numero  13  gennaio 2001 Sommario

La sinistra e il voto

LA NOVITÀ RUTELLI
Ermete Realacci  

L'editoriale con cui Lucio Magri ha tempestivamente posto il problema del recupero dell'astensionismo di sinistra non mi pare abbia fino ad oggi trovato entusiatici . Eppure il tema è di grande importanza non solo e forse non tanto per gli effetti che può avere sul prossimo confronconsensito elettorale, quanto per definire le prospettive, l'anima, l'utilità stessa della sinistra o di una parte di questa. Sono d'accordo infatti con Rossana Rossanda quando sostiene che "l'astensionismo di sinistra è anch'esso un venir meno interiore della sinistra, per quanto si ammanti di delusa nobiltà".
Ammetto di essere facilitato in questa discussione per almeno due motivi. Ritengo Francesco Rutelli un buon candidato, il miglior candidato che il centrosinistra potesse mettere in campo oggi, per le sue possibilità di consenso elettorale e per le potenzialità che ha di rinnovare questo schieramento nei contenuti, di attivare nuove energie. Potenzialità da verificare, ma evidenti per quanto riguarda la questione ambientale e il mondo dell'associazionismo e del volontariato. Più ancora da quando ho il diritto di voto non sono mai stato tentato dall'astensionismo. Non perché mi sia sentito pienamente rappresentato dalle forze politiche o dai candidati per cui votavo: non è accaduto quasi mai e non credo accadrà neanche alle prossime elezioni. Piuttosto ho sempre pensato al voto come ad un momento importante, ma non certo esaustivo. Ho sempre pensato, cioè, che le sedi di espressioni dei valori, dei punti di vista, dell'agire politico andassero ben al di là del momento elettorale, consentendomi un rapporto più laico con il voto. In fondo questo atteggiamento fa anche parte della storia di Legambiente, un'associazione-movimento al tempo stesso molto politica e poco elettorale, nella quale sono presenti esperienze che vanno ben al di là della sinistra, astensionista e non. Sta qui forse la ragione che ci ha permesso di ottenere in questi anni importanti successi, dalla vittoria sul nucleare civile, al rafforzamento della partecipazione e del volontariato legato ai temi ambientali, alla lotta contro l'abusivismo edilizio e le ecomafie.
Ognuno di noi è, in maniera varia, vittima della sindrome dell'ubriaco della celebre barzelletta, che cerca la chiave sotto il lampione non perché l'abbia persa lì ma perché lì è la luce. È così anche nella discussione sull'astensionismo, che come è noto ha moltissime motivazioni ed è secondo molti studi distribuito equamente, seppur con differente determinazione, tra centro-destra, Ulivo e Rifondazione. Quello che ci colpisce di più, quello che siamo in grado di discutere meglio non è tanto l'astensionismo qualunquistico che incrociamo negli autobus o per strada, ma quello di alcuni nostri amici, che lo propongono talvolta come una scelta fortemente motivata culturalmente e ideologicamente contro il degrado della sinistra. È ovviamente una scelta legittima, ma francamente mi pare difficile ammantarla di aloni eroici. È, nella migliore delle ipotesi, più vicina alla cultura di Enrico Mentana, da sempre astensionista dichiarato e civile, che non a quella dei campesinos del Chiapas, per i quali pure l'ultima complicata tornata elettorale messicana non mi pare sia stata ininfluente. La scelta astensionista degli illuminati dal mio lampione è figlia delle stanchezze e delle degenerazioni della sinistra almeno quanto del ripiegamento individuale e della caduta di carica vitale di tanti.
Difficile dire qual è il punto da cui ripartire. Per intanto sarebbe molto utile lanciare qualche palla avanti per verificare sul campo convergenze e dissensi. Non sempre però questo gioco è praticato. Sono rimasto ad esempio molto colpito dalla sottovalutazione, a mio avviso grave, che "il manifesto" ha riservato alla presa di posizione di Rutelli sulla vicenda del fallimento della conferenza dell'Aja e sulle politiche per combattere il rischio di mutamenti climatici, accompagnata peraltro da un impegno in questo senso anche di Walter Veltroni. Ovviamente sarebbe ed è assolutamente legittimo sottoporre a giudizio critico queste prese di posizione. Soprattutto alla luce delle realizzazioni non esaltanti dei governi dell'Ulivo nella direzione del contenimento dei gas di serra, che implica — come è stato ricordato su questa rivista anche da Massimo Serafini — grandi cambiamenti nel campo dell'energia, dei trasporti, della politica del territorio, dello stesso ruolo dell'Europa e delle sue relazioni internazionali.
È privo di interesse se su questo punto il candidato del centro-sinistra in Italia si esprime con una nettezza che è mancata in altri paesi? Fare di questo uno dei centri del prossimo confronto elettorale non è un buon punto da cui partire per incalzare, proporre, creare spunti di azione comune? Siamo ancora in tempo. E ci sarà sicuramente tempo dopo il voto. Certo mi seccherebbe allora avere un 'simil-Previti' come ministro della Giustizia o magari un amico degli abusivi siciliani al Ministero dell'Ambiente e del Territorio.


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