numero  1  dicembre 1999 Sommario

Etica e politica

LA PRIMA RADICE
Aldo Tortorella  

C'è una grande abbondanza, a sinistra, dell'uso della parola "etica", come sostantivo e come aggettivo. Il culmine si è avuto con la espressione guerra "etica", di origine blairiana ma prontamente ripreso in Italia dal segretario Ds e da altri. È dovere "etico" difendere i giovani minacciati dalle pensioni dei padri. È sommamente "etico" l'interesse delle potenze occidentali per i diritti umani come li intendono loro. In Italia, la sinistra oggi al governo pensa di trovare, finalmente, una propria identità come "sinistra dei valori", fondata, come ben si intende, su una "visione etica" dei propri compiti.
Un uso tanto smodato e così segnato di palesi ipocrisie può generare e genera la tentazione di buttare a mare la parola stessa e cioè di considerare la discussione sul fondamento etico della politica come chiacchiera inconcludente rispetto alla materialità dei processi. Se così si facesse, si ripeterebbe un errore già compiuto nel pensiero e nella pratica della sinistra più impegnata in una volontà di trasformazione sociale: un errore che a me sembra il peggiore. L'errore non sta nel fatto di avere svelato la falsità delle giustificazioni morali sempre portate a copertura delle nefandezze più terribili: sfruttamento, oppressioni, guerre, genocidi, massacri d'ogni genere e tipo. Sempre si accampava un motivo altissimo, religioso o laico che fosse (portare la parola del vero Dio, la luce della civiltà occidentale, la necessità del progresso, ecc.) e sempre lo si faceva "per il loro bene". Quello di coloro che venivano oppressi o massacrati. Dunque, fu (ed è) assolutamente sacrosanto mettere a nudo l'origine reale che si nascondeva e si può sempre nascondere dietro il velo delle giustificazioni etiche.
L'errore profondo fu di confondere la storicità dei valori con il relativismo etico, come Gramsci osservò in alcune note assai poco citate. Questo errore è stato più chiaro da quando si è visto che le idee medesime di trasformazione sociale - che venivano supposte come disvelatrici delle radici della realtà - e in particolar modo le idee comuniste hanno potuto essere piegate verso il loro contrario, e cioè, verso la tirannide e verso le forme peggiori di repressione. Questo fatto ha reso evidente che neppure il pensiero critico, che riteneva di essere il più avvertito e il più vigile, sfugge al rischio della possibile chiusura dogmatica e del più cupo settarismo, da cui esce l'oppressione in nome del bene. Ma va individuata con attenzione l'origine di questa chiusura dogmatica, per ciò che ha riguardato il movimento di idee e di azione di ispirazione marxiana. L'origine non stava in una scelta di assolutezza (la Verità dettata dalla divinità o la Ragione deificata), ma, al contrario, in una idea della scienza e della storia che partiva dalla più radicale criticità, ma poteva anche volgersi, com'è accaduto, in una concezione necessitata della storia di cui qualcuno (il partito) avrebbe posseduto la interpretazione scientifica e dunque "vera". La constatazione della erroneità di questa posizione (constatazione non certamente ignota alla parte migliore della tradizione comunista italiana ancor prima dello "strappo") fu ed è necessaria per aprire la strada al rifiuto del dogmatismo, ma non fu e non è sufficiente a determinare un altro modo di concepire l'idea di una trasformazione sociale.
Se si toglie la pretesa di scientificità ma rimangono i cascami dello storicismo diventa difficile, anzi impossibile, trovare il bandolo per criteri di valore che non siano quelli storicamente vincenti. Fino a che la storia sembrava andare per il verso previsto (fino a quando, cioè, le società considerate socialiste, sia pure imperfette, parevano essere in via di costruzione come realtà data) allora c'era il convincimento di avere un solido appiglio storicamente fondato. Quando quella esperienza crolla, allora non si sa dove attaccare la propria volontà trasformatrice se si rimane dentro una concezione che fa coincidere la storia data con l'orizzonte possibile; e, dunque, si finisce con l'accettare lo stato esistente delle cose non solo come unica realtà (il che sarebbe una constatazione di buon senso) ma come una realtà in se stessa positiva, poiché è essa che c'è, è essa che ha vinto. Lo scivolamento delle sinistre oggi al governo viene di qui.
Il relativismo etico che, prima, aveva fatto accettare il peggio (i falsi processi, le repressioni sanguinose, le negazioni di libertà) come espressione della necessità storica, porta oggi ad accettare la realtà data come l'unica possibile, cosicché ogni aspirazione trasformatrice sarà considerata una fantasticheria e anzi una ubbìa in se stessa pericolosa, rischiosa per le capacità di governo o, peggio, foriera di tentazioni fanatiche.
Mutano i tempi e le politiche ma ciò che non muta, se non si cambia nel profondo il modo di pensare e la cultura costitutiva della sinistra, è proprio il peggio del passato: la strumentalità dell'agire morale, piegato secondo le circostanze alla convenienza politica. Nasce così il fatto che si dichiara di volere i diritti umani degli uni e si soffocano i diritti umani degli altri, si dichiara "etica" una guerra che fa strame del diritto internazionale e fonda un nuovo dominio, si afferma la legge del più forte e si dice di voler affermare il diritto. I "valori" che dovrebbero caratterizzare questa sinistra diventano manipolabili a piacimento. Un imperativo morale, se fosse sinceramente adottato, dovrebbe avere universalità piena: e invece no, c'è un imperativo per l'UCK, un altro per i ceceni o i curdi o i tibetani o i sudanesi, ecc.
Ma, dunque, al relativismo etico, all'uso strumentale dei valori, alle ipocrisie, va contrapposto non già il rifiuto, come fu nel passato, di misurarsi su questo terreno "impolitico" sulla base della ben nota distinzione - che, come si sa, è weberiana, non leninista - tra l'etica privata delle intenzioni e l'etica pubblica della responsabilità, per cui spesso si intende che nella politica contano i risultati e non gli strumenti impiegati o le intenzioni pubblicamente manifestate.
Al contrario, è un tempo di schieramento innanzitutto sul terreno delle scelte fondative. Non è per caso che si è generalizzato il bisogno di trovare nuovi parametri di comportamento in ogni campo dell'attività e delle relazioni umane a partire dalla questione originaria del rapporto tra il genere femminile e quello maschile. Ma ecco, anche, il sorgere e l'affermarsi di ricerche nuove: la bioetica, l'etica ambientale e animalistica, l'etica dell'economia, dell'informazione, della tutela della privatezza, eccetera. È un bisogno che deriva dal potere sempre più grande conquistato dalla nostra specie sulla natura e sui meccanismi medesimi della vita, un potere che è venuto scuotendo tutti gli ambiti delle consuetudini, delle convenzioni e dei convincimenti tradizionali. C'è uno smarrimento e una necessità di riorientarsi, di fissare in qualche modo un nuovo rapporto dell'umanità col mondo. E se è stato sempre vero che senza una fondazione etica più o meno dichiarata non c'è nessuna posizione politica che possa reggere e nessun movimento o associazione di persone che possa tenere, ciò è particolarmente vero oggi ed è particolarmente vero a sinistra. (È per questo motivo, se posso citare una esperienza tanto iniziale e modesta, che il gruppo di persone che ha costituito una "associazione per il rinnovamento della sinistra" ha voluto partire dai princìpi per arrivare al programma, e non viceversa come d'abitudine).
Va però detto che se si considera insostenibile, come mi pare accertato, la concezione necessitata della storia e la pretesa di possederne la interpretazione scientificamente esatta e se, contemporaneamente, non si vuole accettare come unica realtà pensabile quella esistente e i valori che la costituiscono, c'è da compiere un vero rovesciamento del modo tradizionale di pensare a sinistra.
Coloro i quali ritengono che la ineguaglianza sia un valore senza il quale la società non potrebbe funzionare hanno molti e sperimentati argomenti (l'utilità della ineguaglianza per la competizione, per massimizzare gli sforzi individuali, ecc.) oltre all'argomento capitale che una società di liberi e di eguali non c'è mai stata. È una scelta etica che si fonda su un criterio di funzionalità entro il quale diventa positivo ciò che da altra ottica pare negativo (la estrema miseria verrà considerata un deterrente efficace, la suprema ricchezza uno stimolante, ecc.), ma essa ha dietro una lunga storia di pensiero sulla natura umana, che non è solo storicamente data. Se l'essere in campo della sinistra, di qualunque sinistra, non ha ipotesi diverse da affacciare la sua presenza diviene insensata. Mitigare le conseguenze più rischiose della ineguaglianza è compito che le posizioni moderate conoscono e assolvono, generalmente abbastanza bene.
La sinistra riacquista senso se si ripropone gli interrogativi originari. Da questo punto di vista può essere di grande utilità, com'è stato osservato, che lo spettro che si aggirava per l'Europa sia tornato alla sua vera natura spettrale, interrogante e inquietante. E questa interrogazione originaria prendeva le mosse, appunto, innanzitutto da una indignazione, da un rifiuto e da una collocazione eticamente consapevole. La indignazione per la offesa fatta alla dignità e alla libertà dell'individuo - come recita il "Manifesto" - nel rapporto di mercificazione del lavoro, il rifiuto di accettare come perenne questo rapporto pur visto nella sua natura rivoluzionaria rispetto alle precedenti fasi storiche, la scelta etica di avanzare l'ipotesi di una società che diventi una "associazione in cui la libertà di ciascuno sia condizione della libertà di tutti". Di conseguenza, la convinzione medesima sulla esigenza di mutare i rapporti proprietari diventava un mezzo rispetto a quel fine: e di un mezzo vanno sempre verificate le congruità rispetto alla finalità e alla scelta etica che la ispira.
Se questa scelta perde il suo falso carattere scientifico (e - dunque - cogente) per ritornare alla sua natura - appunto - di scelta che si sa parziale e in gara con altre, allora cade il rischio dogmatico e si può aprire la sua reale creatività. Perché essa acquista il carattere proprio di una scelta di questa natura: una idea-limite capace di agire all'interno della realtà se riuscirà a stimolare nel proprio campo, quello dell'agire politico, comportamenti conseguenti, capaci innanzitutto di operare per una trasformazione dei convincimenti diffusi donde dipende ogni possibile trasformazione. Il danno maggiore operato dagli atteggiamenti della sinistra quando essa sbanda verso il moderatismo o, all'opposto, verso il puro rifiuto, non sta soltanto negli errori pratici (legislativi, istituzionali, sindacali, ecc.), ma nel corrompimento o nel degrado della cultura, innanzitutto della propria parte e di qui di tutta la società. Perdere ogni visione critica della realtà, o, all'opposto, svolgere una critica preconcetta e infondata spegne ogni interesse, ogni passione, ogni capacità di una seria e competente elaborazione culturale che non sia quella prevista dal mantenimento delle cose come stanno.
Una scelta etica per la trasformazione, però, non si basa su se stessa. Essa per certi aspetti precede e fonda, per altri segue e avvalora una critica sociale consapevole e oggi, appunto, una critica moderna del capitalismo. Quando la tradizione socialista di origine marxiana solleva il problema della libertà e della dignità di tutti gli uomini come suo orizzonte, fa proprio un patrimonio che deriva da una lunga tradizione di pensiero: questo è il precedente. Contemporaneamente, però, questa fondazione etica, nel pensiero marxiano, si misura con la vita concreta e cioè con gli ostacoli concreti che limitano, restringono o impediscono la libertà e umiliano la dignità. Quali che siano i confini della critica economica marxiana, il problema da essa sollevato rimane, anche se non è l'unico e l'esclusivo su cui riflettere.
Ciò che è grottesco in certi aspetti della sinistra che vuol dirsi "dei valori" è che essa non può non vedere il male, ma si ferma davanti alla individuazione delle cause. La estrema miseria di miliardi di uomini in tanta parte del mondo e la persistenza della emarginazione, del degrado umano, della violenza di cui sono intessute le società capitalistiche al loro più elevato grado di sviluppo non vengono solo da una qualche maledizione o fatalità, ma sono l'altro risvolto di un ben determinato sistema le cui basi economiche rimandano a precise scelte etiche. È dalla analisi di questa realtà di fondo, e dalla sua critica, che si deve ripartire. Perché è di qui che ha origine, anche, l'attenzione a ciò che riguarda le donne e gli uomini viventi, e la indignazione che oggi dovrebbe muoverci: che deve concernere quelli che muoiono di fame e quelli che li fanno morire, quelli che soffrono delle nuove povertà materiali e immateriali e quelli che ci guazzano dentro.
Troppo presto e troppo male la sinistra ritenne che bisognasse seppellire l'opera di "testimonianza" e di costruzione di un'altra tradizione culturale, per passare al culto del potere o del governo. È certo vero, anzi è ovvio, che la opera di testimonianza non basta se essa non è capace di suscitare la proposta e il programma. Ma viene spontaneo obiettare che i programmi sono molti, mentre la testimonianza è assai poca. Il disprezzo di cui fu ed è circondata questa parola la dice lunga su una vicenda storica. Ma la parte più significativa di una tradizione, quella che ancora muove gli animi, fu la capacità di creare ed alimentare tra le classi subalterne il bisogno di riscatto, l'orgoglio del ruolo del lavoro, la volontà di partecipare alla costruzione del proprio futuro.






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