Salade niçoise
L'EUROPA ALLA CARTA
Isidoro D. Mortellaro
Se lo sguardo rimane fisso sulle tumultuose giornate di Nizza, se non s'allarga, si rischia di rimanere a contemplare l''eppur si muove' del fideismo europeista o stretti nei dilemmi della nuova teologia: di quanti colpi di pedale abbisogna la bicicletta europea, per non cadere?
In verità, a Nizza l'Unione europea ha ancora una volta rovinosamente mancato – dopo la prima Conferenza intergovernativa, ad Amsterdam, di revisione dei trattati dell'Ue – di rispondere al problema centrale ereditato dal salto compiuto a Maastricht: come e con quali strumenti governare l'Europa orientata sulla stella fissa dell'euro, inchiodata alla revisione neoliberista del modello di civiltà consegnato nel
Welfare
.
Entrate negli anni '90 sull'onda deregolatrice del mercato unico, le
élites
europee avevano confidato nella possibilità di governare lo squilibrio attivato dalla 'moneta senza sovrano', per mutarlo in potere di trascinamento: l'Unione monetaria avrebbe fatto crescere il bisogno di una superiore unità, spinto all'unità politica. L'euro non si sarebbe smentito quanto a potere catalizzatore. Ma in ben altra direzione.
A partire dai referendum di Danimarca e Francia sulla moneta unica, l'inquietudine attivata, in varia interazione con le particolarità nazionali, dai meccanismi dell'euro si tramuta in un gigantesco sommovimento, ancora oggi inesplorato. In poco più di un quinquennio, un'intera classe politica è spazzata via dalla scena europea. Epocali i mutamenti sul teatro italiano. Non meno eclatanti quelli che, per il dicembre 1995, portano in Francia alla coabitazione Chirac-Mitterand. A settembre del 1998, la sconfitta di Kohl e la vittoria della coalizione rosso-verde corona l'avvento al governo di gran parte d'Europa di formazioni di sinistra e centro-sinistra. A unificarle, una promessa comune fatta all'Europa: fermare l'unilateralismo liberista, addomesticare l'euro, rilanciare il Vecchio Continente come fattore di umanizzazione della globalizzazione.
È nel pieno di questo grande rivolgimento che si gioca la prima, grande partita per riorientare l'Europa di Maastricht. A dominare, nel giugno 1997, la Conferenza intergovernativa di Amsterdam è il tema della 'frattura sociale': come riconciliare Europa e lavoro e
Welfare
. Toccherà a Jospin di fresca vittoria, ma isolato nella sinistra europea e lontano dalle teorizzazioni di Tony Blair, provare a contrastare il tentativo di Kohl e Tietmeyer di irrigidire ulteriormente l'Unione monetaria col "Patto di stabilità economica e finanziaria". Conquisterà nei Trattati prime statuizioni in tema di diritti fondamentali e un Titolo VIII sull'"occupazione", reso esangue però da rigide perimetrazioni nazionali e dalla negazione di reali risorse. Più modesti gli avanzamenti della Pesc e della cooperazione di polizia e giudiziaria. Schiacciata da questo scontro rimarrà tutta la tematica istituzionale e decisionale. Sarà rinviata come residuo a un nuovo appuntamento intergovernativo, da convocarsi alla bisogna, prima che l'allargamento a Est e a Sud squarci un tessuto logorato da troppi rappezzi.
La partita giocata nei giorni scorsi a Nizza è già allora parzialmente compromessa dalla natura di riforma-stralcio che le si assegna, in marcato isolamento dal complesso dell'agenda comunitaria. Ad aggravare il tutto provvederà la deriva rovinosa della sinistra europea. Un'antica estraneità di tutte le sue anime nazionali al tema dell'europeismo farà sentire il suo peso, via via che straordinari appuntamenti ne provocheranno un'epocale muta di pelle. Emblematico è l'avvitamento che nel giro di pochi mesi del 1999 segna la virtuale scomparsa di quella sinistra come soggetto unitario dal teatro europeo. Nel manifesto elettorale del Partito del socialismo europeo, approntato ai primi del marzo, spicca l'assenza d'ogni autonomo disegno di riforma istituzionale dell'Unione. Ci si acconcia a una piatta elencazione dei cosiddetti 'left-over', i 'resti' di Amsterdam: ampiezza della Commissione, ripartizione dei voti e passaggio al voto a maggioranza qualificata. Di lì a pochi giorni gli avvenimenti precipitano: si dimette Lafontaine e con lui s'azzittisce persino la voce dell'Ecofin sui corsi dell'euro; l'intera sinistra europea si allinea, tranne rare eccezioni, dietro gli Usa e la Nato nell'avventura balcanica; Blair e Schröder lanciano a pochi giorni dalle elezioni europee il manifesto, di netta inclinazione neoliberista, titolato ad ardite, ed elettoralmente sfortunate, commistioni di "Terza Via e Nuovo Centro". Niente sarà più come prima. Il cambiamento si avvertirà immediatamente: ora ci si prova ad allineare agli standard dell'amico americano. Perciò, via alla costruzione dell'esercito europeo. Quanto all'economia e al lavoro, si rimane affascinati dalla leggerezza, soprattutto fiscale, della
new economy
ed è subito tutto un fiorire di rincorse al federalismo competitivo e all'egoismo fiscale. In compenso, non ci si prova nemmeno ad annusare, come pure Clinton di là d'oceano fa, i nuovi protagonisti del mondo globalizzato: di Seattle si saprà dai giornali.
Questa brusca riclassificazione a sinistra desertifica l'Europa se non d'un protagonismo sovranazionale, comunque di temi e parole d'ordine che pur avevano esercitato una certa influenza. Cade ogni possibile argine al prepotente ritorno sulla scena di agende e interessi nazionali. E a mano a mano che la sfida –
in primis
, un allargamento a Est privo di armature adeguate – si rivela incerta e ad altissimo costo sociale e politico, si rincula o si avanza nella predisposizione di difese e barriere. Se ne è avuta la riprova nel dibattito sul futuro d'Europa che ha preceduto Nizza, tutto saldamente fagocitato dai protagonismi istituzionali nazionali.
In questo orizzonte, prosciugata d'ogni idea forte di sviluppo dell'Ue, ossessionata dai costi sociali e politici dell'allargamento, come dagli incubi dell'invasione, la discussione a Nizza si è così rigorosamente incanalata per le forme e le tappe del fallimento annunciato. La certosina cura con cui, fin dalla sua progettazione, si è perseguito l'obiettivo di una Carta dei diritti fondamentali dell'Ue – deprivata, soprattutto in campo sociale e politico, di poteri reali – si riflette nell'assenza di un profilo accettabile di riforma istituzionale. Le scelte compiute sulla sorte della Carta ne danno clamorosa conferma: stralciata dal complesso della Conferenza e dei Trattati, essa non è stata – per volontà di Inghilterra e Danimarca – nemmeno "solennemente proclamata", solo silenziosamente firmata da Prodi, Védrine e Fontaine. Lungo la stessa linea si è collocata l'approvazione dell'Agenda sociale, tutta risolta in ottativi e inviti al dialogo sociale, e dello statuto dell'impresa europea, modellata alla tedesca ma affidata per l'adozione alla discrezionalità dei singoli Stati.
Passati ai Trattati, i leader europei hanno rapidamente provveduto a riformulare l'Art 7, per la predisposizione di procedure volte a fronteggiare, fin dal loro sorgere, rischi del tipo di quelli evocati in Austria dall'ascesa di Haider, e l'Art. 191, per la predispozione di uno statuto dei partiti europei con relativo finanziamento. Sui più prosaici terreni di veti, voti e posti è stato scontro, lotta sorda, lungo le linee di faglia che l'allargamento determina tanto tra i grandi e i piccoli, quanto, e da tempo, tra le due rive del Reno, nel cuore della Cee di un tempo. Il compromesso raggiunto complica enormemente il quadro istituzionale futuro. I grandi paesi, soprattutto, potranno ancora esercitare veti in materie decisive quali: fisco e questioni sociali, immigrazione, fondi strutturali, commercio mondiale su sanità e scuola, cinema e audiovisivo (e non più invece sulla materia delicatissima degli aspetti commerciali della proprietà intellettuale). Perché una decisione sia adottata a maggioranza qualificata, sarà necessario superare ben tre soglie di voto: una maggioranza di Stati, capace di raggiungere tra il 71 e il 73% dei voti attribuiti al Consiglio nella sua interezza e a patto di esprimere una rappresentanza del 62% dei cittadini europei, una clausola aggiunta infine per compensare la Germania e riconoscerle il ruolo di
prima inter pares
.
Ne deriva una immane complicazione ma soprattutto l'invito a perseverare nella tessitura di una asfissiante ragnatela intergovernativa. È questa soprattutto che rischia di svilupparsi, grazie alla facilitazione generale concessa alla stipula di cooperazioni rafforzate tra gruppi di Stati – minimo 8 – nei più diversi campi, tranne la difesa. Rischiano così di proliferare i regimi speciali – quali l'euro o l'esercito – strutturalmente sottratti al controllo del Parlamento europeo e al raggio di iniziativa e controllo della Commissione. Nella necessità di compensare i paesi piccoli, sono state soprattutto queste due ultime istituzioni a essere strattonate pesantemente. Cresceranno entrambe ancora, fino, augurabilmente, a fermarsi al momento dell'allargamento finale. Ma senza conquista di nuovi poteri, salvo per una Commissione che vede ampliare in rapporto alla propria organizzazione le prerogative e la libertà d'azione del proprio presidente.
Il capitolo più preoccupante, però, è proprio l'ultimo: si prevede una ennesima Conferenza intergovernativa da preparare già nel corso del 2001 e da celebrare nel 2004. Salutato da più parti come avvio all'elaborazione di una vera e propria Costituzione, esso prefigura in realtà scelte di peso assolutamente straordinario. Intanto, fissa ancora una volta la forma irrevocabilmente intergovernativa della Conferenza. Prova a conservare cioè nelle mani di esecutivi ed eurocrazia la formulazione della futura Costituzione e a escluderne i Parlamenti, nazionali ed europeo, coinvolti solo nel giro d'orizzonti preliminare. In secondo luogo, prova a determinare sin d'ora alcuni precisi orientamenti e scelte della futura Costituzione: bisognerà non solo determinare rango e collocazione dell'attuale Carta dei diritti fondamentali, o procedere a una semplificazione dei Trattati per renderli più chiari e comprensibili, ma delimitare in maniera più precisa, alla luce del principio di sussidiarietà, le rispettive competenze dell'Unione e degli Stati membri e fissare il ruolo dei Parlamenti nazionali nell'architettura istituzionale comunitaria. Insomma, la deriva intergovernativa di Nizza si proietta in un futuro largamente interstatuale, a tutto detrimento degli organi sovranazionali, quali Parlamento e Commissione. Il che suona a ulteriore conferma di una tendenza alla deparlamentarizzazione della democrazia che ha radici antiche ma che conosce inedite declinazioni nel Medioevo post-moderno delle sovranità condivise. E sono proprio questi sviluppi che portano a interrogarsi sulla qualità delle derive e degli egoismi nazionali scatenati a Nizza. I loro gradi di libertà sono minimi, se non inesistenti. Vivono solo nel tiro alla fune reciproco, nel cortile del condominio europeo: è l'unico gioco possibile. Cosa accadrà quando euro, esercito e allargamento ridurranno ancor più gli spazi? Per quali mutazioni sono destinati ad avvitarsi o esplodere?
Se questi interrogativi sono giustificati, vale la pena di misurare bene i passi futuri. Un punto di domanda straordinario si apre sulla concreta possibilità – e sulle reali volontà di lor signori – che i Trattati riscritti a Nizza conquistino realmente ratifiche parlamentari e referendarie e portino a un'Europa più larga. Nel contempo la programmata insistenza sul metodo intergovernativo sempre più pesa come tappo sui circuiti che, da una società civile europea in ebollizione, provano a resistere allo smembramento e all'atomizzazione o a prender voce e soggettività. Le manifestazioni di Nizza, con le loro facce vecchie e nuove, lo hanno rivelato; ma hanno pur detto che il cammino iniziato a Seattle stenterà a unificarsi se intento solo a riprodursi per assedi simbolici. Conquistare al Parlamento europeo il ruolo di perno e motore d'un altro, più largo processo costituente europeo, è oggi indispensabile al rinsaldarsi di un circuito nuovo tra società europea, Stati nazionali e istituzioni comunitarie. Non è possibile però farlo senza stoppare il processo messo in moto a Nizza. È bene iniziare subito a pensarci e a lavorarvi.