numero  13  gennaio 2001 Sommario

Governo e democrazia

EUROPA: ESISTE UNA QUARTA VIA?
Daniel Singer  

Il nostro amico e compagno Daniel Singer si è spento qualche settimana fa. Era il corrispondente di "The Nation" dall'Europa. Polacco, ebreo, figlio di un giornalista socialista, scampò alle persecuzioni e alla morte, diversamente dai genitori e dal fratello, perché riuscì a riparare in Svizzera. Legato quasi familiarmente a Isaac Deutscher, Daniel Singer, che si definiva luxemburghiano, è stato collaboratore del primo "manifesto" , aveva scritto Prelude to Revolution (1970), The Roads of Gdansk (1980) e Is Socialism doomed?
(1988). Il suo ultimo lavoro, Whose Millennium?
(Monthly Review Press, New York 1999) è in traduzione in Italia per l'editore Ponte alle Grazie. L'articolo che pubblichiamo, apparso il 6 novembre 2000, è l'ultimo da lui scritto per "The Nation" .
Secondo una celebre pubblicità francese, le pile a lunga durata si consumano solo se vengono usate. Per la democrazia è vero il contrario: nei nostri paesi 'avanzati', essa si sta infatti clamorosamente inaridendo, trasformandosi in un rituale dominato dal denaro, grazie al quale possiamo abdicare alla nostra sovranità ogni quattro o cinque anni questo o quel candidato dell' establishment .
La democrazia si può affermare solo quando tutti partecipano attivamente al suo esercizio — solo quando cioè tutti, a tutti i livelli — dal più basso al più elevato — cercano di diventare collettivamente padroni della propria esistenza, del proprio lavoro e del proprio destino. Ma allora, perché provo disagio di fronte ai blocchi di protesta dei camionisti europei, che fanno pressione sui rispettivi governi affinché abbassino il prezzo dei carburanti? Perché il potere del popolo, per essere veramente genuino, deve mirare all'instaurazione di una società più giusta.
Nel caso dei camionisti, la protesta rispecchiava il generale malcontento e l'assenza di una coerente politica a livello amministrativo. La difesa della tassa sui carburanti da parte di un'amministrazione di sinistra animata da ideali ecologisti potrebbe essere percepita come una misura in favore dell'ambiente. Ma questo implicherebbe un governo capace di opporsi all'Opec a alle compagnie petrolifere; un governo che sviluppi i trasporti pubblici e una politica fiscale di tassazione dei profitti e di riduzione delle imposte sui beni di consumo di massa. Un governo, insomma, capace di dare alle classi lavoratrici la sensazione di vedersi difese nei propri interessi. Ma non è propriamente questa la sensazione provata dalla maggior parte della popolazione: se la prosperità dell'Occidente continua ad aumentare, questa nuova ricchezza sembra andare a vantaggio solo di una ristrettissima élite . E l'impennata del prezzo della benzina si rivela un duro colpo per molti portafogli.
In realtà, questa crisi ha rivelato la mancanza di progetti, di visioni e di alternative progressiste dei cosiddetti governi di sinistra dell'Europa occidentale. Stiamo assistendo al definitivo spegnersi di un fuoco di paglia, la favola della 'terza via'. Il periodo tra il 1945 e il 1975 è stato contrassegnato nell'Europa occidentale da una crescita senza precedenti (intorno al 5% annuo del prodotto interno lordo), con lo sviluppo di benefici sociali collettivi maggiori che in qualsiasi altra zona del mondo. Questo interludio 'social- democratico', per quanto meno incantevole di quanto sia stato poi descritto retrospettivamente, ha creato una serie di vantaggi che meritavano di essere difesi. Ma, naturalmente, il miracolo del 'capitalismo dal volto umano' non poteva durare. Dopo vent'anni di sconfitte degli interessi dei lavoratori in tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno proposto un altro modello potenziale — mutuato in parte dal Giappone —, basato sull'indiscussa e totale dittatura del capitalismo. Un modello che da diversi anni è stato importato anche in Europa occidentale.
Diversi elettori considerarono questa terza via una sorta di combinazione tra l'inesorabile dinamismo americano e la socialdemocrazia e il welfare state . Il fatto che siano stati i partiti di sinistra a mostrarsi particolarmente attratti dal modello statunitense doveva convincere gli europei, desiderosi di conservare le conquiste sociali ottenute negli anni di prosperità del dopoguerra, che il welfare non sarebbe stato smantellato troppo brutalmente. Il reale obiettivo della terza via, invece, era proprio di smantellarlo, evitando nel contempo lo sviluppo di contestazioni radicali.
I governi di sinistra europei sembrano aver ben realizzato i propri obiettivi. L'anno scorso, undici dei quindici governi del continente erano guidati da partiti di sinistra. Da allora, l'Austria è passata a destra, ed è assai probabile che l'Italia seguirà il suo esempio, alle elezioni politiche dell'aprile prossimo. Il trionfante Jörg Haider in Austria e, in Italia, l'ex fascista dichiarato Gianfranco Fini e il regionalista-sciovinista Umberto Bossi sono rospi già difficili da ingoiare. Ma, quando il movimento estremista Vlaams Block prende un terzo dei suffragi alle elezioni amministrative di Anversa, seconda città del Belgio, e nella quieta e civile Danimarca il Partito popolare (xenofobo) di Pia Kjaersgaard ottiene il 7,4% delle preferenze e i sondaggi di opinione ne prevedono un raddoppio, c'è davvero del marcio nel regno d'Europa. Fortunatamente, il pericolosissimo Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen in Francia si è indebolito in seguito ad una scissione. Insomma, se veniamo meno al nostro dovere civico, ci sono parecchi candidati pronti a sfruttare il crescente malcontento popolare. Tuttavia, la linea di demarcazione tra destra e sinistra in Europa si fa sempre più labile, tanto che solo un esperto può cogliere le differenze politiche tra il governo conservatore spagnolo di José Maria Aznar e quelli progressisti di Tony Blair in Gran Bretagna e di Gerard Schröder in Germania.
Il concitato sviluppo degli eventi negli ultimi anni, con la costituzione di una valuta comune da parte di undici membri dell'Unione europea, ha confermato l'opinione degli scettici, che ritenevano in particolare che un'Europa priva di un progetto sociale, di un modello proprio, non aveva alcuna chance di tener testa agli Stati Uniti, e di difendere realmente i propri interessi. Non sto parlando della caduta dell'euro, che ha perso in venti mesi più di un quarto del proprio valore. Questo è solo un sintomo. Più significativo è invece il modo in cui si è sviluppata in questo periodo la concentrazione economica. Un processo che è stato accelerato dalla scomparsa delle frontiere nazionali e dall'adozione di una valuta comune nell'Ue.
In ogni settore stanno infatti aumentando considerevolmente le fusioni e le acquisizioni. Non si tratta più del classico pesce grosso che mangia il piccolo. Ormai i giganti si trangugiano tra loro, con azioni che trascendono sempre più le frontiere nazionali e che non si limitano necessariamente — né prevalentemente — allo spazio interno dell'Unione europea. Quando una grande banca svizzera o tedesca, che ha già inglobato i suoi vicini, cerca nuovi territori d'espansione, dirigerà probabilmente la sua attenzione su qualche banca di investimenti, per lo più statunitense — per esempio, la Deutsche Bank ha acquisito il controllo della Bankers Trust di New York. In seguito all'impennata del dollaro, gli europei fanno fluire il proprio denaro negli Stati Uniti, mentre gli americani fanno affari in Europa (e, per inciso, pare che la sofferta decisione di sostenere l'euro, presa in settembre dagli Stati Uniti, sia stata imposta al Segretario al Tesoro dai gestori dei fondi comuni di investimento americani, preoccupati dal crollo di valore delle loro azioni).
L'anno scorso, la maggior parte degli investimenti esteri era diretta verso gli Stati Uniti (276 miliardi di dollari). E per una ragione precisa: perché mai un banchiere o un produttore europeo dovrebbero disdegnare un partner statunitense, se quest'ultimo permette loro di aumentare i propri profitti? Che mezzi ha il governo europeo per imporre il proprio controllo sulla libera circolazione del denaro, la base dell'investimento — oltre che delle politiche economiche di alcuni paesi democratici —, quando allo stesso tempo incoraggia ed elogia la 'globalizzazione', ossia la diffusione nel mondo del modello statunitense? Sorgeranno ovviamente alcuni conflitti tra gli interessi europei e americani, soprattutto nel settore agricolo. Ci saranno scontri e accordi. Ma un'Europa che non costruisce un proprio modello sociale, che si affida al Tesoro degli Stati Uniti per sostenere l'Euro, non può essere trattata da pari a pari, come un partner credibile.
Ci sono ovviamente altri settori, come la diplomazia o la cooperazione militare, in cui l'Europa può far valere i propri diritti. Ma anche in questi ambiti, soprattutto dopo il Kosovo, ogni dichiarazione di indipendenza si mostra illusoria. Certo, l'Unione europea ha ormai un uomo incaricato della propria politica estera, ma quest'uomo non è altri che Javier Solana: dopo essersi opposto, in gioventù, alla presenza militare americana in Europa, Solana ha avuto come ultimo incarico quello di Segretario Generale della Nato. Il Ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, un altro ex rivoluzionario diventato un asse portante dell' establishment , dichiara apertamente che l'obiettivo a lungo termine deve essere la costituzione di una 'federazione europea'. Ma, per il momento, l'Ue si muove in direzione opposta, mettendo a rischio la sua stessa esistenza. Le sue dimensioni, la sua forma, le sue strutture istituzionali sono avvolte nell'incertezza. Inizialmente composta da sei membri, diventati poi quindici, e destinati a più che raddoppiare con l'ingresso nei prossimi anni di altri paesi, in particolare quelli dell'Europa dell'Est, l'Unione Europea ha un futuro decisamente incerto. Se vuole davvero diventare una federazione, deve costruire un nucleo ben strutturato per una periferia più flessibile. In altre parole, prima di ammettere nuovi membri, deve rafforzare le proprie istituzioni.
Altrimenti, l'ingresso di nuovi membri in un'organizzazione dalle istituzioni deboli può far fallire l'idea stessa di una struttura federale. I britannici sono ancora ritenuti da alcuni un cavallo di Troia degli Stati Uniti, il cui obiettivo sarebbe quello di trasformare l'intera costruzione europea in una vasta area di libero scambio, da estendere al di là dell'Atlantico. Al vertice del prossimo Consiglio europeo di Nizza, i Quindici dovranno in principio trovare un accordo sul loro progetto istituzionale e sull'allargamento ad Est dell'Unione. Ma, come è prevedibile, le decisioni di Nizza, che concluderanno i sei mesi di presidenza francese dell'Unione, non daranno alcun risultato significativo.
Se l'Europa occidentale vuole veramente rendersi indipendente e tener testa agli Stati Uniti, deve sviluppare un modello alternativo a quello capitalista. Tanto per cominciare, deve difendere il suo welfare . Perché, nonostante l'aumento della miseria, della precarietà e dell'incertezza, nonostante la crescente ostilità contro le pensioni pubbliche, il welfare europeo è ancora più attraente di quello americano e la lotta può essere intrapresa solo se la gente ha la sensazione di star combattendo in difesa dei propri interessi. Una 'Nuova Sinistra' europea dovrebbe quindi cominciare a difendere il suo welfare , ma non in modo surrettizio, come aveva fatto con la terza via. Deve farlo cercando di mostrare che questo welfare deve essere ampliato, reso universale e veramente democratico. Deve rapidamente — se non subito — mostrare che una politica progressista non è conciliabile con lo sviluppo selvaggio di una globalizzazione sul modello statunitense. Tale modello rende infatti impossibile, per il suo stesso principio costitutivo — il profitto, prima di tutto — ogni sviluppo in questo senso. Gli europei devono cominciare questa battaglia subito, perché solo nella lotta per i salari più elevati e per condizioni di lavoro meno precarie il movimento dei lavoratori può mettere in evidenza la contraddizione tra le sue rivendicazioni e gli elementi fondanti dell'attuale sistema sociale. Lo stesso vale per i movimenti femministi e per gli ambientalisti radicali. La loro esperienza deve convincerli che non possono realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni nell'ambito dell'ordine costituito. Solo allora una vera 'Nuova Sinistra' sarà in grado di cercare una 'quarta via', una via che non nasconda le disfunzioni dell'ordine costituito e cerchi di oltrepassare i limiti della società capitalistica.
Controlli sui movimenti di capitali; uso del potere statale contro e non in favore delle grandi corporation ; capitalismo; socialismo; democrazia dal basso — tutte queste sembrano brutte parole cadute ormai in disuso. Sarebbe perciò illusorio pensare che una tale politica possa essere creata, e tanto meno applicata, nello spazio di un mattino. È difficile fare previsioni sul futuro, perché stiamo vivendo in uno strano periodo, in cui si scontrano due tendenze contraddittorie. Da una parte, il modello americano si diffonde in modo apparentemente inesorabile, incontrando una resistenza decisamente scarsa, soprattutto da parte dei governi europei. Dall'altra, il suo dominio ideologico vacilla e si indebolisce. Sono sempre di più le persone, soprattutto tra le giovani generazioni, convinte che la globalizzazione non porti prosperità ma un aumento della polarizzazione, dell'insicurezza sociale, delle disuguaglianze, delle tensioni legate all'incertezza del futuro.
C'è qualcosa di più profondo, una diffusa sensazione che il tipo di società veicolata da questo modello non è particolarmente attraente. Lo straordinario successo in Francia di José Bové, e la sua rivolta contro McDonald's e il suo junk food ne è solo un esempio. Il morbo della mucca pazza e il sempre più marcato abuso di organismi geneticamente modificati per gli interessi delle grandi industrie chimiche o agricole, hanno fatto crescere la consapevolezza che un sistema basato sull'accumulazione dei profitti non si soffermerà mai a studiare le eventuali applicazioni dei progressi tecnologici; che è strutturalmente incapace di garantire le necessarie precauzioni; che, condannato ad una crescita continua ma incontrollata, potrà presto mettere a serio rischio lo stesso futuro del pianeta.
Ma, nonostante questa consapevolezza, diffusa soprattutto fra i giovani, la ricerca di una reale alternativa segna il passo. Vogliamo forse piombare in un cupo fatalismo? In alcuni settori dell'ex 'New Left' britannica c'è la tentazione di chiudersi in torri d'avorio e affidarsi al vecchio argomento marxista che "il capitalismo contiene in sé i germi della propria distruzione". Sarebbe assolutamente illusorio pensare che il capitalismo porterà a termine da solo questo processo di auto-distruzione, senza l'aiuto di un vasto movimento dal basso, che elabori, attraverso la lotta, la propria visione di una società diversa. Nel 1995, l'"inverno dello scontento" francese ci ha dimostrato che si può resistere, anche senza avere in mente un'alternativa chiara.
Storicamente, la lezione di Seattle — se non la consideriamo un feticcio e non ci riduciamo a riprodurla in manifestazioni ripetitive — è anche più importante. Nel momento in cui gli americani si sono messi alla testa del movimento contro la mercificazione del mondo, ci siamo ricordati che la globalizzazione non è la sola forma di internazionalismo possibile. È ormai chiaro che la posta in gioco non è l'imposizione all'Europa del modello americano, né la difesa del welfare europeo. È in gioco la nostra lotta comune — dal basso e su scala mondiale — contro un sistema capitalista allo stesso tempo trionfante e in crisi profonda. Nell'attuale fase di confusione, possiamo effettivamente scorgere l'inizio di un nuovo periodo storico.
(Traduzione di Stefano Liberti)

Inizio Sommario