Vecchi e nuovi conflitti di classe
ERA UNA MORTE APPARENTE
Loris Campetti
Via via che si avvicina l'ora X, il nervosismo cresce tra i delegati di Mirafiori e gli operatori della Quinta lega Fiom. Vent'anni di silenzio disabituano a qualsiasi rumore. Vent'anni fa la sconfitta più dura da digerire, rimossa ai vertici e subita in solitudine alla base. Solo una volta, sei anni fa, Mirafiori si era fermata come tutto il resto d'Italia per uno sciopero sulle pensioni. Ma era soltanto una rondine distratta, e la primavera era lontana, in fondo a un tunnel di cui non si vedeva la fine. Ecco, ci siamo: è l'ora dello sciopero. Come d'incanto le linee si fermano, i reparti si agitano così alle carrozzerie come alle presse, persino i meccanici, passati armi e bagagli sotto un altro, più grande padrone (la
joint venture
tra la Fiat e la General Motors, che costruirà motori e cambi per le due multinazionali, ma probabilmente in Germania con effetti occupazionali drammatici a Mirafiori) incrociano le braccia.
I delegati che hanno trattenuto il respiro per troppo tempo buttano finalmente fuori l'aria dai polmoni e ci riprovano, propongono un corteo e increduli vedono arrivare per primi i giovani precari, gli operai di serie B, affittati per qualche mese dal nuovo mercato delle braccia e quelli assunti per un anno, finché durerà la produzione dell'ultimo modello. I ragazzi e le ragazze senza diritti e senza certezza per il futuro prossimo spezzano la catena della paura e si mettono alla testa dei cortei, che tornano a spazzare le officine, come tanti anni fa. È fatta, lo sciopero è riuscito alla grande, il miracolo si ripeterà al secondo turno e persino 'in notturna' serpentoni di tute blu, con tanto di striscioni, fischietti e slogan per il contratto integrativo si riapproprieranno per due ore della fabbrica, anzi 'La Fabbrica'. Due settimane dopo ancora uno sciopero, e poi un altro. Mirafiori è tornata.
Parafrasando il vecchio Ford ("se va bene la Ford va bene l'America"), si può dire che se va bene alla Fiat va bene in Italia. Il movimento operaio tradizionale, quello della
old economy
, esiste ancora; e, per quanto acciaccato ed espulso dall'immaginario collettivo di tanta sinistra, prova a rialzarsi in piedi. Anche l'ultimo buco nero ha preso luce. In un contesto, va detto subito, che non è certo d'attacco. In Confindustria soffia un vento freddo, i padroni italiani si sono abituati male con i governi di centrosinistra: hanno incassato modifiche legislative importanti, che mettendo al posto di comando il dio mercato hanno introiettato la cultura della competitività internazionale, dunque della flessibilità
quasi
(altrimenti che centrosinistra sarebbe?)
totale.
Le fabbriche tradizionali si stanno trasformando in cantieri navali se va bene, se va male in campi di pomodori: flessibili e stagionali. I lavoratori stanno diventando una merce senza più aggettivi, si comprano e si vendono secondo l'occorrenza, si affittano, si tengono finché servono e poi si bruciano come le cassette dei pomodori a fine stagione.
A Milano il costo di questa merce umana vale X, a Napoli vale X-30. La fabbrica di automobili assomiglia a un cantiere, nel senso che pezzi crescenti del ciclo produttivo, più tutti i servizi, vengono terziarizzati: e dell'
outsourcing
questa rivista ha già ampiamente parlato. Sullo stesso posto di lavoro si affannano lavoratori che svolgono le stesse mansioni, ma non hanno lo stesso trattamento.
Tutto questo basta e avanza per dare nuovo ossigeno alla lotta operaia, ma non basta alla Confindustria, che chiede di fare ulteriori passi liberatori (nel senso del liberismo). Vuole la libertà di licenziare senza giusta causa e capisce che è più facile avvicinarsi a questo obiettivo con un governo vicino ai sindacati che non con uno più lontano. Confindustria vuole soprattutto liberarsi di uno dei due livelli di contrattazione, per motivi innanzitutto ideologici. Si può parlare con i sindacati solo di soldi e solo per garantire un recupero praticamente automatico dell'inflazione, ma quella programmata e non quella reale che è ben al di sopra della prima. Altri soldi i padroni sono anche disposti a concederli, ma ad personam, fuori busta e fuori da regole generali, eliminando 'l'intermediazione' sindacale. Di condizioni materiali e dell'organizzazione del lavoro non si deve più non dico trattare, ma neppure discutere. Il comando deve tornare integralmente nelle mani dell'impresa. Ecco perché i contratti di categoria scadono l'uno dopo l'altro e oltre il 30% dei lavoratori dipendenti sta tentando inutilmente di rinnovarlo.
Le cose non vanno molto meglio quando si tratta di rinnovare i contratti integrativi di gruppo; e il caso della Fiat è come sempre emblematico. Solo in alcuni settori industriali trainanti nel Nord i sindacati sono riusciti a combinare qualcosa.
L'altro aspetto che colpisce i lavoratori è la perdita di autonomia dei sindacati, confederali ma anche di categoria. Perdita di autonomia (dai padroni, dai partiti, dal governo), dunque perdita di unità sindacale. Tra i confederali il caso più eclatante è quello della Cisl, i cui reparti sono sempre più carne da cannone per la campagna politica di D'Antoni. Aumentano in tutt'Italia i casi di accordi separati, normalmente firmati da Cisl e Uil come a Milano con il comune di centro-destra, o come alla Zanussi e alla Skf. In altri casi, come è capitato nelle scorse settimane in Sicilia, è la Cisl da sola a firmare accordi con gli industriali dell'isola. La Cgil di Cofferati rimanda il suo congresso al dopo-elezioni, oscilla tra la fedeltà al 'governo amico' e la tentazione di farsi soggetto politico-partitico, magari dopo la sconfitta elettorale della sinistra di primavera quando potrebbe materializzarsi l'idea di fondare un partito laburista, per arginare la deriva americana dei Ds. La crisi dell'unità sindacale va dal centro alla periferia, dalle confederazioni alle categorie. Sul contratto dei metalmeccanici siamo alla rottura. In questo caso il cavallo ruffiano – chiediamo scusa per la terminologia – è la Uilm, intenzionata a resistere su una posizione filo-padronale, che punta alla
reductio ad unum
della contrattazione e rinuncia persino al recupero dell'inflazione reale, proponendo due livelli di aumenti salariali: minimo per chi fa contrattazione integrativa, con l'aggiunta di 30 mila lire per chi non riesce a farla.
Il fatto straordinario è che, in questo quadro soffocante, che mette i lavoratori tra l'incudine dell'incarognimento padronale e il martello della moderazione e divisione sindacale, il movimento si sia rimesso in piedi e tenti di farsi sentire. Nelle fabbriche e nei servizi gli scioperi che i sindacati non riescono a non indire raccolgono ampio consenso, segnalando una domanda forte di unità e autonomia. Gli effetti della globalizzazione sono pesanti e stracciano i diritti conquistati con lo Statuto dei lavoratori. Ma è obbligatorio che debba continuare ad andare così? I lavoratori non lo credono più, neppure alla Fiat, neppure a Mirafiori. E neppure al Sud, a Melfi e a Pratola Serra, dove in nome dell'occupazione nelle aree meridionali i sindacati avevano concesso tutto all'impresa: deroga al divieto del lavoro notturno per le donne, salari più bassi del resto dei lavoratori del gruppo, orari massacranti. Dopo anni di rospi ingoiati - dove indigenza e paura avevano formato un mix assoluto, frettolosamente catalogato sotto la voce subalternità – i lavoratori lucani e campani della Fiat hanno scoperto le lotte e rivendicano parità di trattamento con i loro compagni del Nord. A queste lotte la multinazionale del Lingotto ha risposto con il licenziamento di due delegati, che a sua volta ha alimentato un nuovo ciclo di lotte contro la repressione. Ma da soli, questi operai del Nord e del Sud non possono farcela, nel silenzio della stampa e delle coscienze di sinistra. La nuova stagione di conflitti che si è aperta potrebbe chiudersi rapidamente con una sconfitta, da cui sarebbe difficile riprendersi.
Non è lontano il giorno in cui ai lavoratori 'atipici' saremo costretti a cambiare il nome. Le nuove forme del lavoro impostate sulla flessibilità assoluta della manodopera sono sempre più diffuse, tutt'altro che atipiche. Lavoro interinale – e cioè preso in affitto da agenzie di compravendita di braccia e cervelli umani — contratti a termine o a tempo determinato che dir si voglia, contratti di formazione lavoro, in cui la formazione è pochissima e il lavoro tantissimo e dove non è prevista l'assunzione finale, prestazioni d'opera in cui il 'professionista' altro non è che un lavoratore dipendente da tutti i punti di vista, salvo quello contrattuale (il cosiddetto popolo delle partite Iva). Siamo nel giungla dei 'nuovi lavori', che di nuovo hanno solo la totale precarietà, dove il sindacato ha appena fatto capolino.
New
e
net economy
, ma anche
old economy
riverniciata, sono i campi di sperimentazione di nuovo lavoro servile, subalterno e fino a poco tempo fa simbolo disconosciuto di nuova schiavitù, disponibile a subire ogni ricatto, minaccia e divieto.
Nei
call center
centinaia di ragazzi e ragazze – ma col tempo anche quarantenni e cinquantenni, espulsi dal ciclo produttivo, stanno entrando nel settore, così come in quello dei
pony express,
che zigzagano in motorino nel traffico urbano – rispondono al telefono per risolvere i più incredibili problemi dei cittadini-consumatori. Società telefoniche, multinazionali, aziende grandi e piccole di produzione e distribuzione nel settore alimentare o nella moda, nell'informazione o nell'informatica e nei trasporti, affidano il rapporto con il pubblico a società esterne o terziarizzate. I centralinisti devono essere cortesi e servizievoli, ma al tempo stesso identificati con l'azienda. Spesso hanno una retribuzione 'a contatto utile' e cioè a telefonata, tra le 700 e le 900 lire, a cui va detratta l'Iva. Questi 'liberi professionisti' a cottimo, in molti casi come in Artesia (che lavora per Telecom, ma anche per Alitalia, Rai, Stream...) devono pagare l'affitto per la postazione in cui lavorano, una decina di mila lire al giorno. In molti casi il lavoro è a ciclo continuo, 24 ore su 24. Esiste anche un contratto di settore, nel caso dei lavoratori dipendenti con qualche forma di contratto, firmato dai sindacati e rifiutato dalla maggioranza assoluta dei lavoratori, quindi applicato dalle aziende, secondo cui al secondo richiamo il lavoratore può essere licenziato. Da qualche mese hanno fatto capolino i sindacati di base e sono partiti i primi scioperi: dal 2 dicembre al 6 gennaio un'ora a fine turno, l'intera giornata nei festivi e il notturno.
E finalmente anche nel muro di silenzio che avvolgeva i 'liberi professionisti' dei
call center
si stanno aprendo le prime crepe. Quanti siano i lavoratori del settore non è dato sapere con esattezza e neppure approssimativamente. Per esempio, è quasi impossibile entrare in contatto con i ragazzi che lavorano nel
call center
della Fiat ad Arese, dove nell'arco di pochi anni si è passati dalla produzione di automobili Alfa alla produzione di servizi per gli automobilisti, che dalla loro vettura attraverso il computer di bordo chiedono informazioni sul gommista o sul ristorante vegetariano più vicini. Ad Arese, di scioperi per ora non se ne parla. Ne avevano fatti troppi gli inquilini precedenti, quei rompiscatole degli operai del marchio del Biscione.
Poi ci sono i dipendenti nel settore della grande distribuzione, dei McDonald's, degli Autogrill, di Mercatone Uno, di Pam: un mondo di ragazzi sfruttati a piacere dal direttore di turno. Prendiamo il caso dei McDonald's: 270 negozi in Italia di cui 20 di proprietà della
company
e 250 legati al marchio attraverso il
franchising.
15 mila i dipendenti con un turn-over impressionante, vuoi perché viene fatta carne di porco dei
boys
, vuoi perché sono i dipendenti stessi a fuggire da quell'inferno, appena trovano un'alternativa decente. Le assunzioni sono a termine e durano 4 settimane, rinnovabili a seconda della flessibilità e disciplina del ragazzo in oggetto che dev'essere pronto a qualsiasi mansione, prevista o non prevista dal contratto. Chi non sta al gioco viene punito con strumenti quasi corporali di tortura, per esempio essere messi in castigo immobili per ore, se ci si è rifiutati di spostare pesi eccessivi. Per un salario che oscilla tra le 700 mila e il milione al mese si deve essere sempre disponibili a prendere servizio su chiamata, una specie di
job on call,
dato che i turni dei part-time sono fissati settimanalmente. Uno studente, che scelga questo lavoro per avere tempo libero per preparare gli esami, è costretto ad abbandonarlo rapidamente, o ad abbandonare gli studi. Da qualche settimana anche in questo settore ha fatto la sua comparsa il sindacato, sulla spinta delle prime forme spontanee di organizzazione e protesta. Mobbing, violazione delle regole del part-time e dei diritti fondamentali hanno accelerato la formazione di una coscienza tra i ragazzi e, per la prima volta, i padroni americani sono stati costretti a incontrarsi con i sindacati.
Emblematico è il caso verificatosi a fine ottobre nei supermercati della linea Pam, che ha recentemente acquistato 30 punti vendita toscani Superal con relativi 900 dipendenti, intenzionati a difendere le condizioni contrattuali precedentemente acquisite. A questo scopo hanno indetto uno sciopero, che non è andato giù alla direzione della Pam (proprietaria tra l'altro di 12 supermercati Panorama e 40 discount Ins e Metà, oltre alla catena di ristorazione Brek). Per dare una lezione ai dipendenti ribelli toscani e ridurre i danni provocati dallo sciopero, Pam ha organizzato un crumiraggio in grande stile, raccogliendo giovani precari in Veneto e in Emilia e Romagna disponibili a passare due giorni in trasferta, albergo pagato e lavoro garantito, con un extra salariale come compenso per il crumiraggio. Quando i pullman di crumiri sono arrivati a destinazione, nei supermercati di Firenze, Siena, Pisa ci sono stati momenti di tensione con i lavoratori in sciopero, che avevano organizzato i picchetti. Difficilmente quei ragazzi mobili e flessibili si renderanno disponibili per eventuali altre azioni di crumiraggio, quale che sia il prezzo del servizio.
Negli Autogrill la protesta è esplosa quando i lavoratori si sono accorti che le telecamere di sicurezza piazzate per controllare la sala e i clienti venivano utilizzate per controllare i dipendenti e studiarne comportamenti - fedeltà, impegno, momenti di pausa - in aperta violazione dello Statuto dei lavoratori. Lo stesso presidente dell'
Authority
sulla
privacy
, Stefano Rodotà, è dovuto intervenire, condannando l'uso improprio dell'occhio-spia. Ma all'Autogrill si sciopera anche per ottenere una regolamentazione del servizio notturno, che espone i dipendenti a notevoli rischi e disagi. Una piattaforma per i 10 mila lavoratori di Autogrill (il 60% con contratti part-time) è stata varata all'inizio di dicembre. Si sciopera anche all'Aviogrill e, per la prima volta, sempre a dicembre si sono fermati i dipendenti della svedese Ikea. Sarebbe sciocco parlare di una nuova classe operaia pronta a raccogliere il testimone dai vecchi operai di linea. È più giusto vedere i
boys
dei McDonald's e i centralinisti dei
call center
come una nuova forma dell'antico operaio massa prima del '69. Anche questi giovani lavoratori cominciano a prendere coscienza scoprendo i loro diritti. Ma a differenza degli operai-massa sono più soli e frantumati. E in qualche modo, ignorati. Chi finisce come 'atipico' in una grande fabbrica riesce a raccogliere frammenti di memoria di una lotta collettiva e briciole di diritti. Gli altri devono inventarsi da zero un percorso di liberazione a ostacoli, molto spesso senza neppure il sostegno sindacale. Ma intanto si sono messi in cammino.