La rivolta di ottobre
VOJISLAV KOSTUNICA
Predrag Matvejevic
Milosevic è durato più di quanto si poteva supporre ed è crollato prima di quanto ci si aspettasse. Le conseguenze sono grandi, le sorprese ancora possibili. La partita non è chiusa.
La scorsa estate, camminando per Belgrado, mi chiedevo cosa avrebbe portato l'autunno; la Serbia era ormai da troppo tempo in una condizione impossibile. A fine settembre, mentre si avviava la rivolta dopo le elezioni che Milosevic cercava di annullare, ero a Sarajevo. Eravamo convenuti in molti al Centro "André Malraux", fondato durante l'assedio, molti che provenivano dall'ex Jugoslavia e ospiti stranieri. Arrivavamo dalla Croazia e dalla Slovenia, dalla Serbia e dalla Macedonia, dai 'territori occupati' della Bosnia-Erzegovina e del Kosovo, da terre d'asilo e terre d'esilio.
Ci arrivò l'eco della folle che si riversavano nelle vie di Belgrado, ma gli amici di Sarajevo mi parvero apatici, "ne abbiamo abbastanza dei guai passati qui". Gli altri segui-vano gli eventi con trepidazione. Tre di noi ci precipitammo su una vetturetta fino al confine con la Serbia. Volevo vedere con i miei occhi, esserci. Ma fu impossibile varcare il confine senza il visto jugoslavo. Tornai a Sarajevo e di là in Italia.
E ho seguito gli eventi per internet, radio, televisione, dai giornali e soprattutto attraverso i telefonini di cui avevano provveduto alcuni amici belgradesi. Ho tenuto un diario di bordo non omettendo nulla, tentando di comporre il mosaico di quella "fine dipartita". In questi casi lo scrivente funge da filtro: sceglie, ordina, riassume, presenta quanto gli arriva e lo comunica ad altri. Ma non si deve illudere di "abbracciare tutto l'evento" - riversare nella scrittura gesti e vicende, farne racconto.
Le cuffie delle radioline, che i miei amici tenevano in mano aperte, mi rimandavano da lontano urla e slogans, clamori e fischi, rulli di tamburo e suoni di zufolo. E bestemmie. "Bugie! Abbiamo vinto!". "Slobo, salva la Serbia: ammàzzati!". "È finita! È travolto!". Immaginavo le facce di chi gridava nelle strade dov'ero qualche mese, sui marciapiedi dove covava qualcosa di cupo, sulle panchine nei parchi dove i ragazzi si baciavano. La mia camera in albergo si affacciava sul Palazzo del Parlamento, mi parve di trovarmi sul posto, più partecipe che testimone.
Il popolo stava smentendo quel che Milosevic era andato dicendo, che non poteva esserci in Serbia un'opposizione se non antipopolare. Il posto della vacua e ciarliera opposizione degli ultimi mesi era preso dai giovani di "Otpor" (Resistenza) che ne aveva affollato le file. Il contributo più importante era il loro, anche se è difficile dire di chi sia il merito maggiore. Le radici della rivolta stanno nella miseria in cui il paese è stato gettato, nelle sofferenze della gente cui sono state imposte quattro guerre assurde: la Serbia è piena di profughi mentre ne sono fuggiti migliaia di uomini validi che non volevano sparare.
Alla fine hanno tentennato l'esercito, forse per vergogna, e parte della polizia, della quale il regime più si fidava: ha rifiutato di usare i manganelli e ha deposto scudi, elmi e visiere. I minatori del bacino di Kolubara i pozzi di Tamnava, che conosco bene hanno opposto un dignitoso
no
: forse è l'evento più rilevante nella storia dell'autogesione operaia, ed è avvenuto al tramonto della Jugoslavia.
I cittadini che affluivano a Belgrado dall'interno, da Uzice, Nis e Kragujevac, da Novi Sad, Ljig, Ub, Arandjelovac e chissà da dove, ma soprattutto da Cacak questi ultimi raccolti e guidati dal sindaco hanno dato vita il 5 ottobre a molto di più che una ma-nifestazione, hanno sollevato una rivolta. Se esiste davvero un vento, o magari solo una brezza, della storia, certo soffiava sulla Serbia, mescolandosi al levante del basso Danubio, dissolveva i lacrimogeni, ne proteggeva i destinatari. Né le ruspe, né i manganelli, né le minacce, le bastonate e i calci, né i poliziotti (che i serbi, fantasiosi, chiamano 'milkani', 'zaikani', 'pajkani', 'plavzi') hanno spento la collera dei rivoltosi e ne hanno fermato la determinazione; fino a che hanno issato sui pennoni le bandiere del Dos, "Demokratska opozicija Srbije" (Opposizione democratica serba). Dicono che su qualche bandiera c'era la stella rossa a cinque punte. Poi hanno occupato le sedi di chi aveva avvelenato l'opinione: la televisione di Stato e "Politika". Quanto odio sparso dai microfoni, dagli schermi, dal gracchiare degli
speakers
, dai fotomontaggi e dai 'documentari', dalle pagine che uscivano da quei palazzi. Quante menzogne, falsi, mezze verità! Quanti appelli al sangue e alla vendetta! E ora capi e padroni se la davano a gambe, in preda al panico, senza vergogna. Chi più aveva arraffato s'è rintanato subito, temendo lo schiaffo, lo sputo in faccia, le botte; piantando in asso collaboratori e compagni. Altri se l'erano svignata ancora prima, scappando insieme alle casse, varcando il confine, [...] scappavano come un vino andato a male dal barile cui è tolto il tappo. Il castello di carte è crollato. Le stalle cominciano a ripulirsi.
[...]
Poco prima Milosevic aveva ancora esortato i cadetti dell'Accademia militare a difen-dere il paese dai "nemici interni", alleati di "coloro che vi hanno bombardato". Ma le sue parole non avevano più avuto effetto. Guardando in Tv il suo incedere mi veniva in mente la battuta del defunto amico Danilo Kis: "Cammina come un orso che ha il culo pieno di piombo dei cacciatori, ma fa finta di niente".
Slobodan Milosevic è stato costretto a riconoscere la vittoria di Vojislav Kostunica. A modo suo ha ringraziato il popolo di averlo li-berato del peso che da troppo tempo portava sulle spalle, ma ha fatto sapere di non aver intenzione di ritirarsi dalla politica, e ha ricordato che resta il leader del più forte partito di opposizione. Gli darà aiuto la Russia? Dall'attuale
leadership
moscovita ci si può aspettare di tutto. La Grecia non lo vuole. La Cina ci "rifletterà". Il Kosovo avrebbe preferito che a vincere le elezioni fosse stato lui, Milosevic, l'uomo al quale la Nato ha legato le mani, piuttosto che Kostunica.
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Non mi spiego come da un paese relativamente povero siano state trafugate tante ricchezze e in così poco tempo: forse si esagera sulle favolose somme che Milosevic avrebbe depositato in banche estere; gli premeva più il potere che il denaro. Ma il figlio, quello sì che si è arricchito scandalosamente. La figlia s'è comprata una televisione. I suoi collaboratori più stretti sono miliardari. Le analogie si impongono da sole: il nipote di Tudjman, che prima del 'cambiamento democratico' a Zagabria, trascriveva i miei testi al computer per farsi qualche dinaro, è diventato proprietario di banca quando suo nonno è stato nominato capo dello Stato. Sua madre, prima modesta impiegata, è proprietaria di una catena di aziende. Sia Milosevic sia Tudjman si sono comprati residenze grandiose.
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La vittoria di Vojislav Kostunica è stata accolta nel mondo con simpatia. Al nuovo pre-sidente sono giunti i saluti e l'appoggio delle grandi potenze. Vari ministri sono piovuti in visita e anche lui è andato in visita all'estero. Alla Serbia sono promessi notevoli aiuti, tanto che alcuni paesi confinanti ne sono invidiosi, considerandolo ingiusto nei loro confronti.
Della rivolta si parla in vario modo: "L'Ottobre di Belgrado", la "Seconda battaglia del Kolubara" [la prima è quella combattuta nella prima guerra mondiale contro l'esercito austro-ungarico (
NdT
)], la "Nuova insurrezione serba", "La rivolta dele ruspe"; sono tirati in ballo anche il "Muro di Berlino", la "Rivoluzione di velluto" di Praga, le insurrezioni di Budapest e di Varsavia, la fine di Ceausescu a Bucarest. Per fortuna non c'è stata un'altra Tien-An-Men. Nessuno ha sparato sulla gente; sono morte soltanto tre persone già di salute cagionevole. Gli eventi della storia spesso si somigliano, non sono mai sono identici.
Vojislav Kostunica è una persona modesta. Non incline alle tentazioni grandiose come Milosevic. Abitava in un alloggio modesto con la moglie, due gatti e un cane. Lo incontravo a Belgrado negli anni ottanta, ma non frequentavamo lo stesso giro. Me ne teneva lontano il suo socio Kosta Ciavoski, che poi ho perso di vista. Forse io e gli amici di "Praxis" sbagliavamo nell'identificarli: noi, di sinistra, li consideravamo dei liberal-reazionari, di quelli che tremano a dire 'socialismo' e 'autogestione'. Probabilmente esageravamo. In Serbia c'era stata una borghesia democratica prima della seconda guerra mondiale. Ad essa appartiene in qualche misura anche Zoran Djindjic, il più abile politicamente, cui si deve la proposta di candidare Kostunica.
Nel 1974 il professor Mihailo Djiuric fu condannato a Belgrado per i suoi propositi nazionalisti, simili a quelli dei nazionalisti croati e sloveni (a me i suoi discorsi parevano eccessivamente serbocentrici, come poi fu il 'memorandum' dell'Accademia delle arti e delle scienze, ma firmai una lettera in sua difesa). Kostunica lo seguì, dovette lasciare l'insegnamento all'Università, e lavorare come avvocato.
Non conosco sue dichiarazioni di appoggio a Milosevic. Mi pareva uno di quelli che tendevano a far colpa a Tito di tutti i guai della Serbia (croati e, in parte, sloveni lo incolpavano invece di favorire la Serbia a loro danno). Probabilmente Kostunica rimproverava a Milosevic di avere ceduto le regioni abitate dai serbi in Bosnia e Croazia, e poi nel Kosovo. In ogni caso la sua era una formazione giuridica e il suo nazionalismo era più discreto di quelli che furoreggiavano nel paese. Non era un oratore brillante, parlava come se facesse lezione in facoltà. Cercò di metter assieme un piccolo Partito democratico di Serbia, un po' diverso dagli altri partiti nazionalisti.
Non levò una parola di protesta quando Vukovar fu assediata e rasa al suolo dalle milizie serbe. Non condannò l'assedio di Sarajevo. Non ricordo che dicesse nulla contro il massacro di cinque o seimila musulmani a Srebrenica, o la cacciata di centinaia di mi-gliaia di albanesi dal Kosovo. C'è una fotografia che lo ritrae sorridente con un kalashnikov in mano, ma sembra che non l'abbia usato. Né è andato in pellegrinaggio a Pale da Karadzic come molti altri, incluso Ddjindjic che, dopo una carriera nella nomenklatura titina, è salito a Ravna Gora per celebrare il führer cetnico Draza Mihailovic. Né come il
descamisado
Vojislav Sesely, che inneggiava a Tito e adesso è un voivoda cetnico. Infine non si è unito agli accademici ipernazionalisti. No, Kostunica non ha ballato il "kolo" con costoro.
Mi ha sorpreso che si candidasse contro Milosevic. E ancor più che trovasse le parole giuste per batterlo in uno scontro impari. Ho dovuto alquanto cambiare l'idea che ne avevo. "Le circostanze non fanno gli uomini, ma li obbligano a esporsi" disse uno storico. Kostunica è emerso come il personaggio necessario e possibile, il solo in grado di passare in un paese per troppi anni avvelenato dal nazionalismo. Chi non prende sul serio i suoi sogni lo deve ammettere.
Si dichiarava nazionalista e accusava Milosevic di non esserlo abbastanza. Affermazione sorprendente, a non sapere che nei Balcani ma anche in molti paesi del centro Europa gli intellettuali si dividono in "nazionalisti" e "traditori della patria". A loro volta i nazio-nalisti si dividono fra i tolleranti e gli ultras: Kostunica appartiene alla prima categoria e si vede da quel che fa e dice. Quanto ai 'traditori della patria' come me, siamo i soli che senza volerlo salvano la faccia della nazione.
Kostunica non ha un compito facile. Sappiamo quale eredità gli lascia Milosevic. E da giurista, sa di dover decidere anche su colpe e sanzioni. Si è subito contraddetto negando l'autorità del Tribunale dell'Aja per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia istituito alle Nazioni Unite e però richiamandosi alla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull'appartenenza del Kosovo alla Serbia. Le due cose non vanno insieme.
"Aprire in questo momento il dossier sul Tribunale dell'Aja e su alcuni altri argomenti metterebbe la democrazia in pericolo... Siamo seduti su un vulcano": con queste parole si è difeso il nuovo presidente. In questo momento è del tutto legittimo. Domani probabilmente non lo sarà. Per fortuna stavolta il resto del mondo mostra maggiore comprensione. Dalle nostre pazzie ha imparato qualcosa.
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Interrompo il diario perché mi viene in mente una vecchia armena che ho incontrato l'anno scorso a Otranto dove volevo parlare con un gruppo di profughi kosovari. Lei si chiamava Metakse Zarmenian, ed era venuta dal Canada per accogliere suo figlio.
Era nata a Smirne negli anni venti quando i suoi erano fuggiti da Erevan e con loro si era stabilita nei Balcani, a Janjina, crescendo fra musulmani e cristiani, albanesi e serbi; e anche croati, discendenti di sudditi dell'antica Repubblica di Ragusa. Metaksesi sposò giovanissima un serbo, caduto poi nella seconda guerra mondiale. Il suo secondo marito fu un albanese, dal quale ebbe quel figlio che ora riusciva, dopo vari tentativi, a raggiungere l'Italia a bordo di un gommone. Lei aveva lasciato il Kosovo da tempo con l'aiuto di organizzazioni armene che assistono i connazionali sparsi per il mondo; aveva ereditato parte del podere di un parente nel Canada, e si era assicurata la vecchiaia. Metakse mi raccontò con semplicità e candore la storia della sua vita nel Kosovo.
Quando ci arrivammo, i serbi ottenevano parecchia terra da coltivare, gli albanesi perdevano anche quella che possedevano: erano trattati come alleati dei turchi. Neppure io li amavo, la mia famiglia era stata rovinata dai turchi, ma mi faceva pena la loro miseria. Soffrivano, sopportavano e tenevano a mente. Talvolta si vendicavano. Non era facile vivere nel Kosovo dopo la prima guerra mondiale.
Durante la seconda, moltissimi 'schipetari' si arruolarono nelle file italiane, convinti che Mussolini li avrebbe liberati e unificati con i fratelli d'Albania. Per loro mano fu ucciso il mio primo marito.
Dopo la guerra furono duramente puniti, più severamente di tutti gli altri: colpevoli e innocenti. Quando si riprirono i confini, molti jugoslavi emigrarono in Europa trovando lavoro, e con essi molti kosovari. Mandavano i soldi a casa, alle famiglie, le aiutavano con le rimesse in valuta. Avevano molti figli. Le cose cominciarono ad andar meglio, si cominciò a vedere un poco di benessere. Con i soldi guadagnati all'estero, i kosovari albanesi presero a comprare la terra dei serbi, pagandola a un prezzo di gran lunga superiore al valore delle singole parcelle. Con quei soldi i serbi comprarono in Serbia molti più ettari di terra di quanti ne avessero venduta, e lasciarono il Kosovo.
Così, anno dopo anno, nel Kosovo ci furono sempre più albanesi e sempre meno Serbi.
Dopo la morte di Tito, i serbi rimasti nel Kosovo si sentirono minacciati, una minoranza in pericolo, anche se detenevano il potere politico. I rapporti con gli albanesi si fecero ostili. L'ultima guerra balcanica ha distrutto quasi tutto ciò che era ancora rimasto di buono nelle relazioni fra gli uni e gli altri. Mio figlio è andato in Kosovo a combattere dopo aver visto i serbi cacciare via gli albanesi dai loro focolari. Non sono riuscita a fermarlo, era figlio di albanese. Poi ha visto gli albanesi vendicarsi e massacrare anche chi era innocente... Proprio non so come si possa aiutare il Kosovo.
Questo, ecco, è il racconto di Metakse Zarmenian.
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A fine ottobre 2000 il partito di Ibrahim Rugova ha battuto alle elezioni amministrative del Kosovo i sostenitori di Hashim Thaqi, capo dell'Uck, che durante la guerra gli albanesi soprannominavano "Serpente". Anche Rugova si richiama alle Nazioni Unite ma, a dispetto della famosa Risoluzione 1244, chiede la piena 'indipendenza'. Non c'è in Kosovo un solo uomo politico albanese che su questo punto differisca da lui.
La situazione si fa sempre più difficile: se si riconosce ai kosovari albanesi il diritto di separarsi dalla Serbia, lo stesso diritto potrebbe essere rivendicato dalla "Repubblica serba" in Bosnia-Erzegovina e dalla "Erzeg-Bosnia" croata. E domani potrebbero chiedere la secessione gli albanesi della Macedonia, che ne costituiscono il 35% della popolazione. Si tornerebbe daccapo all'epoca in cui è scoppiata la guerra civile.
Domando: l'Europa e l'America, che hanno imbrigliato e represso l'ossessione miloseviciana della Grande Serbia e i deliri tudjmaniani sulla Grande Croazia, permetteranno che si destabilizzino i Balcani concedendo l'unificazione degli albanesi in un solo Stato nazionale? E potrà il Kosovo esistere da solo, specie se diviso in una parte albanese più grande e una più piccola serba? Non so dare una risposta. Sono stato sempre contrario alle spartizioni del mio paese.
Sembra che anche in Montenegro i secessionisti stiano diventando maggioranza. Vi sono andato di recente, del tutto in incognito, prendendo il traghetto Bari-Bar, arrampicandomi su per i monti fino a Podgorica. Ho ascoltato da varie parti quel che la gente diceva, non mi sono fatto vivo con chi già conoscevo, volevo farmi un giudizio da solo. I montenegrini sono un piccolo popolo che tiene straordinariamente al suo onore. Hanno tenuto in scacco sulle montagne e nelle gole l'impero ottomano, restando liberi. Milosevic, che pure è d'origine montenegrina, li ha umiliati come pochi altri nella storia. E benché per stirpe, lingua e religione siano legati alla Serbia, essi perlopiù non perdonano l'onta subita. Ma è una ragione sufficiente per secedere? La loro decisione dipenderà anche dall'atteggiamento che assumerà la nuova Serbia.
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Ai primi riti della presidenza Kostunica, si sono viste facce di gente che erano vicinissime a Milosevic: 'immortali' dell'Accademia serba delle arti e scienze, 'venerabili' della Chiesa ortodossa e ultranazionalisti di altri circoli culturali e politici.
Il nuovo presidente jugoslavo si è recato a Trebinje, in Bosnia, per il ritorno in patria delle ceneri di Jovan Ducic, poeta serbo importante, ambasciatore negli Stati Uniti durante la monarchia dei Karadjordjevic e là rimasto fino alla morte. Negli ultimi anni predicava un'ideologia nazionalistica sanguinosa. Kostunica doveva affrontare in quel momento problemi molto più importanti e avrebbe fatto meglio a non andare in quella cittadina dalla quale i serbi hanno cacciato i non-serbi e bombardato Dubrovnik. Invece c'e andato su invito del leader del partito fondato da Radovan Karadzic. In prima fila fra le autorità c'era la moglie di Karadzic. Al suo fianco il poeta Matija Beckovic, che ha messo il ta-lento al servizio del più nero nazionalismo e ha puntellato l'ascesa di Milosevic con fuochi d'artificio verbali e slogan bellicisti.
Il trasformismo è un fenomeno abituale, non c'è da meravigliarsi. Nelle regioni balcaniche e parabalcaniche gran parte degli intellettuali hanno sempre contato sull'amnesia dei connazionali. Non sarà diverso stavolta. Non è pensabile oggi un giudizio serio e completo. I più colpevoli si salveranno e voleranno gli stracci.
Anche in situazioni di gran lunga più gravi non sono stati i trasformisti ad avere la peggio. Dopo il 1945 le condanne dei tribunali jugoslavi ai collaborazionisti del nazifascismo non hanno raggiunto lo scopo, malgrado che speciali tribunali d'onore fossero istituiti in tutte le regioni. Dopo lo scontro del 1948 fra Jugoslavia e Unione Sovietica, l'arresto dei comunisti 'cominformisti' staliniani ha portato all'universo concentrazionario che resta simboleggiato da Goli Otok, l'Isola Calva (di cui ha scritto il mio amico e traduttore Giacomo Scotti). Le condanne inflitte ai nazionalisti nelle repubbliche jugoslave, soprattutto in Croazia dopo il 1971, hanno soltanto lacerato il tessuto culturale. La 'rivoluzione antiburocratica', con la quale dopo il 1981 Milosevic ha omogeneizzato la politica serbo-montenegrina, ha distrutto l'idea di Jugoslavia. Le 'misure' prese da Tudjman contro i serbi in Croazia, per quasi dieci anni dal 1991, si discutono ora nei tribunali. I crimini della 'pulizia etnica' e le tragedie dell'ultima guerra balcanica vivranno a lungo nella memoria collettiva. Nessuna di queste rese dei conti ha prodotto del bene. Tutte hanno lasciato retaggi perversi. Le battute di caccia si sono rivoltate contro chi le aveva iniziate. Gli imputati hanno finito per diventare dei martiri, anche quando si trattava di veri criminali.
Dunque, per cominciare basterebbe, diciamo, che la televisione di Belgrado con zelo uguale a quello con cui diffondeva settimanalmente le immagini dei massacri compiuti dagli
ustascia
per aizzare alla guerra contro la Croazia e la Bosnia mandasse in onda le immagini delle fosse comuni e dei cadaveri delle migliaia di massacrati dai serbi a Srebrenica, a Prijedor, a Sarajevo o a Vukovar. Che mettesse davanti agli occhi dei telespettatori le immagini delle centinaia di migliaia di kosovari albanesi in cammino nel fango, sotto la pioggia e per le strade ghiacciate, in fuga davanti agli assassini, alle bande paramilitari e alle truppe serbe verso i confini dell'Albania, della Macedonia o del Montenegro. Potrebbe cominciare così una presa di coscienza. Troppo a lungo i serbi hanno visto solo i nazionalismi altrui e considerato il proprio come una semplice reazione. Bisogna finirla con questa abitudine.
Ci saranno persone sagge e oneste in grado di iniziare un dibattito sulle reciproche responsabilità? Difficile dirlo; certo non avranno un compito facile. Ci sono colpe che nessun tribunale potrà mai stabilire, né sanzionare come meriterebbero, anche se si tratta di delitti evidenti e gravi. Purtroppo non ce n'è abbastanza di 'traditori della nazione' del mio tipo, e non hanno alcun potere. Possiamo meno di chiunque altro. Chi ascolta la no-stra voce?
Eppure occorrerebbe uno spirito nuovo per affrontare sul serio problemi di questa dimensione. I governi potrebbero dare una mano, ma soltanto creando le condizioni ne-cessarie perché questo spirito emerga. Essi stessi non sono in grado di produrlo. La cultura non vi è riuscita e non è questa la preoccupazione pricipale della politica. Il paese è andato in frantumi e l'unità di un tempo non si troverà più.
Pertanto non chiedo nessuna condanna formale, neppure per chi ha seminato odio, attizzato i conflitti e taciuto sui crimini. Sono molti. Vorrei solamente che abbassassero la testa quando ci passano accanto.
Non credo di domandare troppo.