numero  10  ottobre 2000 Sommario

Multimedialità

I NODI DELLA RETE
Derrick De Kerckhove, Vincenzo Vita  

Ogni volta che compare un medium dominante, bisogna porsi di nuovo le domande fondamentali sull'organizzazione della cultura. Dove vanno le culture nella nuova configurazione presentata da Internet? Qual è il ruolo dello Stato di fronte a Internet, soprattutto da quando si sentono ovunque appelli sempre più pressanti alla 'deregulation'? Quali sono i rapporti fra cultura, Stato, Costituzione e lingue nazionali? Cosa resta della sovranità nazionale nella condizione attuale in cui gli apparati di comunicazione si fanno gioco di tutte le frontiere fisiche del mondo e le imprese multinazionali dispongono di un capitale e di una popolazione 'operaia' che superano il volume delle risorse di interi paesi?
Le prime domande, le più immediate e le più evidenti, riguardano innanzitutto i diritti di cittadinanza: l'accesso, la formazione, la proprietà intellettuale, il diritto alla vita privata, la protezione contro le frodi e gli abusi, in breve il trattamento dell'informazione al tempo stesso individuale e collettiva. Detto questo, bisognerà poter tener conto, all'interno di tale riflessione, della grande trasformazione che si sta producendo oggi, senza tuttavia dimenticare i mutamenti socio-politici che hanno accompagnato le rivoluzioni psicotecnologiche 1 precedenti.
La Terra come immagine del corpo La nostra accelerazione tecnologica raggiunge una velocità quasi 'mutazionale' e si propaga rapidamente su tutta la superficie e l'atmosfera della terra. Entriamo in una nuova era di planetarizzazione biotecnica. La mutazione si rivolge altrettanto, se non soprattutto, alla psicologia, oltre che all'ecologia umana. Viviamo nell'epoca di un ampliamento senza precedenti del campo delle operazioni cognitive del cittadino medio, che sia a ovest o a est, a nord o a sud. La metafora climatica viene proposta tutte le sere in televisione come simbolo dell'unità globale del pianeta.
Sarebbe stupefacente che tale incontro quotidiano col nostro ambiente naturale unificato non finisse per avere un effetto di globalizzazione sulla coscienza di ciascuno molto prima di quello delle notizie che ci arrivano istantaneamente, in diretta, dall'altro capo del mondo. A partire dalle prime fotografie della Terra dalla Luna, ci abituiamo a vedere il nostro ambiente nella sua totalità e a integrarlo nel nostro pensiero come la nuova struttura di base. La rotondità del pianeta sta rapidamente sostituendo l'orizzonte come riferimento spaziale della cognizione ordinaria.
Satelliti, radar e relais suscitano nuovi sistemi di regolazione automatica, tanto sul piano della sorveglianza militare quanto su quello delle condizioni climatiche. L'intero pianeta si dota di un sistema nervoso. Dunque, la nozione di una continuità fra i corpi e il pensiero individuale e i corpi e il pensiero globale è più che una semplice "acquisizione dello spirito"; è il fatto che la Terra viene percepita ormai come una sola unità, che globalizza il campo delle attività cognitive degli individui come delle società. La Terra, e non la natura in quanto tale, è il vero ambiente di attività della coscienza ecologica. La Terra è la nostra nuova 'immagine del corpo'.
Cambiamento di scala spaziale e temporale Quello che bisogna capire adesso, all'alba del terzo millennio, è che noi abbiamo tutti cambiato di scala. La globalizzazione non dipende soltanto da Internet, ma egualmente, grazie ai satelliti, dalla possibilità di vedere il pianeta dai satelliti grazie ai siti web o alle trasmissioni televisive sul tempo che farà domani. Il primo grande cambiamento di scala è stato quello del Rinascimento, nel quale si è passati dall'immagine del gruppo all'immagine dell'individuo: cambiamento rappresentato da Leonardo da Vinci, con una teoria del mondo a misura d'essere umano. Con il satellite, noi passiamo a una nuova scala, cioè alla persona come misura del mondo: vale a dire che è il mondo a divenire la misura di tutte le cose.
Il cambiamento di scala è particolarmente pertinente nell'anno 2000, perché si cambia di scala temporale oltre che di scala spaziale. Se la nostra scala spaziale è misurata con il metro dei satelliti, la nostra scala temporale si articola in termini di millenni piuttosto che di secoli. È per questo che noi possiamo, e senza dubbio dobbiamo, cominciare a riconsiderare il nostro posizionamento psicologico in funzione dei millenni che ci precedono, e non solo in funzione del secolo in cui siamo nati. Il vero pendant alla rivoluzione alfabetica, il suo rovescio psicologico e la sua inversione epistemologica, è la globalizzazione elettronica che trascende razze, frontiere, mentalità, culture e tempi.
Il cambiamento di scala ci obbliga a ripensare non solo la problematica del diritto di autore e la diffusione dei media, ma anche l'organizzazione politica mondiale. Su tale piano la tutela della cultura, delle culture, della lingua e delle lingue è davvero di grande importanza. Quando si misura il rapporto fra l'individuo, la lingua, il medium che sostiene la lingua e le diverse configurazioni nella storia della nostra cultura occidentale, e adesso della cultura mondiale, si misura ogni volta un aumento della superficie sulla quale si deve operare. Oggi non si può più fare l'economia senza una visione globale, non ci si può più limitare a una visione nazionale, tanto più che quest'ultima è già ingestibile poiché le frontiere nazionali sono attraversate dai trasferimenti di dati inafferrabili.
Il cambiamento è dello stesso ordine di intensità metamorfica di quello che ha caratterizzato il passaggio dall'oralità alla scrittura, o dall'epoca medievale al Rinascimento. Se la mentalità occidentale deve la sua definizione alla scrittura alfabetica, la mentalità globale in divenire deve la sua all'elettronica del pianeta. La differenza capitale sul piano evolutivo è che questa volta tutto il mondo è coinvolto.
Scrittura e nazione Essenzialmente, i mezzi di comunicazione, che sostengono il linguaggio costitutivo dell'ambiente culturale, lo definiscono e lo organizzano. Per esempio, dopo l'invenzione della stampa, che ha rafforzato, accelerato e moltiplicato gli effetti della cultura manoscritta, si è potuto assistere a una sorta di 'seconda nascita' dell'individuo, che è stata chiamata 'Rinascimento'.
In effetti, l'idea di Nazione si costruisce attorno alla lingua comune e trae la sua coesione dalla stabilità e dall'uniformità di quella lingua. Gli stati europei si sono costituiti in momenti diversi, sia su zone linguistiche esistenti di fatto, sia su raggruppamenti dove la lingua nazionale era stata imposta dall'esercito e dalla scuola. Il ruolo della lingua nel consolidamento dello Stato e nell'affermazione culturale è estremamente forte, ma oggi le frontiere sono rese permeabili dai trasferimenti di dati da un paese all'altro, e tali frontiere naturali scompaiono. E con esse scompare anche il lato naturale dello spazio fisico, dopo la mondializzazione della comunicazione abbozzata innanzitutto dal telegrafo, realizzata dalla radio e proseguita dalla televisione.
Elettricità e nazione In occasione di un recente seminario su Internet a Bamako, Jean-Claude Guédon ha fatto un'osservazione estremamente importante: la nuova frontiera naturale del cyberspazio è la lingua, che incide fortemente sulla distribuzione dei prodotti culturali. L'inglese domina, come si sa, in Internet, come un tempo il latino ha dominato la produzione tanto dei manoscritti quanto quella dei primi secoli della stampa. Detto questo, sembra che, sul nuovo medium, l'inglese sia destinato, se non a morire come il latino, almeno a subire lo stesso genere di pressioni di fronte alla concorrenza delle lingue locali. L'inglese oggi non rappresenta già più dell'80% delle lingue praticate in Internet, quando circa due anni fa era praticamente la sola, quasi il 98% del totale. Nel 2003 si prevede che tale percentuale sarà del 67% e che le altre lingue, soprattutto lo spagnolo e il cinese, si svilupperanno assai rapidamente. L'Almanacco dell'industria informatica pubblicato on-line (www.c-ia.com) citato predice che verso il 2010 il numero di navigatori Internet indiani e cinesi supererà quello degli anglofoni. D'altronde, i sistemi di traduzione, che sono estremamente difficili da gestire sul piano orale, sono assai più facili da gestire sul piano dello scritto, il che significa che oggi è facile avere una traduzione istantanea, per esempio in giapponese, di qualunque testo inglese. Inoltre, si attendono progressi assai rapidi delle tecnologie a comando vocale in Internet, già previste nelle prossime versioni del computer. Questo, assieme alla pletora di computer a buon mercato fatti specificamente per Internet, dovrebbe invitare sempre più i paesi in via di sviluppo a entrare nella 'formazione continua' che li attende on-line. Infine, anche se, nelle circostanze geopolitiche attuali, la diversità delle lingue è minacciata, c'è motivo di credere che Internet potrebbe rimediare, permettendo giustamente la sopravvivenza delle lingue più minacciate. Un esempio: in Africa, il professor Barbeau della Québec University di Montreal è riuscito, con l'aiuto di un'assistente canadese, a codificare sei lingue del Mali per permettere loro di avere una presenza su Internet. Ora, una presenza, anche se minimale, di una lingua come il Senoufo su Internet ha un potere 'omeopatico', perché è un elemento che, una volta immesso, è disponibile per qualsiasi persona che parli il Senoufo nel mondo.
Verso la fine dei mass media?
Non andiamo verso la fine dei mass media. Andiamo verso un superamento dei mass media; e non è la stessa cosa. È come se dicessimo che la televisione ha eliminato il libro, e non è assolutamente così. I mass media hanno un valore importante, giustamente fondamentale sul piano della comunità. I mass media sono i soli che ci danno simultaneamente lo stesso inquadramento mentale, cognitivo, sociale e lo stesso referente. I mass media sono davvero la coscienza collettiva. Pierre Lévy abborda l'argomento nel suo libro L'intelligenza collettiva 2 e mette in luce una dimensione collettiva che, dal nostro punto di vista, si limita alla televisione e alla radio. Dobbiamo avere effettivamente una dimensione sociale collettiva che ci informi sulla maniera in cui va il mondo, su quello che accade attorno a noi, nella nostra comunità come in quelle più lontane. Tutto ciò è cruciale. Non bisogna, dunque, immaginare che si elimineranno i mass media, poiché essi hanno ancora un ruolo da giocare.
C'è la tendenza a contrapporre la televisione e il libro, poi la televisione e il computer, il computer e la rete, come se i media fossero intercambiabili e si eliminassero gli uni con gli altri. Tuttavia, ciascuno di essi ha funzioni particolari, e la funzione della televisione è di costituirci uno spazio mentale pubblico di cui abbiamo grande bisogno per continuare a trovare una certa coesione sociale, sia o no essa legata alle frontiere più o meno naturali. La comparsa della televisione ha costituito un mondo nuovo nella psicologia sociale. La natura della televisione, che i canali siano di origine privata o pubblica, riveste un carattere fondamentalmente pubblico. La televisione, che rappresenta un modo di raggrupparsi della società nello stesso tempo e nello stesso spazio mentale, ha dunque una funzione psico-sociale molto importante. Questa specie di spazio mentale collettivo è estremamente importante oggi per salvaguardare il senso e il contenuto della comunità. L'atomizzazione della televisione, da cui si è minacciati per la sua comparsa su Internet, è un fenomeno che chiederà considerazione, anche per proteggerla. È la ragione per la quale è essenziale che le nazioni dispongano di un proprio servizio pubblico.
Con la televisione, come con la radio, si aveva a che fare con l'"oralità seconda" di cui parlava Ong e che, sul piano politico, dava luogo alla creazione dei grandi capi tribali che persuadevano attraverso la loro immagine e il loro carisma più che attraverso i loro programmi di azione. Tuttavia, il regno della televisione, che McLuhan ha chiamato il "villaggio globale", ha fatto il suo tempo. In realtà, noi non siamo già più nel "villaggio globale", perché tutto il mondo è globale in Internet. Ciò crea condizioni differenti: il "villaggio globale" dipendeva dalla dimostrazione permanente e continua di uno stesso spazio fisico che ci veniva mostrato in televisione e che la televisione comunicava in tutti gli angoli del pianeta. Con la possibilità di collegarsi on-line, non abbiamo neanche più bisogno di vedere il luogo nel quale abbiamo un potere di azione. È il fatto di avere simile potere di azione che ci globalizza.
Possiamo dire che la capacità di 'interpellanza' dell'individuo e la sua possibilità di interazione con le nuove tecnologie di comunicazione permettono una sorta di superamento del fenomeno di alienazione che la televisione esercita sulle grandi masse. Vale a dire che le masse sono adesso differenziate. Esse sono al tempo stesso masse e non-masse.
Con Internet, siamo di fronte a un doppio fenomeno: la connettività e la convergenza.
La connettività Una sorta di 'seconda alfabetizzazione' è ben più in gioco ora a partire dal momento in cui lo schermo è quello di un computer. È il testo a tornare in auge. Il pensiero si divide fra la testa e lo schermo con l'aiuto del testo. Ormai, il luogo privilegiato di trattamento dell'informazione non sta più soltanto nella testa ma ugualmente su uno schermo, il che ha per effetto di moltiplicare le risorse del pensiero mediante quelle della macchina. Oggi, per collocare il problema della cultura in un contesto al tempo stesso geografico, storico e tecnologico, per la prima volta nella storia dei media e nella storia della cultura abbiamo un sistema che permette di gestire nello stesso luogo l'informazione, senza tener conto delle distanze.
È la ragione per la quale, invece di limitarsi a una opposizione fra individualizzazione e collettivizzazione della società, va aggiunto il nuovo termine 'connettività', perché sulle reti, al contrario della televisione che è davvero 'collettiva', c'è una pertinenza particolare fra i diversi soggetti che intervengono nel trattamento dell'informazione on-line. Abbiamo a che fare con una nuova configurazione psicologica, con una nuova possibilità sociale, con inedite opportunità democratiche.
La logica della convergenza La logica della tecnica numerica porta con sé quella della convergenza. Le barriere e le frontiere tra i differenti mezzi di comunicazione audiovisivi e tra i loro supporti e i loro princìpi ergonomici ed energetici sfumano. La convergenza dei supporti facilita i processi di integrazione. Quest'ultima si verifica a tre livelli: 1. la convergenza dei contenuti, ovvero la 'numerazione' che elimina le differenze fra la natura delle sostanze; 2. la convergenza dei supporti, ovvero l'integrazione che riunisce i differenti mezzi di comunicazione sotto regimi operativi (diffusione, comunicazione, informatica) simili e contigui; 3. la convergenza degli utilizzatori, meglio conosciuta con il nome di globalizzazione, che trasgredisce o ignora le frontiere nazionali, linguistiche e culturali delle nazioni.
Tecnica numerica, integrazione e globalizzazione sono pertanto tre aspetti dello stesso 'balzo in avanti', della stessa metamorfosi tecnologica, economica e sociale, che ci porta tutti alla planetizzazione del sapere e delle coscienze. Questa è la vera natura della convergenza e non soltanto l'unione tecnica dei contenuti, dei supporti e dei terminali. Una simile convergenza di secondo grado va chiamata la 'grande', convergenza per distinguerla dall'altra. Riflettendo su questo, piuttosto che su quello che si intende spesso per convergenza, si può cominciare a distinguere tra i destini collettivi, individuali o più precisamente 'connettivi' dell'umanità di oggi, che si stanno espandendo nello spazio e nel tempo.
Nel processo della convergenza vi sono, dunque, due linee possibili, non una sola, come da più parti si tende a dire. La convergenza non è un unicum, né un universo prestabilito in cui si sovrappongono radio, televisione, telefono, computer in un linguaggio omologato. La convergenza è, piuttosto, "il nuovo appassionante territorio del conflitto delle e nelle tecnologie dell'informazione e della conoscenza, dei e nei saperi".
Le tecniche tendono a ritrovarsi in uno spazio comune dato dalla diffusione 'digitale' e dal protocollo delle reti, ma le diverse unità delle comunicazioni resistono all'appiattimento: tecniche e culture hanno modalità di sviluppo asimmetriche, sfalsate nel tempo: né coincidenti, né sincroniche. Oggi si cerca, invece, di far coincidere convergenza e sviluppo, innovazione, multimedialità.
La convergenza è declinata secondo i criteri del liberismo e della conclamata 'new economy'. Il modello di convergenza oggi dominante ha caratteristiche tecnocratiche e ha un'impronta autoritaria. La stessa multimedialità, in luogo di essere un percorso di confronto (e di scontro) tra forme comunicative disomogenee, diventa un assunto generico, una sorta di 'a priori', con l'effetto di assommare settori e segmenti molto lontani.
La tecnocrazia autoritaria insita nell'ipotesi attuale di convergenza non è una scelta definitiva ed è assai più debole di quanto dicano gli stessi suoi assertori. Vi è, infatti, un'altra linea possibile. Prima di tracciarla, è bene fare qualche riferimento al dibattito generale sull'innovazione tecnologica.
Macchina versus umanesimo Il numero di aprile 2000 di Wired, una rivista nota nell'ambiente dei navigatori, contiene un saggio di notevole interesse di uno dei fondatori di Sun Microsystems, Bill Joy 3: "le nuove tecnologie sono meravigliose, ma rischiano di essere molto pericolose: se usate in modo scorretto possono portare all'estinzione della specie umana". Le nanotecnologie, la robotica e l'ingegneria genetica rischiano di dare vita a un mondo che non ha più bisogno degli esseri umani. C'è qualcosa, asserisce Joy, che assomiglia al meccanismo che portò la fisica alla costruzione della bomba atomica.
Il saggio riapre la questione dell'innovazione tecnologica in una chiave interpretativa ben diversa da quella ora prevalente. Non si tratta della semplice riedizione della polarità dialettica 'apocalittici-integrati', bensì di una doverosa riconsiderazione critica - di cui lo scritto di Bill Joy è un esempio autorevole - della cultura liberista e 'nuovista' che ha accompagnato l'innovazione tecnologica. Non è affatto scontato che l'innovazione fondata sulla convergenza tra i diversi mezzi di comunicazione abbia un percorso semplice, lineare e aconflittuale. Del catastrofismo di Bill Joy va colta la critica dell'impostazione culturalmente egemone in questi anni, figlia di una lettura univoca della conclusione della lunga stagione 'fordista'.
Le tecniche della comunicazione sono da tempo parte integrante della struttura produttiva, non più organizzata secondo la logica del 'fordismo' (la grande fabbrica, il lavoro standardizzato, la netta separazione tra il momento del produrre e le altre attività), bensì strettamente relazionata al consumo e, quindi, con una flessibilità che solo l'utilizzo delle tecniche dell'informazione a rete e in rete può garantire. Le straordinarie opportunità della comunicazione sono volte al mutamento del modello produttivo in senso intensivo, con un'attenzione spostata sul baricentro del processo piuttosto che sul prodotto finale. La compressione dei tempi della produzione - il tempo digitale - e l'articolazione territoriale policentrica - le 'reti' - sono i caratteri salienti della convergenza tra l'elettronica, l'informazione e le telecomunicazioni.
La convergenza, insomma, è stata (ed è) governata in modo strumentale, non finalizzata ad altro che a sé, per incrementare il volume quantitativo (e autoreferenziale), non il volto qualitativo (e sociale) del modello post-fordista.La 'società dell'informazione' nasce con tale impronta e, infatti, non è ancora 'società della conoscenza'.
Era ed è l'unica possibilità?
È innegabile che il territorio della convergenza tecnologica sia da assumere nel suo alto grado di obiettività storica, senza eluderla o rimuoverla. Il nuovo senso comune è lo 01, questa piccola riduzione della materia, dei sensi e dei significati. I contenuti della convergenza sono determinati in maniera preponderante dalla parte tecnica, a sua volta determinata, però, da convenienze estranee alla tecnologia.
Era possibile una storia diversa?
È certamente legittimo rispondere positivamente. Facciamo un altro passo indietro. Tutta o quasi la storia dei mass media moderni sarebbe stata diversa se si fosse affermata l'idea del precursore della 'società dell'informazione', Norbert Wiener, il famoso matematico che elaborò l'attualissima Introduzione alla cibernetica negli anni '50 del 1900. A differenza del contemporaneo John Von Neumann, che partecipò alla ricerca sulla bomba atomica e contribuì a piegare la tecnologia anche a un utilizzo distruttivo, Wiener immaginava un universo di ben altro valore sociale. Se fosse prevalsa l'impostazione di Norbert Wiener, non vi sarebbe stato un utilizzo così inadeguato delle tecniche dell'informazione. I compiti del letterato e dello scienziato si separano, la macchina prende il sopravvento sui contenuti, fino a diventare essa stessa - con i software più sofisticati - un contenuto. Così dice Wiener nei suoi scritti: "Una causa può essere ricercata proprio alla superficie. Essa è data dallo sviluppo dei metodi di comunicazione che, sebbene poco costosi per i singoli che partecipano alla spesa, sono così dispendiosi se considerati nel volume più piccolo in cui essi sono commercialmente praticabili, da precludere qualsiasi espressione che non sia convenzionale e insignificante"4.
L'informazione ha, così, una direzione di sviluppo tecnicista, tanto da determinare le scelte umane, fino alla bomba atomica. Il saggio di Bill Joy è allora più attuale di quanto si possa pensare? Non è solo una provocazione catastrofista?
Wiener insisteva sui limiti di ogni modello. Ecco: il modello attuale - liberista, tecnocratico - è veramente limitato e prodotto da quella scelta antica, macchina versus umanesimo.
Un altro filo del discorso Riprendere il filo del discorso da un altro modello è utile, per chiarire innanzitutto la finitezza del paradigma attuale e non ingenerare confusione tra la situazione prevalente e quella più giusta (e più duratura).
Un modello nuovo e alternativo di convergenza richiede alcuni chiarimenti ulteriori. A fare da sfondo all'odierno intreccio tecnico stanno taluni aspetti che è impossibile aggirare nell'analisi e, ancor meno, nell'immaginare una nuova ipotesi. Le reti di informazione hanno un territorio mondiale, pur segnato da una grave distanza tra le opportunità del Nord e del Sud e tra i paesi più ricchi del Nord e il resto della stessa area privilegiata. Basti osservare la misura della crescita di Internet negli Stati Uniti, del tutto proporzionale all'istruzione di base e alle risorse economiche dei navigatori. In tutta l'Africa nera vi sono meno allacci telefonici della sola Manhattan.
La nuova geopolitica passa attraverso l'universo comunicativo e il comando sui processi dell'innovazione è il punto chiave della nuova situazione internazionale, dei nuovi rapporti di forza e del nuovo consenso. La compenetrazione con la politica è diretta, non vi è più da tempo la separazione tipica della stagione precedente, in cui l'informazione era meramente aggiuntiva rispetto alla struttura istituzionale e al meccanismo della produzione. L'informazione è il valore aggiunto, il punto di passaggio del ciclo politico e di quello produttivo, dal sondaggio al marketing. Produzione e consumo non sono così divisi come sono stati in passato.
Il ruolo della comunicazione, dunque, è cruciale nel nuovo sviluppo. Proprio per questo la convergenza tra i diversi media ha una particolare funzione, in quanto accelera la naturale tendenza della tecnologia e dell'odierno capitalismo a uscire dai confini dello Stato nazionale trovando una organizzazione sostitutiva: la rete, punto di riferimento sovranazionale e territorio di azione delle grandi concentrazioni planetarie.
La visione tecnocratica della convergenza ha un'ambizione politica: la sostituzione della politica e delle sue istituzioni di governo con le regole-non regole del mercato. Nasce una forma di anti-politica più dura e insidiosa del vecchio generico qualunquismo. La politica non ha più ragione di essere in un'accezione autosufficiente dell'universo mercantile 'illuminato' dall'informazione.
La tecnocrazia si unisce a un populismo un po' peronista. Come è nel caso italiano di Silvio Berlusconi, che non rappresenta solo una patologia del sistema, bensì anche una tipologia possibile (ancorché estrema) dell'autorappresentazione della comunicazione come autonomo soggetto politico. Vi è un corto circuito tra il modello tecnologico prevalente e la crisi delle forme della politica, di cui l'avvento del 'partito' televisivo è un'espressione, più fisiologica che patologica.
Si potrebbe obiettare che l'innovazione tecnica poco ha a che vedere con la televisione generalista classica e con le vicende della politica in senso stretto. È vero solo in parte, nel senso ovvio che la televisione è solo uno dei capitoli del sistema. Non si tratta, infatti, di tracciare linee rette tra fenomeni che hanno origini e determinazioni differenti. L'intreccio si trova, piuttosto, nell'impaccio delle forme classiche della politica a cimentarsi con i mondi espressi dall'esplosione tecnica dell'informazione, dallo spiazzamento che le risposte tradizionali hanno subito.
L'assenza per un tempo lungo di regole e di approcci adeguati hanno permesso la costruzione 'spontanea' di un sistema tendenzialmente spoliticizzato e ripoliticizzato nella sua componente più semplice e bassa (la vecchia televisione) per motivi di interesse del principale proprietario del settore privato. È il 'conflitto d'interessi'. Parliamo qui dell'Italia, ma il 'caso' è seguito con preoccupazione anche altrove, come ben sappiamo.
In sintesi, dunque, è bene guardarsi da un approccio 'nuovista' e asettico che si legge purtroppo in molti documenti e si vede in tanta pratica reale. Quante volte si è sentita, dopo gli anni in cui è stata rimossa la critica della scienza e delle tecnologie 'neutrali', la frase "La rete è neutra", mentre neutra non è per niente, se si considera proprio il fenomeno della convergenza?
Ecco il punto di contraddizione. Perché la convergenza si abbia davvero e non in modo puramente sostitutivo del medium più debole con il medium più forte, serve un modello diverso, che ribalti l'ordine degli addendi: i due poli - la 'rete' neutra e forte, i contenuti secondari e passivi - vanno rovesciati da una dialettica più fertile. La 'rete' è il prodotto, l'effetto dei contenuti che trasporta. La 'rete' è i suoi media: differenti, nello spazio e nell'uso del tempo.
La convergenza può assumere un modello democratico e collegarsi con comunità (politiche, associative, in senso lato sociali) con cui dialoga. La convergenza è un 'agire comunicativo', per citare Habermas, non tanto e non solo un agire strumentale. La convergenza è, deve essere, intelligenza collettiva, connettiva, circolazione, interazione dei saperi, luogo di sperimentazione dei linguaggi, di confronto tra le differenze. È multietnica, come la tecnologia permette. È incontro tra i media, come il mercato mondiale vuole che sia.
È bene chiarire qualcosa ancora. La convergenza digitale non è la scomparsa dei media, bensì - come in un mosaico - la loro valorizzazione. Non è mera integrazione, bensì circolazione dei messaggi, 'interconnessione', per usare un termine gergale. Non si deve parlare di 'multimedialità', parola ingannevole che dà per scontato ciò che non lo è affatto, bensì di 'multimodalità' (suggerisce Pierre Lévy), vale a dire il progressivo costituirsi di un'infrastruttura comunicativa integrata, digitale e interattiva, comunitaria. La convergenza può, quindi, essere una modalità di relazione tra le persone, per dare qualità al legame sociale, esattamente all'opposto dell'impostazione che va per la maggiore.
Non è ininfluente per le scelte, anche contingenti, intraprendere una strada o un'altra. Le conseguenze, ad esempio, sono fortissime sul piano delle regole. Vi è una tendenza, del resto assai nota, alla deregolamentazione, figlia dell'impostazione liberista e tecnocratica. La rete è priva di punti di riferimento e ogni normativa diviene inapplicabile, si dice. I contenuti sono travolti dalla deregulation della rete: dal diritto di autore, alla tutela della privacy, ai temi della cultura antitrust.
Vi è, invece, un territorio giuridico interessante, che si fonda sulla struttura rovesciata 'contenuti-rete'. Sono le regole, certo nuove e da adattare all'ambiente del cyberspazio, dei diversi media a definire quelle della rete. Non viceversa. È il tema della 'diversità culturale', dell''eccezione" di cui è portatrice la cultura democratica nei negoziati dell'Organizzazione mondiale del commercio e che già echeggiò a Seattle. Non è nuovo protezionismo, bensì il modo più diretto per civilizzare la rete e tornare a quella storia che un'esagerata cultura mercantile ha travolto.
L'Europa è un riferimento e lo stesso lavoro di questi ultimi anni in Italia ha riaperto in qualche misura le cose. Servono, anche, istituzioni mondiali, da pensare e proporre nella riforma delle Nazioni Unite, che interagiscano con il mercato mondiale, con quella che viene chiamata globalizzazione. Serve, insomma, un programma di nuova politica dentro la rete, con un'Autorità che rappresenti tutti i paesi - del Sud e non solo del Nord - che navigano nella rete.
Serve un po' di utopia pratica.
Verso lo Stato connettivo Diversi osservatori europei, e in particolare francesi, hanno messo a tema la problematica dello Stato di fronte alla moltiplicazione delle reti e alla convergenza tecnologica. Nella loro ricerca Dove vanno le autostrade dell'informazione?, opera collettiva pubblicata sotto la direzione di Marc Guillaume5 gli autori presentano in questi termini ciò che essi chiamano "la doppia sfida" per lo Stato:
"Al di là di questo declino del suo ruolo di investitore, lo Stato si trova profondamente messo in causa nel suo modo di agire tradizionale dalla convergenza fra i settori delle telecomunicazioni, dell'informatica e dell'audiovisivo, che supera le vecchie frontiere della regolamentazione. Così, la liberalizzazione delle telecomunicazioni, se risponde agli sconvolgimenti tecnologici, riduce le possibilità di intervento diretto dello Stato. Ma, al tempo stesso, l'importanza sociale, culturale e politica dei grandi strumenti di comunicazione impedisce che il potere pubblico se ne disinteressi. È, dunque, un modo nuovo di regolamentazione, forse più indiretto, dei settori organizzati attorno alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione che va inventato".
Le responsabilità dello Stato connettivo sono innanzitutto nel dare accesso alla memoria collettiva e all'intelligenza on-line. Tale accesso è di tripla natura: cognitiva (che richiede una strategia di insegnamento e di formazione), tecnica (che richiede supporti e infrastrutture ugualmente distribuite nelle città e nelle campagne) e finanziaria (che richiede un sistema di tariffe abbordabile).
Le strategie d'insegnamento nella maggior parte dei paesi avanzati sono a buon punto, ma tendono a indirizzarsi innanzitutto agli studi superiori e alle imprese, trascurando la scuola elementare e la secondaria. È a questo livello che gli investimenti sarebbero più promettenti nella misura in cui, se ben indirizzati, i giovani e i più giovani sono i più reattivi nell'apprendere le nuove tecnologie.
Sul piano dei contenuti, lo Stato connettivo ha un ruolo eccezionale da giocare. Le culture dei paesi europei sono fondate su un patrimonio che non ha uguali in altri continenti. Questa ricchezza, che fa la fortuna delle imprese turistiche, non si limita ai monumenti e alle opere d'arte, ma, data la distribuzione delle reti, può arricchirsi degli archivi di diversi secoli di contenuti culturali. Perché l'Europa tarda a mettersi d'accordo per mettere in comune, a disposizione innanzitutto degli europei, e poi del resto del mondo, il suo patrimonio intellettuale, di cui tutti potrebbero profittare e che diverrebbe parte integrante della memoria comune?
I contenuti, la loro critica ma anche la loro diffusione, il sapere, i saperi sono la vera "rete", il nuovo alfabeto.
Derrick De Kerckhove dirige il "Programma McLuhan" di cultura e tecnologia all'Università di Toronto. Di Marshall McLuhan è stato a lungo uno stretto collaboratore.
Vincenzo Vita è sottosegretario al Ministero delle comunicazioni

note:
1  Chiamiamo 'psicotecnologie' le tecnologie, che, poiché trattano del linguaggio, hanno un rapporto privilegiato con il nostro pensiero (per non dire con i nostri cervelli).
2  P. Lévy, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano 1996.
3  B. Joy, Why the Future doesn't Need Us, "Wired", luglio 2000.
4  N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, Bollati Boringhieri, Torino 1966, p. 162.
5  M. Guillaume, Où vont les autoroutes de l'information?, Descartes & C., Paris 1997, p. 72.


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