numero  13  gennaio 2001 Sommario

La sinistra e il voto

FORSE È TARDI MA PROVIAMOCI
Dino Greco  

La fondata preoccupazione per una débacle elettorale della sinistra e per l'avvenire dell'Italia, l'inerzia e il senso di impotenza con cui buona parte della sinistra stessa guarda a questo possibile epilogo, spingono a cercare una strada ancora praticabile per scongiurare una sconfitta annunciata o, per lo meno, per evitare che la sconfitta elettorale si trasformi in una rotta politica.
Alcuni di noi si stanno impegnando nella ricerca di una soluzione plausibile per il prossimo confronto elettorale in quanto convinti — per antica cultura ed esperienza — che dal peggio non viene il meglio, che non sempre (quasi mai) le sconfitte suscitano effetti catartici in chi le subisce e neppure ripensamenti di linea.
Noi tutti (della sinistra antiliberista) siamo in attesa di un segno, evochiamo eventi politici, anche di lieve portata, che alimentino una speranza.
Fa dunque bene Magri a insistere e a cercare con lucida ostinazione affinché si trovi un varco o, più precisamente, un architrave su cui poggiare, se non un'impossibile alleanza strategica a sinistra, almeno un rapporto di 'non belligeranza', capace di unire 'contro', se non 'per'.
Ma è proprio quell'architrave che non si riesce a mettere insieme.
Perché non emergono, né nei fatti né nelle intenzioni dichiarate, segni di cambiamento limitati ma avvertibili da grandi masse, e sufficienti a contrastare la propensione all'astensionismo, a spegnere la voglia di punire chi le ha deluse, a creare qualche nuova motivazione positiva. In altri momenti pure difficili, un operaio, un compagno di cento battaglie, sosteneva che quelli come lui sono condannati alla politica, perché a loro non è data neppure la possibilità del riflusso: "il riflusso di un operaio non è la stessa cosa del riflusso di un avvocato" — diceva — "io rifluisco sempre sulla linea di montaggio, dove ad ogni sconfitta trovo il capo più arrogante di prima". Oggi, quello stesso operaio non dice più queste cose, non gli paiono più sufficienti questi argomenti. Perché? Perché non basta più paventare l'apocalisse, l'avvento al potere di Berlusconi e dei suoi alleati? Perché — credo — non si intravede nel centrosinistra altro che un labile e incerto contrasto alla vulgata reazionaria la dice lunga sullo stato delle cose.
L'elenco è desolante: deposta l'intenzione di mettere mano alla riforma elettorale; sepolte le leggi sulla rappresentanza sindacale e sui diritti (minimi) dei lavoratori parasubordinati; accantonata ogni possibile innovazione sulle partite della disoccupazione e degli ammortizzatori sociali; colpevolmente rimossa la questione palestinese ed eluso l'impegno dello Stato italiano per i diritti calpestati di quel popolo, le proposte sull'Irpeg, il federalismo, la sicurezza. Mi pare allora che quelle condizioni minime indicate da Magri per realizzare un'intesa a sinistra e ispirare l'ingaggio di una battaglia utile e condivisa non siano date né — temo — sortiranno nel futuro prossimo.
Vi è — per la verità — un altro soggetto sociale che avrebbe potuto entrare in campo con una propria forza ed una propria autorevolezza — senz'altro utili, se non determinanti — non certo ad indicare alleanze elettorali, ma a segnare un indirizzo di politica sociale ed economica con cui tutti avrebbero dovuto misurarsi: la Cgil.
Il congresso della confederazione, svolto nei tempi statutariamente previsti e con il propellente di una spinta all'autoriforma, avrebbe potuto muovere anche le acque stagnanti della politica italiana. Se non lo ha fatto è perché non ha potuto farlo, poiché anche la Cgil è parte della crisi della sinistra, meno evidente, per ora, ma non meno profonda, una crisi di progetto, di autonomia, di pratica democratica, di rappresentanza.
Queste considerazioni non mi portano a concludere che bisogna smettere di cercare e di lavorare. Al contrario. Dico però che i tempi di una possibile ripresa, di una rinascita non sono quelli che vorremmo e, soprattutto, temo non siano quelli delle prossime, imminenti elezioni politiche. Faranno bene gli stati maggiori dei partiti di sinistra a tentare soluzioni ma ho l'impressione che il tempo che manca al voto non ci riserverà particolari emozioni. I miracoli, in politica, non si verificano e comunque, se insistiamo a chiamarli così, hanno bisogno di convinzioni saldamente maturate e di un periodo di gestazione: non credo nelle resurrezioni improvvise. Perciò non basteranno appelli dell'ultima ora che funzionano come gli argini posti a valle delle frane.
Talvolta si arriva ad un punto in cui, pur con tutta la buona volontà, non si può rabberciare la coperta.
Ci sono fatti che debbono avvenire, processi che debbono compiersi. Allora, forse, conviene scegliere un punto su cui far leva, per evitare di essere trascinati via dalla corrente. Ha ragione Rossanda: guai a scansarsi, il puro astensionismo della sinistra è un lusso di chi (socialmente) se lo può permettere, rivela un'indifferenza sospetta, che va disvelata e contrastata.
C'è comunque, davanti a noi, un compito di medio periodo sempre più stringente: mettere in comunicazione tutti i segmenti della frantumata sinistra critica, accelerare, rendere credibile un nuovo processo costituente a sinistra , fondato sull'inclusione, sull'ascolto reciproco, sulla messa al bando dei settarismi, sulla ricerca progettuale unitaria che può trovare punti importanti di saldatura. Dovremo individuarne presto i modi, forse inconsueti ai nostri dibattiti e al nostro procedere per linee interne, sempre troppo chiuso e talvolta compiaciuto nel suo elitarismo. Se vogliamo tentare di evitare una deriva lunga e profonda dobbiamo rischiare e reinvestire noi stessi in un'impresa nuova.


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