numero  13  gennaio 2001 Sommario

La sinistra e il voto

OLTRE LA NON BELLIGERANZA
Cesare Salvi  

Fausto Bertinotti, intervenendo nel dibattito aperto da Lucio Magri sulla sinistra e il voto, ripropone un'analisi che sollecita una riflessione. A quella che egli considera come una crisi del centro-sinistra ormai in atto, indica come sbocco una sinistra plurale che sappia lavorare a una proposta di alternativa. Al tempo stesso, segnala l'insufficienza – se non ho inteso male – dell'attuale 'sinistra antagonista di alternativa'.
Sono da tempo convinto che tra le ragioni della crisi della sinistra italiana ci sia il nodo non sciolto delle due sinistre, che troppo spesso è stato, su entrambi i versanti, una sorta di comodo alibi per l'assenza di un vero dialogo, fattore non secondario della crisi di consenso di tutta la sinistra. Infatti, quando si parla di astensionismo a sinistra come indice di questa crisi non si deve mai trascurare nell'analisi che essa ha colpito entrambi i partiti. Il confronto fra i dati elettorali del 1995-1996 e del 1999-2000 dimostra infatti che se il Pds-Ds ha perso circa tre milioni di voti, una perdita proporzionalmente analoga – circa un milione di voti – ha colpito Rifondazione comunista. E del resto, il punto elettoralmente più alto della sinistra italiana nel suo insieme è stato quello conseguito da entrambi i partiti nel 1996, quando – pur con i nodi irrisolti della desistenza, che ebbero poi nel corso della legislatura gli effetti nefasti noti a tutti – il senso della competizione elettorale fu sostanzialmente per la sinistra, agli occhi del suo popolo, quello dell'unità, pur nella distinzione e nonostante fosse molto recente la spaccatura verificatasi sul governo Dini. È troppo semplicistico ritenere che a sinistra si chieda, da parte degli elettori, non impossibili unificazioni o egemonismi, ma uno spirito unitario? Qualcosa che non si definisce in formule politiche o in singole proposte comuni, ma in una condivisa percezione quanto meno dei problemi da affrontare, se non necessariamente di tutte le soluzioni da dare?
Dopo le elezioni, quale che sia il risultato, il tema si imporrà. Ma il dopo si prepara adesso. E io credo che la pura formula della non belligeranza, anche se ne comprendo le ragioni e le possibili implicazioni sul piano delle tecniche elettorali, non sia una scelta mobilitante, non solo ai fini del risultato elettorale per il governo del paese ma anche per creare – anche oltre la campagna elettorale – quella controspinta alla contrapposizione frontale a sinistra, che rischia di essere percepito nel senso comune come il dato oggi prevalente nei rapporti a sinistra.
Del resto, lo stesso Bertinotti ne sembra consapevole quando distingue tra non belligeranza attiva e passiva. Ha ragione Lucio Magri quando indica due questioni cruciali, in un certo senso preliminari. Innanzitutto il fattore tempo, nel senso di non rinviare le decisioni all'ultimo momento, quando ormai sarà difficile orientare gli elettori; e, in secondo luogo, la necessità di un'analisi compiuta del fenomeno astensionista.
È del tutto evidente che, se anche si arrivasse all'ultimo momento a un qualsiasi accordo esclusivamente elettorale, nel pur labile tentativo di non arrecare eccessivi danni al centrosinistra, questo non porterebbe a un reale coinvolgimento degli elettori di sinistra. Quello che serve, e il tempo per realizzarlo sta per scadere, è una motivazione politica in grado di mobilitare l'elettorato di sinistra che oggi si colloca fuori dall'Ulivo, una parte del quale ha peraltro mostrato di non condividere neppure le scelte di Rifondazione. È forse impossibile pensare ad alcuni punti programmatici sui quali definire un impegno comune per la campagna elettorale e per il dopo? Io penso di no.
Si può infatti ragionare sui tempi di lavoro, su una seria politica di sviluppo sostenibile, sulle garanzie dei diritti sociali e su altro ancora, a partire da una comune critica del neoliberismo e degli effetti perversi di una globalizzazione priva di regole. Non si tratta quindi di un vero e proprio accordo di governo, oggi davvero irrealistico, ma di un parziale ma significativo contributo di idee, da sinistra, all'intera coalizione.
Rifiutare questo terreno di confronto sarebbe un errore. Il centrosinistra deve essere disponibile a favorire una verifica in tal senso, e Rifondazione a cercare il dialogo, senza attestarsi quasi esclusivamente sulla richiesta di una riforma elettorale che, per i ritardi e le incertezze di tutti, sembra ormai purtroppo di difficile realizzazione. Un accordo così fatto sarebbe utile per una più generale rimotivazione di quella parte di elettorato di sinistra che ha scelto, nelle ultime tornate elettorali, l'astensionismo.
Su questo fenomeno si moltiplicano analisi diverse, spesso contrastanti tra loro. Probabilmente tutti gli approfondimenti contengono una parte di verità, è infatti innegabile che la crescita del non voto rivela un crescente distacco dalla politica ed è altrettanto vero che esso riguarda, trasversalmente, tutti gli schieramenti. C'è però un dato indiscutibile e riferito proprio all'astensionismo di sinistra. Vi è qui una scelta politicamente motivata e consapevole, di critica alla sinistra per la sua azione sia di governo che di opposizione. Ed è purtroppo vero che di ciò viene a beneficiare la destra. È stato così in alcune elezioni municipali, per esempio a Bologna, e alle ultime regionali. Non credo, francamente, che sia utile e possibile assumere il dato dell'astensionismo come un punto di riferimento da gestire. In realtà si finirebbe per favorire un distacco, una vera e propria deriva verso il disimpegno e la non partecipazione. La situazione oggi è particolarmente difficile e il ritorno al governo del centro-destra è una eventualità tutt'altro che astratta. Le responsabilità sono anche e forse principalmente della sinistra, ma di tutta la sinistra. Ed è per questo che occorre adesso cercare, con uno sforzo di tutti i soggetti della sinistra, una unità di intenti per risalire la china. Questo vale per le elezioni ma anche, e soprattutto, per il dopo.


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