numero  13  gennaio 2001 Sommario

La conferenza dell'Aja

UN FALLIMENTO ILLUMINANTE
Hermann Scheer  

Tutti lamentano il fatto che la conferenza mondiale sul clima non abbia prodotto risultati. In realtà non è questo il punto. Al centro del dibattito vi era comunque un falso tema: il commercio mondiale dei diritti di emissione.
Da quando si tengono conferenze mondiali sul clima, cioè dal 1992, si è sistematicamente ottenuto un unico risultato concreto: l'aggiornamento in vista di una conferenza successiva. Così l'Aja è stata la sesta conferenza in otto anni, e il suo fallimento rivela ad un tempo come il tanto declamato successo della conferenza di Kioto di tre anni fa non fosse tale: interrogativi essenziali per la riconversione erano rimasti da chiarire, tanto che è stato necessario allestire due ulteriori conferenze, quella dello scorso autunno a Bonn e quella recente dell'Aja. E anche se questi ultimi due appuntamenti si fossero conclusi con un consenso, sarebbe rimasto comunque aperto il problema di come configurare il commercio dei diritti di emissione, i controlli sugli abusi e i meccanismi di sanzione. In ogni caso, dunque, sarebbero seguite altre conferenze.
Perciò è un bene che la conferenza dell'Aja sia fallita .
L'interrogativo di fondo è se questa serie di conferenze abbia ancora un senso. Non sono forse diventate ormai uno strumento all'interno di quel metodo che prevede una 'discussione globale' seguita da un 'rinvio nazionale'? La protezione del clima attraverso un accordo intergovernativo globale non è destinata necessariamente a trasformarsi in un corpo inerte nei confronti di situazioni nazionali profondamente diverse sul piano economico, politico, demografico, geografico ed ecologico? Un eventuale risultato non finirebbe dunque per essere completamente annacquato oppure trasformato in un mostro burocratico? La ricerca di un consenso generale non è forse politicamente ed economicamente naïf ? E ancora: l'ordine del giorno delle conferenze mondiali sul clima contiene le opzioni giuste, quelle che dovrebbero essere davvero al centro della trattativa?
Fin dall'inizio è valsa una falsa premessa: l'idea che proteggere attivamente il clima equivalga a un costo. I partecipanti alle conferenze si sono via via sempre più invischiati in questa convinzione. Ciò ha portato immediatamente a una disgustosa contrattazione per ripartire questo peso. In questo processo di definizione dei costi è stata completamente persa di vista l'idea che la transizione verso produzioni di energia a bassa emissione (efficienza energetica), o verso energie rinnovabili prive di emissioni, possa essere una chance ecologica ed economica. Allo stesso modo è stato del tutto dimenticato il fatto che le grandi catastrofi ecologiche collegate all'uso dell'energia sono anche catastrofi economiche, e ne accadono centinaia ogni anno.
La penosa lamentazione sui costi ha portato al fatto che i diplomatici e gli scienziati del clima hanno cominciato a studiare meccanismi del tipo 'win-win': il commercio dei diritti di emissione. In questo modo le grandi potenze dell'economia, anzitutto gli Stati Uniti, dovrebbero essere motivate a muoversi in direzione della protezione del clima. L'attuale ministro delle finanze statunitense Summers già nel 1991 aveva dichiarato una disponibilità di principio in questo senso, illustrando una tesi perversa: secondo il ministro il Terzo Mondo si presentava "scandalously underpolluted" ed era dunque in grado di sopportare un aumento delle emissioni.
Poiché attraverso tali meccanismi si riteneva possibile realizzare al più presto un'efficienza globale nella protezione del clima — questa era la motivazione economico-energetica – anche gli esperti di modellistica dei diversi istituti per la tutela dell'ambiente finirono per abbracciare questa impostazione. Il fatto che questa soluzione trovasse il favore dell' 'economia' sembrò confermare la correttezza di questa strategia consensuale del tipo 'all winner'.
Poi il processo di distribuzione dei costi è arrivato alla quadratura del cerchio: quando si è inopportunamente tentato di proteggere il clima risparmiando contemporaneamente i maggiori responsabili del danno, cioè il cuore dell'economia basata sull'energia fossile. Il fatto che gli inquinatori particolarmente privi di scrupoli — negli Usa, in Canada e in Australia — non si siano accontentati neppure di essere risparmiati in questo modo, fa parte dell'ironia del fallimento.
Non è affatto vero che la situazione sarebbe migliore se gli Stati Uniti non avessero bloccato tutto. Se infatti fosse stato effettivamente stabilito — in vista di ulteriori conferenze — un commercio mondiale delle emissioni, nel migliore dei casi in futuro avremmo avuto a che fare con un'impostazione teoricamente regolata secondo l'economia di mercato, che però in realtà con questa non ha nulla a che spartire. Ciò avrebbe portato a una sterzata globale nel campo degli investimenti, per finire con un fallimento.
Proteggere attivamente il clima significa sostituire l'energia fossile attraverso l'uso di energie rinnovabili e attraverso tecniche di efficienza. Fare di ciò un sistema globale di compensazione può funzionare forse come modello teorico cibernetico, ma non nella pratica. Un paragone: se vent'anni fa, all'inizio dell'era della tecnologia informatica, fosse stato affermato che, in considerazione di questa svolta epocale, i computer potevano essere introdotti solo sulla base di una convenzione internazionale, ci si sarebbe esposti al ridicolo. Ma è proprio questo che si cerca di fare quando in gioco sono le nuove tecniche di utilizzo dell'energia.
Il balletto politico intorno al clima finora ha contribuito soltanto a mandare in fumo un decennio prezioso. I vantaggi delle nuove tecniche energetiche sono così forti che un accordo mondiale non sarebbe necessariamente indispensabile, se finalmente si arrivasse a un bilanciamento delle economie nazionali anziché orientarsi unicamente verso gli interessi dell'economia del settore energetico. Tra i vantaggi di una trasformazione di questo tipo vi sarebbero l'alleggerimento della bilancia dei pagamenti per la componente relativa all'import di energia, la costruzione di nuove industrie, l'annullamento di incommensurabili danni causati all'ambiente e alla salute, l'effetto deterrente nei confronti di conflitti internazionali sulle risorse.
Nel caso di tutte le altre tecnologie il principio è fare in fretta perché ciò porta vantaggi da subito. Il fatto che questo venga dimenticato proprio quando sono sul tappeto le tecnologie fondamentali per la sopravvivenza, rivela come la conferenza mondiale sul clima rimanga prigioniera, sotto il profilo culturale, del sistema economico basato sulle energie fossili e atomiche, cioè di quel sistema che si troverà dalla parte degli sconfitti al termine del processo di cambiamento energetico strutturale.
Le conferenze mondiali sul clima hanno senso solo se si limitano ad alcuni obiettivi essenziali formulati in modo universale, lasciando poi la conversione ai governi dei singoli paesi. Le conferenze dovrebbero cioè porre finalmente come tema l'abbattimento delle sovvenzioni alle energie convenzionali, che annualmente ammontano a 300 miliardi di dollari. Le conferenze dovrebbero puntare ad abolire l'esenzione fiscale globale per i combustibili aerei e navali. L'espansione del traffico aereo è diventata un killer del clima e le sovvenzioni al commercio intercontinentale rappresentano un'evidente aberrazione della competizione, che discrimina i commerci regionali e provoca un inutile aumento del volume dei trasporti con un enorme dispendio di energia.
Ma prima di tutto dovrebbe essere promosso il transfert di tecnologie non commerciali a favore delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica verso il Terzo Mondo, con l'aiuto di un'agenzia internazionale. Per adesso esiste solo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Le priorità della Banca Mondiale, che spende il 90% delle sue risorse creditizie per investimenti nell'energia fossile, devono essere radicalmente riviste. Lo stesso vale per le altre istituzioni bancarie legate allo sviluppo. La riforestazione dovrebbe essere promossa su scala globale, ma non in luogo della riduzione dell'emissione, quanto contemporaneamente. Ed è necessario impedire un ulteriore disboscamento delle foreste tropicali legando la concessione dei crediti a questa condizione. Tutti i punti qui indicati potrebbero rappresentare l'ordine del giorno adeguato per una conferenza mondiale sul clima.
Hermann Scheer è membro della direzione Spd
e Nobel per l'Ambiente 1999.
(Traduzione di Alessandra Barberis)

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