numero  10  ottobre 2000 Sommario

Danilo Zolo: Guerra, diritto e ordine globale

CHI DICE UMANITA'
Isidoro D. Mortellaro  

"Chi dice umanità, cerca di ingannarti": come già Carl Schmitt nei primi anni '30, nell'impietosa disamina della Società delle Nazioni, Danilo Zolo torna a impugnare la massima di Proudhon, per affondare il bisturi nell'ossimoro di quella 'guerra umanitaria' che segna il nostro trapasso d'epoca. Sulla scorta di un lavoro di lunga lena, iniziato con la guerra del Golfo e consegnato in opere di larga eco sui nodi della "democrazia cosmopolitica", Zolo appunta ora la sua attenzione sull'intervento militare occidentale nei Balcani, e in particolare sulla "guerra celeste" condotta dalla nuova Nato.
Due i meriti fondamentali dell'opera (Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Torino, Einaudi, 2000, pp. 258, L. 24.000). Innanzitutto, prova a rompere quella cortina di silenzio stesa attorno al tema della guerra, in particolare in Italia e a sinistra. Qui prevale ora semmai la reticenza, dopo la sbornia iniziale sulla nuova statura internazionale conquistata dal paese disposto a portaerei dell'Alleanza atlantica. Adesso questo nuovo assetto, l'appartenenza incondizionata alla nuova Nato, celebrata dal 'raddoppio di Aviano', vengono impugnati a destra, da chi, in forza di un liberismo e occidentalismo più coerenti, si candida a un atlantismo privo di fastidiosi, per quanto appena borbottati, 'mal di pancia': ne è un limpido esempio il volume-manifesto di Jean e Tremonti sulle Guerre stellari pubblicato da Angeli. In secondo luogo, Zolo sventaglia una ricchissima documentazione sui diversi e distinti piani di etica, diritto e ordine internazionale intrecciati dalla guerra, nel tentativo di conquistare "una riflessione sulle sue ragioni profonde, la sua natura e il suo impatto 'globale'".
Si fa subito piazza pulita delle interpretazioni di chi nel Kosovo ha visto una "guerra senza scopo", sfuggita di mano ai suoi apprendisti stregoni, magari a un presidente sull'orlo di una crisi da impeachment. Proprio la qualifica di "umanitaria", invece, volta a giustificare e autolegittimare l'intervento, a "persuadere" delle sue buone ragioni, a dispiegare una "motivazione etica" come "strumento di strategia militare diretto a ottenere la vittoria sul nemico", rivela i caratteri di "guerra intelligente", alimentata da straordinarie risorse tecnologiche e informative e sospinta da raffinate elaborazioni strategiche prodotte, da tempo, dal meglio dell'intelligenza americana. A rivelarci poi quale soggettività si sia espressa nella decisione di ridar voce alle armi, sta la sottolineatura di una profonda novità. Per la prima volta una guerra è stata proclamata e condotta sotto l'occhio vigile di un tribunale penale internazionale, quel Tribunale penale per la ex Jugoslavia istituito dal Consiglio di sicurezza nel 1993, singolarmente privo nel suo Statuto della possibilità di giudicare un atto di aggressione a uno Stato: caso invece previsto dalla istituenda Corte penale internazionale permanente, la cui costituzione non a caso non è stata riconosciuta dagli USA. Grazie a questo assetto, l'atto eversivo del diritto internazionale e della pace, e financo del proprio stesso Statuto, compiuto dalla Nato, ha potuto godere di quella che Zolo definisce "una presunzione di innocenza umanitaria". Non censurabile, né censurato nelle sue concrete ricadute - nelle stragi di civili, nell'inquinamento ambientale, nella demodernizzazione di una nazione - grazie anche alla strutturale dipendenza del tribunale dalle risorse finanziarie e logistiche, profuse a piene mani dagli USA. Si è affermato così, in continuità con le esperienze storiche ex post di Norimberga e Tokyo, un diritto dei vincitori, afflitto strutturalmente dal 'vae victis', da un altro epocale ossimoro: una "giustizia politica", tutta conchiusa nella retrograda dimensione di un giustizialismo punitivo che, sul piano interno, domestico, residua non a caso solo là dove ancora si commina la pena di morte.
Quanto all''intelligenza' conquistata alla guerra dalla sua lungimiranza strategica, qui l'analisi è particolarmente preziosa. In una puntuale disamina delle principali chiavi di lettura prodotte dal dibattito internazionale, Zolo accumula indizi che per approssimazioni progressive - la volontà USA di contenere il nuovo protagonismo europeo, così come di controllare i 'corridoi' di accesso alle risorse del Caucaso; la costruzione di un federalismo egemonico organizzato attorno a una Nato gendarme della scacchiera euro-asiatica ecc. - lo portano a delineare il disegno sotteso alla 'guerra celeste': la posta è la stabilità egemonica dell'Occidente rispetto agli scossoni da globalizzazione. Bisogna conquistare un nuovo equilibrio globale, segnato dall'egemonia americana e dalla attiva promozione delle oligarchie annidate nei circuiti globali di bit e moneta. La sottolineatura del fallimento toccato all'intento umanitario - la mancata pacificazione; l'inversione della pulizia etnica; la creazione di un protettorato imperiale - può così coesistere con il riconoscimento della vittoria americana nel medio periodo.
Più sfumato e dubbioso il giudizio sugli orizzonti lunghi. Qui Zolo è vicino a quanti, ad esempio, in Francia sottolineano il ritorno a divaricazioni 'bipolari' grazie al riavvicinamento in corso tra Mosca e Pechino: è il caso dello scenario prospettato da Achcar nel suo recente La nouvelle guerre froide, edito da PUF. Lo strapotere messo in mostra dagli Usa e dall'Occidente, oltre a suscitare l'allarme dell''Altro Mondo', provocherebbe nel lungo periodo il ritorno della corsa agli armamenti e degli altri grandi attori internazionali. Putin sarebbe già la prima prova di un risveglio in atto ad Est. Più profondi, ma a sismicità più intensa, i sommovimenti del gigante cinese. Ma qui il passo non può che esser quello lento, ma lungo, del Celeste Impero.
Senza appello è la condanna del colpo inflitto al diritto internazionale, così come la critica a chi ha intravisto nella "guerra umanitaria", nell'"interventismo globale" della Nato, la manifestazione di un "ideale di giustizia". Per Zolo la guerra moderna, per il suo carattere inevitabilmente atomico, per il potere immenso che essa racchiude, è in radicale antitesi al diritto. Come manifestazione incontrollata di potenza, essa è 'legibus soluta', non può essere regolata nella sua capacità distruttiva. Usa a colpire anche persone innocenti, a confondere militari e civili, si perverte inevitabilmente in una forma di terrorismo: da "guerra giusta" diviene "terrorismo giusto", accanita e sistematica tortura - a distanza di sicurezza, dal cielo - di comunità intere.
Zolo appunta infine la sua critica ai progetti di "democrazia cosmopolitica". Ispirati al costituzionalismo occidentale, all'ideologia dei diritti fondamentali - oggi rilanciati su larga scala dai movimenti battezzati a Seattle - essi generosamente proverebbero a contenere i processi di globalizzazione imperiale in atto e a orientarli entro un nuovo umanesimo planetario. Singolarmente disattenti alle gerarchie e agli equilibri diseguali della scena globale, il più delle volte essi finirebbero a far da mosche nocchiere delle stesse oligarchie prese di mira o a fare strada alle regressioni di un nuovo jus ad bellum. Meglio perciò votarsi al "realismo" di un "pacifismo debole", a obiettivi più limitati: in primis, sconfiggere l'unilateralismo USA, anima della globalizzazione. Facendo leva magari su quel regionalismo che oggi nel mondo alleva i giganti sovranazionali del futuro: l'Unione europea, o l'Asean, la Cina o la Russia.
Qui però l'analisi di Zolo inizia ad accumulare problemi. Perché e per quali vie i diversi regionalismi dovrebbero convivere, affermare forme di virtuosa evoluzione, in un'epoca di accentuata competizione globale e soprattutto all'indomani del ritorno sulla scena della guerra e d'ogni armamentario imperiale? Cosa potrebbe garantire all'Unione europea, frustrata dal divario strategico rivelato dal Kosovo, di affermarsi a contrasto o bilanciamento dell'unilateralismo USA, piuttosto che disporsi a sua pedissequa imitazione, quanto a modello sociale e di sicurezza collettiva? Per quanto riguarda il complesso della scena mondiale e realtà quali la Cina o l'India, Zolo mostra di tenere in considerazione il pluralismo assicurato dai "valori asiatici", risorsa e fonte di resistenza alla completa omologazione e occidentalizzazione del mondo. Ma oggi quei valori sono agitati dalle élites di quei paesi come forma specifica della propria partecipazione a una scena globale desertificata dalla partecipazione delle grandi masse. Crisi della politica e deparlamentarizzazione della democrazia in Occidente, da un lato, e nuovo dispotismo asiatico, dall'altro, vanno a braccetto nella promozione del mercato globale.
Probabilmente, un uso della categoria dell'egemonia più 'gramsciano', più attento al processo di formazione di una società civile globale, meno focalizzato sui tradizionali attori statuali, avrebbe permesso di coglier meglio la discontinuità più dirompente dei processi di globalizzazione: la caduta d'ogni barriera tra interno ed esterno. Più limpidamente allora potremmo fare i conti con l'unilateralismo americano, con le forze cioè che - in un'accanitissima lotta entro gli USA - lo hanno finora sospinto: in primo luogo, il nuovo complesso scientifico-militare. Ma si potrebbe anche meglio mettere a frutto il nuovo di Seattle, alimentato anche, e non a caso, da grandi forze della società americana: un pacifismo ancorato non ad astratti globalismi, ma alla rivendicazione di pratiche democratiche orientate a conquiste e legami sociali nuovi. Si tratta di punti di vista oggi preziosi. Soprattutto per cogliere l'accelerazione straordinaria prodotta dalla 'guerra celeste'. Come rivela la vicenda del 'nuovo scudo spaziale', la promozione della 'guerra post-eroica' non si ferma alla conquista della nuova Nato: vi sono settori dell'establishment americano e occidentale che puntano a sdoganare l'atomica, a rilanciarla come 'arma da teatro', utile a controllare quel che Paul Virilio - nel suo Strategia dell'inganno ora tradotto da Asterios editore - chiama "panico da globalizzazione". L'atlantismo di cui ha dato prova l'Occidente forse si sentirà al riparo dello 'scudo spaziale' a stelle e strisce. Ma all'ombra di un 'fungo atomico'? Nell'illusione magari di governarlo? Non v'è qui forse humus per un nuovo pacifismo?
Un'annotazione finale su un inquietante silenzio del libro. Nemmeno una parola sull'epocale conversione di quasi tutta la sinistra europea e italiana alle ragioni della guerra, sull'atlantismo di una sinistra ritornata a votare i nuovi crediti di guerra. Eppure la ricerca di Zolo aveva preso le mosse, con Cosmopolis, dal bisogno di reagire alla mancata discussione nella sinistra europea sulla guerra del Golfo. Che si consideri azzerata ogni alterità, criticità? La sinistra europea appare, senza residuo attrito, compiutamente conquistata alle ragioni dell'Occidente?


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