numero  13  gennaio 2001 Sommario

La sinistra e il voto

IL VOTO NON È TUTTO
Maria Luisa Boccia  

Alle prossime elezioni politiche voterò convinta, sia nel maggioritario che nella quota proporzionale; da mesi motivo questa scelta con uomini e donne 'astensionisti' – ne incontro davvero un gran numero, tra loro diversi per età, attività, esperienza politica – cercando di convincere anche altri a scegliere il voto e non l'astensione. Con sorpresa quindi mi sono accorta di essere in seria difficoltà nel corrispondere alla richiesta che mi è stata rivolta di dar conto pubblicamente della mia scelta.
A determinarla è stato il fondato timore che, inserite in quest'altro contesto, ben definito e strutturato, le mie argomentazioni avrebbero finito per subire uno slittamento di significato, stravolgendo innanzitutto l'importanza che attribuisco al voto. Un gesto che nel tempo si è per me molto ridimensionato, ed è anzi praticabile solo se, al di là della sua portata specifica e circoscritta, non assume il valore simbolico di designare la mia posizione politica di fondo rispetto allo stato attuale della democrazia rappresentativa, dei partiti in genere e di quelli della sinistra in special modo. La scelta di votare insomma, pur esprimendo un pronunciamento positivo, non implica necessariamente né la preminenza accordata alla logica dello schieramento, né un azzeramento della presa di distanza critica, e anche del conflitto attivo, nei confronti della politica istituzionale e dei meccanismi vigenti di partecipazione. Al contrario posso votare tanto più convinta, quanto più non affido a questo atto l'essenziale di ciò che mi sta cuore della politica ma, viceversa, è grazie a una differente pratica politica che la scelta elettorale prende senso e misura. Provo allora a spiegare perché mi risulta distorcente il confronto sull'astensionismo, così come si è andato configurando nell'area della sinistra dopo le ultime elezioni regionali.
Considero molto significative due motivazioni, tra loro speculari proprio perché radicalizzano la scelta a favore o contro l'astensione. La prima vede nel voto quasi un obbligo per contrastare una destra pericolosa sul piano sociale e politico, ma ancor più su quello democratico e culturale, poiché mette seriamente in questione le radici storiche della Repubblica e l'autorità simbolica della Costituzione. La seconda invece ritiene che solo dall'opposizione la sinistra ritroverebbe anima e corpo necessari a contrastare una destra, egemone nella società, saldamente ancorata ai poteri che contano e in grado di condizionare pesantemente non solo il confronto ideologico, ma le stesse scelte di governo, anche fuori da Palazzo Chigi. Di fronte a questa alternativa avverto una forzatura e una seria resistenza a pronunciarmi. A colpirmi è piuttosto la comune cultura politica che, sia pure da sponde opposte, induce ad attribuire al voto una valenza dirimente, quasi totalizzante, del rapporto con la politica. Intendo dire che questa cultura, nella duplice versione, sembra incapace di intendere i mutamenti consistenti che sono intervenuti nel rapporto tra i soggetti e le forme democratiche della politica, mutamenti che hanno inciso corposamente nell'elettorato di sinistra, nelle sue componenti più tradizionali, come in quelle più recenti o addirittura nell'area dei consensi potenziali. Viene così annullata qualsiasi distanza e distinzione tra i diversi piani in cui si giocano qualità e senso dell'agire politico. Il discrimine fra che cosa è e che cosa non è politica è ovviamente cruciale per distinguere i piani, senza sperdersi nella frammentazione; ma non è questione che si decida nelle elezioni le quali, semmai, sono un indice rivelatore dei cambiamenti avvenuti.
Dirò quindi due ragioni che hanno determinato la mia decisione di voto. La prima è che ritengo vi sia differenza, rispetto alla funzione di governo, tra i due schieramenti. È un giudizio che traggo dal confronto tra le politiche attuate dal centro-destra dove governa e quelle dell'attuale maggioranza. Della quale non condivido affatto le scelte: sull'istruzione, sulla bioetica e sulla guerra, per dire soltanto alcune mie priorità. Ciò nonostante non le equiparo a quelle del centro-destra, e ritengo anzi insidiosamente corrosiva la tendenza, – purtroppo diffusa nella sinistra detta 'critica' – a ritenere partiti e politici 'tutti uguali' e tra loro un po' complici. Preferisco dover fare i conti con le riforme sbagliate del centro-sinistra, piuttosto che vedere affermarsi anche nel governo nazionale quelle di Francesco Storace e Roberto Formigoni. La seconda ragione è che considero importante non dare per acquisito che siano interrotti gli scambi tra la politica istituzionale e altre forme di politica. In primo luogo perché sono convinta che questa frattura assoluta non corrisponda alla realtà; anche se a determinare quest'ultima non è in primo luogo chi governa ed è maggioranza in Parlamento, anche se il divario si è acuito in modo impressionante, vi sono tuttavia ancora molti e complicati scambi tra il sistema politico e le nostre vite. Delle cose che ci stanno a cuore forse poche, per non dire nessuna , come Luisa Muraro, sono in se stesse determinate dai dispositivi democratici, ma la maggior parte di loro ne è comunque contrassegnata, in modo tale che non è facile né utile prescinderne. Più di fondo penso che l'intento di segnare un netto discrimine tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, tra la logica della partecipazione e quella della critica alle istituzioni, finisca anch'esso per risultare troppo semplificante perché possa aiutarci a scegliere cosa fare e come farlo, per non trovarci, nostro malgrado, risucchiati/e nella privatizzazione.


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