numero  1  dicembre 1999 Sommario

La crisi dei paesi dell'est europeo

BLOC NOTES DALL'EX-BLOCCO
Loris Campetti  

Senza scarpe
"Si stava meglio quando si stava peggio". Così conclude il suo lungo racconto un imprenditore veneto a Timisoara, nella piazza dedicata alla "rivoluzione" dell'89. "Almeno prima si lavorava, ci si curava, c'era da mangiare per tutti", ammette con amarezza Luan, commerciante di Tirana e anticomunista già ai tempi di Enver Hoxha. Per non parlare di Marko, zigano fuggito dall'Ungheria in Kosovo e da qui, con i bombardamenti della Nato, rifugiato in Romania con in testa un sogno, l'Italia: "Nell'est europeo eravamo costretti a regolarizzarci, diventare stanziali e lavorare. Se accettavamo le regole imposte eravamo trattati bene, come tutti gli altri. Adesso per noi la vita a est è un inferno". Guerre etniche, nazionalismi e miseria stanno oscurando il senso di liberazione popolare che ha accompagnato la caduta dei muri. Anche i teorici del neoliberismo che sognavano mercati aperti da invadere, dieci anni dopo si sono ritrovati in mano un pugno di mosche: pensavano di risolvere i problemi di sovrapproduzione e saturazione dei mercati ricchi estendendo in nuove aree i consumi, e hanno fallito. Solo per fare un esempio: negli anni tra il '95 e il '98 la Russia ha fatto la fortuna degli scarpari marchigiani che hanno tamponato la crisi della domanda di calzature in Europa e in Usa - più di tanti piedi non ci sono, in occidente, e le scarpiere alla fine si riempiono - invadendo il mercato di Mosca o di Kiev con il made in Italy, commercializzato da intermediari raramente professionali e puliti e venduto ai nuovi ricchi dell'era eltsiniana nei mercatini attrezzati fuori dagli stadi di calcio. Accanto agli industriali della calzatura hanno prosperato mestieri di ogni tipo sulla costa marchigiana, dal turismo all'organizzazione del commercio, dei charter e persino della prostituzione finché, in un terribile giorno di agosto, si è rotta la macchinetta e la via postsovietica al mercato è andata a gambe all'aria con un fragoroso crack finanziario. Potremmo citare ancora la fine ingloriosa delle piramidi finanziarie in Albania, anch'esse motori della crescita del Pil nelle regioni adriatiche italiane. La sinistra nata con il tentativo - fallito - di uscire da sinistra dal socialismo reale dovrebbe capire qualcosa di più di quel che sta succedendo a est, non sempre ci riesce. La risposta alla domanda iniziale: perché diventa sempre più popolare l'esclamazione, "si stava meglio quando si stava peggiò"? La risposta non verrà da queste note di viaggio che si limitano a fornire informazioni e testimonianze che possono aiutare a ricercarla collettivamente.

Made in Italy
Si sta affermando in tutto l'occidente una figura professionale importante, con funzioni di servizio per quegli industriali coraggiosi che decidono di tentare la fortuna a Oriente dell'Unione europea: si tratta di professionisti che battono l'est paese per paese per costruire stabilimenti industriali su commissione delle ditte europee che delocalizzano la produzione in paesi dove i costi del lavoro sono infinitamente più bassi rispetto ai nostri. Soprattutto nei Balcani, vicini dirimpettai delle nostre regioni adriatiche (Nordest, Emilia, Marche, Abruzzo e Puglia), che negli ultimi anni hanno ripianato i conti andando ad assemblare vestiti e a cucire tomaie in Romania, Croazia, Bulgaria, Albania, Slovenia, Macedonia e persino in Serbia. Tessile e calzaturiero, nonché alimentare, edilizia, meccanica, chimica, plastica, telefonia, sfruttamento di materie prime, fino al nucleare sul Mar Nero targato Ansaldo. Il cortile di casa dell'Italia negli ultimi anni e mesi si sta estendendo verso i paesi dell'Europa centrale dove impazzano gli imprenditori tedeschi. È il caso dell'Ungheria, della Cechia, della Slovacchia e della Polonia, o ancora più a est in Moldovia, Ukraina, Russia, Kazakhstan e a sud (caso Ocalan permettendo) in Turchia. Al seguito di piccole, medie e grandi imprese si muovono greggi di ristoratori, pizzaioli, consulenti, commercialisti, tecnici, spedizionieri e traffichini made in Italy. Tutti o quasi rigidamente maschi senza mogli al seguito, dato che nella metà dei paesi citati l'unico mercato veramente aperto, cioè l'unica economia fiorente è quella del sesso, se si esclude l'economia mafiosa e criminale a cui la prima s'intreccia.

Il miracolo dei panettoni
Uno di quei professionisti che edificano fabbriche o ammodernano vecchi "combinat" per i pionieri italiani risponde con un esempio a chi gli chiede informazioni sulla situazione economica, sociale e morale a est: "Ogni volta che volo a Sofia - stanno crescendo gli interessi italiani in Bulgaria - sbarco dall'aereo con 22 panettoni. Ti sembrano un'esagerazione? Sono indispensabili per passare senza problemi dal primo finanziere che incontro alla dogana fino all'ultimo portiere d'albergo, mancia dopo mancia. 22 panettoni per lavorare a Sofia senza problemi". Si potrebbe pensare che questa primordiale corruzione sia un fenomeno tipicamente bulgaro. E i bulgari si comportano all'opposto di tutti gli altri popoli, per dire sì scuotono la testa con il classico gesto che nel resto del mondo vuol dire no, mentre per dire no alzano e abbassano il capo come facciamo noi per dire sì. Purtroppo la microcorruzione non è un fatto tipicamente bulgaro. Tornando a novembre in Romania sprovvisto di panettoni ho utilizzato una stecca di sigarette per accelerare, passaggio dopo passaggio, il mio trasferimento dalla frontiera all'albergo di Bucarest. Mi sono trovato assai bene, raccogliendo il suggerimento del costruttore. E nel resto dei Balcani la musica non cambia, così come in Russia. Quando gli imprenditori occidentali arrivano nei nuovi paesi dell'est tutte le porte si spalancano: costo del lavoro a livelli del Terzo mondo, sgravi fiscali, costituzione di zone speciali esentasse e agevolazioni doganali per l'importazione di materie prime lavorate sul posto o per l'esportazione di prodotti finiti nei mercati europei o nord-americani. Porte spalancate, ma per ogni porta una trafila burocratica come ai tempi del socialismo reale e una gabella pagata sottobanco. Alla fine la convenienza di questa primordiale globalizzazione rimane, ma solo grazie al bassissimo livello salariale degli operai. Abbiamo incontrato Claudio Mezzanzanica, un compagno di Varese che ha attraversato per intero la storia del "manifesto", al suo ritorno da Mosca dove ha rifatto gli stucchi del Cremlino. Claudio sostiene che "l'est resta conveniente per gli imprenditori occidentali finché le paghe non superano le 250mila lire mensili".

La terra ai contadini
La prima cosa che mi ha colpito arrivando a Tirana è la facilità con cui qualsiasi prodotto può essere reperito. Quanto a comprarlo, per un albanese è tutt'altra musica. Costa di più un chilo di mele al mercato che una Cocacola nel bar meno scalcinato di piazza Scanderbeg a Tirana: "È ovvia la ragione", spiegano, "la Cocacola si fabbrica a venti chilometri dalla città in uno stabilimento italiano mentre la frutta la importiamo dalla Grecia e dalla Macedonia, dalla Turchia e dall'Italia". Il primo diktat degli organismi finanziari internazionali ai paesi dell'est è stato la privatizzazione delle terre: via le cooperative, basta con la collettivizzazione. La campagna è stata frammentata in tanti micro-appezzamenti ceduti a condizioni agevolate ai contadini. Il risultato, dopo qualche anno, è stato l'abbandono delle terre per mancanza di fondi, trattori, macchine agricole: addirittura senza i soldi per comprare le sementi. Siccome il termine cooperativa è sinonimo di comunismo, ognuno deve fare per sé e le terre restano incolte, i pascoli abbandonati. Vicino a Durazzo c'erano serre per la produzione di fiori e ortaggi, oggi è solo terra bruciata, persino i ferri con cui i teloni di plastica e stoffa venivano sostenuti sono stati rubati e venduti come ferri vecchi. I dirigenti della Parmalat, la società che distribuisce il latte in tutta la Romania, ci hanno raccontato i problemi causati dalla privatizzazione e dal conseguente disfacimento dell'agricoltura: "Siamo costretti a comprare il latte in Ungheria" dove la transizione è stata meno traumatica. In Romania come in Albania manca persino il latte perché non ci sono più mucche. "Arricchitevi", gli avevano detto. E i rumeni e gli albanesi ci avevano creduto. Ora la Parmalat porta a Bucarest i dirigenti delle Coop emiliane per convincere i contadini che la cooperazione è l'unica salvezza possibile. Ion Iliescu, presidente dell'opposizione socialdemocratica, l'uomo che con Petre Roman aveva preso in mano la sanguinosa rivoluzione dell'89 e ha guidato il paese fino alle ultime elezioni, che hanno premiato il centrodestra, racconta: "Una delle ricchezze della Romania era l'agricoltura, esportavamo grano in tutto l'est, a partire dall'Urss. Dopo la crisi seguita all'89 la produzione era ripresa perché alle privatizzazioni avevamo accompagnato il sostegno economico ai contadini. Ma il nuovo governo ha deciso di obbedire agli ordini del Fondo monetario sospendendo ogni sovvenzione. I contadini non ce l'hanno più fatta a tirare avanti e la campagna è andata in malora. Nel '96 abbiamo raccolto 8 milioni di tonnellate di grano, di cui 2 assorbiti dal mercato interno e il resto per l'esportazione, con una tendenza positiva che ci avrebbe portato nel Duemila a produrre la stessa quantità di grano dell'89. Invece ora, grazie al governo e al Fmi dobbiamo importare anche il grano dall'estero". Può sembrare una favola ma non lo è: in Transilvania, nella terra del conte Dracula, non c'è più neppure l'aglio per difendersi dai vampiri. L'ha scoperto un imprenditore italiano che riempie i suoi tir di funghi rumeni (che per fortuna crescono spontaneamente e si possono raccogliere nei boschi) e li esporta in Ukraina. Al ritorno i tir passano la frontiera carichi di capocce d'aglio. Provate a chiedere uno yogurt a Praga e sul vasetto troverete scritto Danone. L'organizzazione cooperativa delle campagne di quella che fu la Cecoslovacchia veniva portata a esempio mondiale dalla Fao mentre oggi agricoltura e contadini sopravvivono a stento nelle fauci di aziende, appunto, come la Danone. Se invece lo yogurt lo comprate nel paese dov'è stato inventato, a Skopie in Macedonia vi accorgerete che è stato fabbricato in Germania.
La forma economica prevalente tanto nei paesi dell'ex Urss quanto nei Balcani è il baratto. Il proprietario di un agriturismo nei Carpazi ci ha raccontato che per costruire la sua azienda paga esclusivamente in natura: un maiale a chi gli costruisce la stalla, 5 giorni di ospitalità per due, all'architetto che gli disegna il progetto... Del resto, lui stesso per i lavori fatti per conto dell'Ente energetico rumeno è stato pagato con buoni di consumo elettrico, per ogni servizio tot kilovatt/ora. Il direttore generale dell'Ente carbone ci ha spiegato che "se la società energetica ci pagasse regolarmente il carbone con cui lavorano le centrali saremmo se non in attivo, in pareggio di bilancio".

Ferri vecchi
Usiamo l'esempio rumeno, ma potremmo parlare di quasi tutti gli altri paese dell'est europeo, con qualche eccezione per la Polonia e la Cechia. E sempre teniamo a mente l'uso fatto da parte dell'occidente dei nuovi cortili di casa orientali. Dei contadini s'è parlato. Degli operai o dei minatori (la condizione materiale ottocentesca nelle miniere rumene assomiglia come una goccia d'acqua a quella russa) si può dire che i processi di privatizzazione e risanamento abbiano ridotto alla fame e degradato socialmente intere fette di popolazione che a modo loro, almeno da un punto di vista economico-alimentare, fino a 10 anni fa erano privilegiati. Si è cominciato con i ritardi di mesi e mesi nel pagamento degli stipendi e si è arrivati ai licenziamenti di massa. Miniere chiuse con la forza, grandi fabbriche privatizzate e trasformate in supermercati delle braccia per gli imprenditori occidentali. E poi ci sono capannoni industriali che arrugginiscono lungo le strade e vengono messi all'asta come materiale ferroso sviluppando un nuovo mestiere: quello dei rom meno sfortunati che di ritorno in Romania, Bulgaria, Cechia con qualche soldo in tasca comprano e riciclano le rovine del socialismo reale. (Gli altri, i gitani meno fortunati sono spinti dalla fame, dall'odio etnico e dalla guerra tra poveri a percorrere la strada inversa, da est verso le discariche di Torino, Parigi, Londra, Zurigo).
Il Fmi e la Banca mondiale ordinano e i governi filooccidentali eseguono. "I soldi del Fmi - ci dice Luis Lazarus, leader del nuovo movimento studentesco rumeno in lotta per conquistare non più la libertà, ma condizioni minime di sopravvivenza - vengono utilizzati per mettere toppe al deficit economico dello stato e non per investimenti che producano posti di lavoro alternativi. E in molti casi i fondi dell'Ue finalizzati a progetti formativi restano bloccati per gli imbrogli negli appalti". L'indecente business delle privatizzazioni in Cechia - un modello preso a riferimento dai privatizzatori italiani - ha portato alla caduta del governo di di Vaclav Klaus.

Le donne al mercato
Cresce ovunque a ritmo spaventoso il numero degli ex-operai ed ex-minatori; torna a esplodere il consumo di alcol che intossica le vecchie come le giovani generazioni. La promessa che alla libertà si sarebbe automaticamente associata la ricchezza è, insieme alla fame, la ragione del degrado morale di intere nazioni: dalla Russia all'Ungheria, dalla Romania alla Moldavia la fuga di giovani donne verso i marciapiedi occidentali o i casinò per mafiosi e arricchiti locali rappresentano una delle forme più fiorenti d'economia. Bucarest è la seconda città, dopo Las Vegas, per numero di casinò. Dei porno-battelli sul lago Balaton e dell'Ungheria come capitale mondiale della produzione nel settore porno si è già letto tutto. All'est le donne erano, e restano, le vere forze produttive, da tutti i punti di vista: quelle che ogni giorno e con ogni mezzo compiono il miracolo della sopravvivenza delle famiglie, compreso il reperimento delle scadenti grappe con cui si avvelenano i mariti disoccupati. Non sono solo le donne gli articoli in vendita nel supermercato dell'est ma anche i minorenni: via internet e via Adriatico - e in qualche caso come in Romania si è parlato di possibili complicità di rappresentanze diplomatiche dei paesi dell'Ue - bambini e bambine finiscono nel piatto di benestanti pedofili come bocconcini pregiati. O come bambini adottati fuori da ogni regola, o come involontari donatori di organi.
"Quando avevo 10 anni passavo il giorno e talvolta la notte a fare la coda per avere tre litri d'olio di stato o cinque chili di zucchero. Adesso nei negozi delle città trovi qualsiasi prodotto, più che a Modena. Solo che nessuno ha i soldi per comprare neppure quei tre litri d'olio e i cinque chili di zucchero garantiti da Ceaucescu", mi racconta Georgeta, una bella trentenne conosciuta in aereo, emigrata in Italia dove vive facendo la cubista nelle discoteche emiliane e romagnole.

La guerra
In questo scenario in cui le mafie garantiscono un meccanismo di accumulazione originaria, la guerra della Nato contro la mini-Jugoslavia rischia da funzionare come detonatore. "Vedi quelle bancarelle montate sui cofani delle automobili? Nelle bottiglie in vendita c'è benzina normale, super e senza piombo che arriva di contrabbando dalla Bulgaria e dalla Romania. La Serbia è diventato il paese con più distributori di benzina del mondo, un punto vendita ogni cento metri. Peccato che costi due marchi al litro, e la gente come me a cui hanno bombardato la fabbrica deve vivere con un sussidio di disoccupazione pari a venti marchi al mese, figuriamoci se posso comprare la benzina di contrabbando". Chi ci fa da Cicerone lungo la strada che da Belgrado scende verso Nis e il Kosovo è Radka, delegata sindacale della Zastava di Kragudevac rasa al suolo dalle bombe umanitarie e dai missili intelligenti dei 19 paesi che hanno deciso di portare il loro ordine in tutti i Balcani. L'embargo che sta riducendo alla fame un intero popolo degradandone il fin troppo sbandierato orgoglio, "rafforza Milosevic e il suo regime, consolida le vecchie mafie e ne produce di nuove", si lamenta un dirigente sindacale dei metalmeccanici serbi.
Prima ancora della guerra l'occidente ha inventato i "corridoi" economici. Sono tracciati che solcano il vicino est, per ora virtuali, attraverso cui viaggeranno soldi, tecnologie, petrolio, tutto tranne gli uomini ingabbiati dal trattato di Schengen. Il business dei Corridoi ha spaccato ogni nazione e i rapporti tra le varie nazioni balcaniche, con i singoli frammenti in lotta per agguantare le tavolette di libertà lanciate dai tank e dalle scavatrici americane. Conflitti etnici e guerre territoriali nella ex-Jugoslavia hanno molto a che fare sia con i tracciati dei Corridoi che con la furia iconoclasta dell'occidente e del Vaticano, in prima fila nel riconoscimento di qualsiasi nuova entità statale. Del resto, la Jugoslavia di Tito è più nel cuore dei popoli dugoslavi che nella testa di Milosevic che in nome della grande Serbia ha contribuito attivamente alla sua dissoluzione.

Il Danubio ferito
Le bombe che hanno distrutto i ponti sui fiumi jugoslavi hanno paralizzato l'economia di tutti i paesi danubiani. Persino gli armatori rumeni hanno cominciato ad alzare la voce contro la politica dei paesi Nato e l'incarognimento dell'embargo. Ci è capitato di sentire critiche anche da parte dei più duri sostenitori dell'"ingerenza" occidentale. Il ministro rumeno dell'economia, Radu Berceanu, ci ha detto: "Il corso del Danubio è bloccato dalle macerie dei ponti bombardati e il commercio ne risente moltissimo. Il mio governo, a differenza di quelli degli altri paesi confinanti con la Jugoslavia ha rispettato fedelmente gli impegni presi con la Nato, anche in relazione all'embargo. Per ritorsione Milosevic ci impedisce di utilizzare i canali e le vie d'acqua alternative per il passaggio della merce verso il nord Europa. A questo punto la Nato dovrebbe togliere quest'arma dalle mani di Milosevic, e consentire il ripristino della circolazione sul Danubio".

I fratelli ortodossi
Ma l'aggressione della Nato non ha soltanto diviso i Balcani. In tutti i paesi guidati da governi subalterni agli Usa e al Fmi l'odio antiamericano e antioccidentale è esploso. L'abbiamo registrato in Romania, dove l'opposizione di sinistra al governo ha visto crescere, bomba dopo bomba, il consenso popolare; è alla luce del sole in Bulgaria dove le sinistre hanno appena vinto le elezioni amministrative, così come in Macedonia dove al primo turno delle presidenziali la sinistra contro la guerra è arrivata in pole position. Il legame che unisce questi popoli alla Serbia è un legame storico, culturale, economico e religioso. Le chiese ortodosse sono di nuovo piene di fedeli e il collante religioso è tanto forte quanto ambiguo, spesso accanto alla protesta antiamericana di sinistra si incontra una contestazione di destra, nazionalista e fondata su basi etniche anti-islamiche. Persino un paese a guida socialista e decisamente occidentale come la Grecia, che dalla guerra contro Belgrado aveva preso tutte le distanze possibili, vive una ripresa di antiamericanismo e "ortodossia" impensabili in queste forme prima delle bombe Nato.

Il vento dell'est
Il leit motiv "era meglio quando si stava peggio", nell'est europeo, è legato dunque al crollo dell'economia e al degrado sociale e culturale che insieme alla continua proliferazione di guerre etniche ha desertificato le società a oriente dell'Unione Europea. E i piloti degli aerei che hanno cosparso quelle terre e quelle città con il nuovo "agente Arancione" sono i nostri piloti. Ma il veleno è portato dal vento, e non saranno i muri dello Schengen a fermarlo. Quel veleno sta arrivando da noi.







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