numero  12  dicembre 2000 Sommario

L'imposta di successione

IL 'FISCO GIUSTO' PER IL CAPITALE
Luigi Cavallaro  

La 'miniriforma' dell'imposta sulle successioni, approvata il mese scorso con il voto favorevole di tutti i gruppi parlamentari (Rifondazione esclusa) e recante l'abbattimento delle aliquote al 4, al 6 e all'8% (a seconda del rapporto di parentela tra il defunto e gli eredi), l'istituzione di una franchigia fino a 350 milioni e l'abolizione dell'Invim che gravava sui trasferimenti mortis causa, si inquadra nella filosofia più generale che ispira la politica fiscale del governo, ben illustrata dal ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, in un pamphlet recentemente pubblicato1. In un mondo globalizzato e privo di meccanismi di coordinamento delle politiche fiscali, dice infatti Visco, il capitale profitta della sua 'mobilità' per scegliere dove essere tassato in base alle proprie convenienze; di conseguenza, per non ridurre drasticamente le spese sociali, bisognerebbe far gravare maggiormente l'imposizione sui redditi da lavoro. Così facendo, però, si introdurrebbe una sorta di 'tassa sull'occupazione', che alla lunga produrrebbe effetti perversi (aumento dei costi, calo dei profitti, diminuzione degli occupati, minore gettito; quindi, maggiori aliquote, nuovo aumento dei costi, ecc.); di qui l'esigenza di un compromesso: ridurre le tasse, per convincere i 'ricchi' che pagarle costa meno del commercialista che dovrebbe studiare come eluderle (o evaderle).
L'imposta sulle successioni non è che una species dell'imposta sul capitale: la sua particolarità sta nel fatto che, invece di essere prelevata annualmente, viene esatta in occasione del suo trasferimento mortis causa. Per il resto, è uguale: come spiegano gli economisti, è pressoché indifferente prelevare l'imposta una volta l'anno in ragione dell'1% del valore patrimoniale o prelevare il 33% del valore patrimoniale ogni 33 anni. Ma se è uguale, le si applica lo stesso ragionamento: e infatti, nel moderno mondo globalizzato, la pagano solo i ceti medi sui propri immobili (in Italia i ricchi o non ci sono o non muoiono mai, ha detto il tributarista Raffaello Lupi). Perciò, anche qui la strada è obbligata: ridurre le aliquote per allargare la base imponibile. "E non è facile farlo capire - osserva Visco - perché aliquote del 90% sui più 'ricchi' fanno impressione a prima vista, soprattutto alla sinistra 'naïf', mentre non tutti comprendono immediatamente che il 90% di zero è zero, mentre il 20% di 100 fa 20. Questo è ciò che importa: quanto pagano effettivamente i più ricchi".
Per amore di verità, dovremmo ricordare che, secondo le previsioni dello stesso governo, l'abbattimento delle aliquote dell'imposta sulle successioni determinerà, intanto, solo una riduzione del gettito dell'imposta, pari a 612 miliardi sui 1.700 che complessivamente se ne ricavavano. Ma lasciamo stare. Il problema di fondo, in effetti, c'è ed è serio. La mobilità dei capitali è un potentissimo fattore di destabilizzazione per gli Stati nazionali, non solo per le ragioni dette più sopra, ma anche perché fomenta una specie di 'concorrenza fiscale' fra gli Stati stessi, fatta di agevolazioni, detassazioni ecc., allo scopo di convincere la ricchezza finanziaria a stabilirvisi. La pratica è comune anche tra i paesi membri dell'Unione Europea, che ad esempio esentano dall'imposizione le rendite finanziarie maturate dagli investitori non residenti (e così, lamenta Visco, "ogni paese diventa un 'paradiso fiscale' per i residenti degli altri Stati"). Ma ciò basta a giustificare una tassazione dei redditi di capitale ormai inferiore a quella dei redditi da lavoro?
Prescindiamo dalle ragioni di equità e dall'art. 53 della Costituzione (che pure ci ricorda che ciascuno deve concorrere alle spese pubbliche in ragione della sua capacità contributiva e che il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività): meriterebbero un discorso a parte. Stiamo a considerazioni crudamente economiche. In un articolo pubblicato nel 1937 sull'"Economic Journal", Michal Kalecki ha analizzato, brevemente ma lucidamente, i differenti effetti economici dell'imposizione sui consumi, sul reddito e sul capitale e, ipotizzando che lo Stato avesse tra i propri obiettivi l'aumento dell'occupazione, ha dimostrato che "la tassazione del capitale è forse la via migliore per stimolare gli affari e ridurre la disoccupazione", giacché solo questa forma di tassazione (nella forma di un'imposta ordinaria sul patrimonio), riducendo proporzionalmente il valore reale di ogni attività patrimoniale indipendentemente dal reddito che da essa si ottiene, rende impossibile al capitale finanziario trasferire ('traslare', nel gergo della scienza delle finanze) sul capitale produttivo il peso dell'imposta, sotto forma di aumenti del saggio di interesse.
Non solo. Come spiegava nelle sue lezioni Cesare Cosciani, che di Visco è stato maestro, mentre un'imposta commisurata al reddito prodotto dal capitale tende a provocare una redistribuzione interna degli investimenti in direzione di quelli meno rischiosi, scoraggiando l'innovazione, giacché tassa (anche) quella parte di reddito che, in realtà, è un premio per l'assicurazione contro il rischio per la perdita del capitale, e quindi un elemento di costo, un'imposta commisurata al valore patrimoniale del capitale (come l'imposta sulle successioni) evita quest'effetto: "il valore patrimoniale di un capitale - scriveva, infatti, Cosciani - non tiene conto di questo elemento di rischio, in quanto il reddito netto si capitalizza al tasso corrente di mercato. Che un capitale renda 5 o renda 12, se le 7 unità addizionali della seconda ipotesi sono un premio di assicurazione, il valore capitale sarà sempre 100. E, quindi, se l'imposta si commisura al valore capitale, non si attua nessuna discriminazione fiscale a carico dei capitali più rischiosi, al contrario di quanto si verifica, invece, per l'imposta commisurata direttamente sul reddito". Per questo, a conclusione della Teoria generale, Keynes poteva sostenere che elevate imposte di successione avrebbero favorito l'accumulazione del capitale, anziché frenarla: "Nelle condizioni contemporanee - egli scrisse - l'aumento della ricchezza, lungi dal dipendere dall'astinenza dei ricchi, come in generale si suppone, è probabilmente ostacolato da essa. Viene quindi a cadere una delle principali giustificazioni sociali della grande disuguaglianza delle ricchezze".
Insomma, che gli argomenti a favore della tassazione del capitale siano solidi non è una novità. E non è nemmeno una novità (si legge a chiare lettere, per esempio, nel citato articolo di Kalecki) la constatazione che è 'difficile' tassare il capitale. Ci si sarebbe dunque aspettati che Visco, che si dice uomo di sinistra, tracciasse le linee di un possibile intervento correttivo: che so, un argine alla libertà di movimento dei capitali, una maggiore cooperazione interstatuale, una 'Tobin tax'. Invece, giunto al capitolo sull'armonizzazione fiscale europea e sulla tassazione del risparmio, il lettore scopre che "il coordinamento non deve necessariamente escludere la competitività tra gli ordinamenti nazionali in termini di aliquote d'imposizione", giacché per questa via (una 'via di mercato') si potrà avere nel medio periodo "una tendenza alla convergenza verso livelli comuni di imposizione effettiva". S'intende, al ribasso: perché, prosegue Visco, "non avremo bisogno di attuare politiche keynesiane, di usare la leva della spesa pubblica. Quando ci sono innovazioni storiche, come è Internet oggi, il mercato fa da solo; bisogna soltanto fare le riforme che permettono al mercato di funzionare: le liberalizzazioni, la flessibilità, anche nell'impiego del lavoro".
Sta qui, a ben vedere, la vera ragione della rinuncia alla tassazione del capitale: non tanto e non solo nelle difficoltà tecniche di accertamento e di prelievo, ma nel modello economico sottostante al disegno di politica fiscale. Visco, se non altro, ha il merito di dirlo con chiarezza: "i ricchi dicono: 'Se ci detassate, noi creiamo ricchezza e lavoro'". In termini teorici, significa affermare che è la quantità di risparmio a determinare il volume degli investimenti e, di qui, del reddito e dell'occupazione e che è meglio che la fiscalità non abbia scopi redistributivi, giacché il mercato, lasciato a se stesso, è in grado di pervenire all'allocazione ottima dei fattori produttivi. Non stupisca, allora, leggere che "un prelievo patrimoniale non era essenziale al disegno di riforma" (e si noti che Visco qui sta parlando dell'impianto complessivo della riforma fiscale promossa in questi anni dai governi di centro-sinistra): se si assume che il risparmio è il padre della ricchezza, logica conseguenza è ritenere che "un'imposta sul capitale può avere effetti negativi sullo sviluppo delle imprese".
In realtà, come s'è visto più sopra, solo un'imposta commisurata al reddito prodotto dal capitale (e non al suo valore patrimoniale) potrebbe 'punire' gli elementi più dinamici del mercato e frenare lo sviluppo. Per di più, si potrebbe aggiungere che riproporre una teoria della dipendenza dell'investimento dal risparmio in questi termini, dopo le critiche di Marx, Kalecki, Keynes e Sraffa, è qualcosa che neppure il più impudente degli economisti neoclassici oserebbe fare, nemmeno in un pamphlet senza pretese scientifiche come questo. Ma tant'è: crollati i muri, ci tocca sentire dalla 'sinistra moderna' pure che l'aumento della ricchezza dipende dall'astinenza dei ricchi, che è la premessa per far risorgere, come aveva capito Keynes, "una delle principali giustificazioni sociali della grande disuguaglianza delle ricchezze". Del resto, si riconsideri la vicenda dell'approvazione a larghissima maggioranza della riforma dell'imposta sulle successioni: si può forse pensare che la 'Casa delle libertà', che quella disuguaglianza esplicitamente teorizza e promuove, avrebbe votato per qualcosa di diverso?


note:
1  Il fisco giusto. Una riforma per l'Italia europea, intervista a cura di O. Carabini, Edizioni del "Sole 24 Ore", pp. 244, lire 19.000.


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