i miei contemporanei. Non mi sta bene già dal punto di vista contabile (trovatemelo, un secolo meno tremendo: le crociate, le guerre di religione, la tratta degli schiavi, il genocidio degli indiani, il colonialismo...); soprattutto, non mi sta bene perché azzera la nostra differenza: se c'è una specificità del Novecento è che in questo tempo è esistito un movimento reale che agli orrori voleva mettere fine. Il crimine di cui viene accusato non è quello di avere fallito e di essersi troppe volte trasformato nel proprio contrario; il suo crimine, il crimine che rende il nostro secolo tanto più pericoloso degli altri, è di averci provato.
A questo serve infine la falsa obiettività revisionista, che criminalizza il nostro tempo: a persuaderci che gli orrori del passato erano naturali e inevitabili, e a farci accogliere come tali anche quelli del presente e del futuro.